Lui, il vicepresidente degli Stati Uniti James David Vance, è un uomo indecifrabile. Un cattivo che si è permesso di insolentire l’Europa due mesi fa a Monaco e poi ancora pochi giorni fa («Odio dover salvare di nuovo l’Europa »), ma che ieri è planato su toni mistici: «Girando questa mattina per Roma non ho potuto fare a meno di pensare che questa è una città che è stata costruita da persone che amano gli esseri umani e che amano Dio, e spero di poterne trarre qualche ispirazione». Speriamo.
Da come maltrattò Volodymyr Zelensky nel Saloon Ovale della Casa Bianca si direbbe che J.D. Vance abbia davvero bisogno di un’«ispirazione» positiva: da quando è il vice di Donald Trump non si è vista. Ieri con Giorgia Meloni («Non la vedevo da un sacco di tempo», la battuta di lei che l’aveva visto ventiquattr’ore prima) è stato tutto un salamelecco. D’altronde cosa si potevano dire a poche ore dal faccia a faccia diretto tra Giorgia-on-my-mind e il Gran Capo americano?
Strana sceneggiatura: di solito è un incontro con il numero due che prepara quello con il numero uno ma stavolta le circostanze (il cattolicissimo J.D. Vance, convertitosi nel 2019, a Roma per Pasqua) hanno voluto diversamente. Comunque Vance ha detto che «stiamo conducendo importanti negoziati commerciali non solo tra l’Italia e gli Stati Uniti, ma con l’intera Unione europea. Ne abbiamo parlato molto ieri, e oggi proseguiremo queste conversazioni». Non molto. Tanti complimenti reciproci, sembrava l’ultimo giorno di scuola.
Le notizie sono dunque altrove. Forse quella politicamente più importante è la soddisfazione che è stata fatta trapelare da Bruxelles, dopo che la premier aveva a lungo parlato con Ursula von der Leyen, per la missione americana di Meloni, abbastanza abile nel costruirla con il consenso dei vertici dell’Unione europea fugando l’impressione di una sua avventura solitaria e narcisista. Non erano sicuri, nell’entourage della premier, che la mossa del viaggio a Washington forse azzeccata. Le è andata bene. Lo confermano le notizie dalla Casa Bianca Washington, che hanno ulteriormente rafforzato l’idea di un presidente americano entusiasta («FANTASTICA!», ha scritto della sua allieva europea prediletta), forse perfino sorpreso dalla consonanza ideologica tra lui e la presidente del Consiglio italiana simboleggiata dallo slogan di Giorgia che estende l’idea del dominio trumpiano, quel «Make West Great Again» che tra l’altro spiazza alla grande la propaganda trumpista di Matteo Salvini e la accredita, se ce ne fosse bisogno, come vera rappresentante italiana del trumpismo.
Se lei ha dunque ripreso il centro della scena in chiave filo-Trump, per il capo leghista che ha fatto il congresso sotto il segno di Elon Musk il problema sarà trovarsi uno spazio in qualche altro modo: a questo giro, lei gli ha tolto l’aria. Che Matteo dica in una nota «brava Giorgia» è solo teatrino politico.
Persino sul punto più spinoso, la guerra russa contro l’Ucraina, nella dichiarazione congiunta Trump-Meloni si legge che «Stati Uniti e Italia sottolineano che la guerra in Ucraina deve finire e sostengono pienamente la leadership del presidente Trump nel mediare un cessate il fuoco e nel garantire una pace giusta e duratura». Certo non è un frase salviniana. Se dunque l’obiettivo di Meloni era quello di incarnare il ruolo di rappresentante di Trump in Europa, e contemporaneamente di facilitatrice dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, si può dire che almeno sul piano delle chiacchiere è stato raggiunto.
Poi, concretamente, il risultato è alla fine uno solo ma importante: aver ottenuto che il Gran Capo americano ha accettato di venire in Italia, chissà dove, chissà quando (forse a settembre quando andrà dal Re Carlo in Gran Bretagna?), e chissà per vedere chi, ma questo è un gollonzo che la premier ha segnato. Nel frattempo la questione dei dazi, così come quelle del gas, delle armi, dello spazio, di Starlink, sono praticamente sparite nel clima estatico tra i leader. Chi vivrà vedrà.