AvanguardiaRestando a Kharkiv, Pavlo Makov ha trasformato la sua arte in resistenza

L’artista di fama internazionale continua a esporre, creare e sostenere l’esercito con le sue opere: «In Ucraina ci sono ancora molte domande che mi spingono a cercare risposte»

LaPresse

​Nato nel 1958, Pavlo Makov è uno dei più importanti artisti ucraini del panorama internazionale. Le sue opere sono esposte in prestigiose istituzioni come il Victoria and Albert Museum di Londra e la Galleria Nazionale d’Arte di Kyjiv. Nel 2022, ha rappresentato l’Ucraina alla Biennale di Venezia con l’installazione “Fountain of Exhaustion”, simbolo della resilienza culturale del suo paese. Attualmente vive e lavora a Kharkiv, continuando a creare nonostante le difficoltà imposte dal conflitto in corso. 

Essere un artista ucraino, oggi, significa occuparsi solo di arte?
No, per niente. Per me qualsiasi evento artistico fuori dall’Ucraina diventa un’occasione per parlare del mio Paese e dell’aggressione russa, perché l’Ucraina fa parte del contesto culturale europeo e va riconosciuta come tale. Purtroppo, nel campo delle arti visive, in Ucraina si continua a fare ancora poco, e tutto ciò che è presente ora sul mercato è merito dei cosiddetti volontari d’arte.

Oggi c’è interesse verso l’arte ucraina?
Sì, dopo il 2022 ha iniziato a cristallizzarsi l’idea dell’esistenza di uno Stato e una cultura ucraina. La mancanza di una politica culturale mirata dopo il 1991 – a differenza, per esempio, della Russia – ha fatto sì che l’Ucraina rimanesse a lungo invisibile nella mappa mentale di tanti Paesi. C’è una storia che racconto spesso: negli anni Novanta a Tallinn, vinsi un premio importante a cui avevano partecipato cento artisti da tutto il mondo. Ero seduto accanto a una concorrente giapponese del Giappone, che mi chiese da dove provenissi. Quando le risposi “dall’Ucraina”, non sapeva dove fosse. Lo chiese a una collega, perché i giapponesi sono molto educati, tornando poi con le idee più chiare.

Questa confusione geografica è legata a un tema che esploro spesso col mio lavoro: l’utopia, che per me rappresenta l’assenza di un posto. Un tempo eravamo tutti nell’Unione sovietica, un luogo in cui era impossibile a vivere. Sembrava di essere in prigione, e così mi rifugia in una sorta di emigrazione interiore.

Avevo la sensazione di vivere in un incubo, e io non volevo farne parte. A un certo punto compresi che non sarei mai potuto diventare artista in quell’Unione Sovietica. Iniziai allora a studiare l’inglese, per costruirmi almeno una professione alternativa.
Per fortuna, l’Unione Sovietica è crollata quando avevo ventun anni. Non ho dovuto usare l’inglese per sopravvivere: ho potuto realizzarmi come artista in un’Ucraina indipendente, e non ho mai rimpianto la sua fine.

Se dopo la fine dell’Urss l’Ucraina avesse avuto fin da subito una politica culturale consapevole, oggi non saremmo costretti a spiegare chi siamo e da dove veniamo – non solo al resto del mondo, ma a volte perfino a noi stessi.

Dopo l’invasione su larga scala, la tua città, Kharkiv, è stata colpita fin dalle prime ore. Hai trascorso un periodo in Italia, poi sei tornato. Com’è stato ritornare in una città che non è mai caduta in mano ai russi, ma è stata profondamente ferita?
Ho trascorso due mesi in Italia perché la mia opera era stata selezionata per la Biennale di Venezia. Nei primi giorni della guerra, quando nel cielo volavano gli aerei e sganciavano le bombe su Kharkiv, io ero nascosto in un rifugio antiaereo, con l’intonaco che mi cadeva sulla testa. In quei momenti non pensavo certo alla Biennale, ma solo a come sopravvivere e a come mettere in salvo la mia famiglia.

Mia madre, che ha novant’anni e ha vissuto anche la Seconda guerra mondiale, continuava a ripetere che “questa non è ancora una guerra” – almeno finché un missile russo ha colpito il palazzo dei servizi segreti ucraini a cento metri da casa sua, distruggendo in parte il suo appartamento. A quel punto l’ho caricata in macchina, ho preso anche la mia installazione destinata a Venezia e ho fatto evacuare tutta la famiglia.

Sono tornato in Ucraina nel maggio 2022, fermandomi prima a Kyjiv, perché Kharkiv era ancora sotto pesanti bombardamenti. Da lì tornavo ogni tanto nella mia città per recuperare strumenti di lavoro, oggetti personali. In quel periodo stavo preparando una mostra a Firenze, alla galleria Cartaverta, e per me era fondamentale esserci.

Avrei potuto stabilirmi in Italia o in Francia, avevo ricevuto molti inviti. Ma dopo mesi di continuo spostamento, avevo capito che non potevo più andare avanti così: avevo esaurito ogni energia interiore. E l’unico luogo dove sentivo di potermi rigenerare, di poter riempire di nuovo il mio pozzo, era l’Ucraina. Amo profondamente l’Italia, ma come artista lì non riesco a farmi le domande fondamentali. In Ucraina, invece, ci sono ancora molte domande che mi spingono a cercare risposte.

Torniamo all’Italia. Nei primi mesi della tua permanenza nel nostro Paese, hai sentito il sostegno degli italiani? E adesso che sei tornato più volte dopo il 2022, hai l’impressione che quel sostegno stia venendo meno?
Nella cerchia delle mie conoscenze il sostegno è rimasto forte come prima. Certo, conosco anche persone convinte che per fermare la guerra basterebbe smettere di inviare armi all’Ucraina. Ma se non abbiamo le armi, noi siamo morti. Nel complesso, però, non mi sembra che l’appoggio sia diminuito, almeno nei luoghi e tra le persone che frequento in Italia. La domanda che mi sento rivolgere più spesso è: “Come fate a dedicarvi all’arte, in Ucraina?”. E io rispondo che ci riusciamo comunque.

Tra l’Ucraina e il resto d’Europa – non solo l’Italia – sta crescendo una distanza sempre più evidente nel modo di concepire la vita. Ed è un problema serio, che prima o poi dovremo affrontare. Gli europei non hanno esperienza diretta della vita sotto le bombe. E non è un’esperienza che si possa spiegare o tradurre. Perché continui ad andare a fare la spesa mentre la tua città viene bombardata e potresti morire lungo la strada? Perché sei un artista, e la vita deve continuare.

Di recente ho inaugurato una mostra a Kharkiv e non avevo mai visto così tanta gente all’apertura di una mia esposizione. Mi sono venute le lacrime agli occhi: perché ho capito che le persone hanno bisogno dell’arte. Hanno fame di bellezza. E con la mia arte posso aiutare non solo le anime, ma anche i corpi: partecipo spesso ad aste benefiche e devolvo i proventi all’esercito ucraino.

Hai descritto una situazione che sembra smentire la stanchezza di cui spesso parlano i giornali a proposito degli ucraini. Allora, questa stanchezza c’è o no?
Sì, certo che c’è. In fondo siamo entrati nel terzo anno dell’invasione. La sentiamo tutti, e la sentono anche i volontari, che continuano a impegnarsi ma raccolgono sempre meno fondi. Nonostante tutto, andiamo avanti, perché non abbiamo alternative. Nemmeno fare previsioni è possibile. Con “i due” – uno in Russia e l’altro in America – come possiamo immaginare, oggi, un futuro qualunque?

Cosa potrebbe offrire l’Ucraina all’Europa di oggi per non essere vista come un peso, ma come un’opportunità?
Per essere davvero interessanti per l’Europa, dobbiamo presentarci come un progetto moderno. Non possiamo puntare soltanto sull’amore per il nostro passato o per le tradizioni culturali. Lo ripete spesso anche lo storico ucraino Yaroslav Hrytsak: l’Ucraina è, prima di tutto, un progetto moderno.

Abbiamo, per esempio, servizi postali e di spedizione molto efficienti. La nostra sanità non ha nulla da invidiare a quella europea: in Ucraina riesco a fissare una visita medica da un giorno all’altro, mentre in Italia, in situazioni urgenti, mi è capitato di dover aspettare settimane – è successo proprio a Venezia, per un problema al cuore. Abbiamo anche un sistema digitale avanzatissimo: l’applicazione statale Diya, per i servizi anagrafici, è considerata tra le migliori al mondo. I nostri servizi bancari ci permettono di raccogliere fondi in tempo reale, senza attendere giorni per l’accredito di un bonifico.

In Ucraina, anni fa, si poteva già ricaricare il telefono online, mentre in Italia si usavano ancora le schede da grattare. Sono dettagli, certo, ma tutti insieme raccontano una visione concreta di modernizzazione, una proposta reale per l’Europa di oggi. Dobbiamo anche guardare al nostro passato, soprattutto alle pagine di storia che sono state cancellate dalla narrazione sovietica: il Rinascimento giustiziato, l’Holodomor, lo sterminio per fame dei contadini ucraini.

Ma parlando del passato, dobbiamo anche saper creare spazio per il presente. Ancora oggi, in Ucraina, non esiste un museo dedicato all’arte moderna ucraina. E il museo è proprio quello spazio in cui si afferma l’identità di una cultura, di un popolo, di una nazione. Noi desideriamo essere riconosciuti in Europa, ma su alcuni aspetti siamo ancora noi ucraini a non conoscerci pienamente. Per troppo tempo siamo stati condannati al silenzio – un silenzio imposto non solo dall’esterno, ma anche dall’interno.

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