Il poderoso spettacolo di partecipazione popolare ai funerali del Papa suggerisce qualche riflessione, soprattutto in un momento in cui politicamente prevalgono nazionalismi e movimenti populisti che negano in radice i valori ostinatamente predicati dal pontefice, a partire da quello dell’accoglienza verso i rifugiati.
Il tempo e lo studio analitico diranno meglio sull’importanza del pontificato di Jorge Bergoglio, sulle ombre e sulle luci, se esso abbia realmente segnato un progresso nella storia della Chiesa paragonabile a quello di alcuni suoi predecessori come Giovanni XXIII, con cui si sono tentati paragoni forse prematuri, se non azzardati.
Quello che si può affermare, cercando un primo consuntivo, è che Papa Bergoglio è stato anche uno straordinario leader politico, avendo colto sin dall’inizio del suo magistero uno dei grandi temi dell’attuale momento storico: l’immigrazione.
Come ha ricordato il cardinale Re nel suo commosso ritratto, la prima iniziativa del suo pontificato è stato il viaggio a Lampedusa; l’approdo di migliaia di persone sulla costa italiana è stato il simbolo di una tragedia su cui il populismo dell’estrema destra, in Italia e in Europa, ha costruito le sue fortune.
Papa Bergoglio aveva capito istintivamente quello che presto sarebbe divenuto chiaro a molti: i migranti erano il nuovo capro espiatorio su cui si sarebbero riversate la paura e la rabbia per il fallimento della globalizzazione e del sogno della finanza virtuale a crescita illimitata.
Come nel secolo precedente, la crisi economica del 1929 aveva scatenato protezionismi e nazionalismi e individuato il suo bersaglio negli ebrei, definiti avidi e usurai. Oggi, il crollo dell’illusione finanziaria e della globalizzazione – con l’aspettativa di una crescita infinita svincolata dalla moneta e dall’industria – ha trovato nel fenomeno migratorio il grande pretesto per riversare rabbia e voglia di rivincita.
In fin dei conti, alla storica patacca dei Protocolli dei Savi di Sion è subentrata la teoria della “sostituzione etnica” veicolata dai deliri di autori come Jean Raspail. A causa della sua posizione, il Papa si è guadagnato l’odio feroce che oggi tracima contro di lui dai blog e dai social della destra sovranista, nonostante l’ipocrisia del cordoglio di Stato ostentato da un governo che ha puntualmente preso le distanze dalla predicazione della Chiesa di Jorge Bergoglio (per non dire alimentato la diffamazione complottista).
Ma la dimensione non è solo etica: questo strisciante conflitto ha assunto una connotazione transnazionale e si è trasferito nelle aule di giustizia. È significativo, ma non sorprendente, che negli Stati Uniti e in Italia sia ormai manifesto il contrasto tra potere esecutivo e giudiziario proprio sul tema dell’immigrazione, e che esso costituisca un tratto comune della situazione politica dei due Paesi.
Colpisce come i vari aspetti, giuridici ed etici, siano sovrapponibili, a partire dalla trovata delle espulsioni in discariche estere, albanesi e salvadoregne, e dall’opposizione delle rispettive giurisdizioni a pratiche e procedure che sono, in entrambi i casi, apertamente lesive di diritti elementari, primo fra tutti il diritto al giusto processo, a far valere le proprie ragioni davanti a un giudice terzo e indipendente.
In Italia è stata varata una normativa che nei piani del governo avrebbe dovuto garantire una procedura accelerata di respingimenti tramite il trasferimento all’estero individuato in una lista di Paesi sicuri, la convalida in quarantotto ore del trattenimento e l’espulsione.
Negli Stati Uniti non vi è stata neanche questa parvenza di procedura giurisdizionale: si applica addirittura una legge emergenziale del 1800, utilizzata solo ai tempi dell’invasione inglese del 1812 e della Seconda guerra mondiale (Alien enemies act), pretestuosamente contro i presunti membri di un’associazione criminale (immaginate Sergio Mattarella che promulga lo stato di guerra contro la Mafia).
I giudici distrettuali e federali – come il celebre James Boasberg, presidente della Corte del distretto di Columbia, nominato da George Bush – si sono opposti ai piani dell’esecutivo. Dopo aver constatato che l’amministrazione Trump si è rifiutata di riportare in America un migrante deportato in un carcere salvadoregno per errore, sostenendo che un giudice non può interferire nella politica estera del presidente, Boasberg ha aperto una sorta di indagine preliminare per oltraggio alla Corte: il governo, infatti, non collabora sostenendo di non poter intervenire attivamente presso l’esecutivo di El Salvador.
La Corte suprema federale, pur imbottita di giudici fedeli al presidente degli Stati Uniti, si è svegliata e ha deciso di sospendere i rimpatri con procedura d’urgenza (che dapprima si era rifiutata di bloccare), sostenendo la necessità di garantire agli espulsi un «giusto processo» tramite l’opposizione alla deportazione davanti un tribunale.
È lo stesso tipo di conflitto etico che si combatte anche in Italia, dove i giudici hanno annullato i trasferimenti proprio per consentire ai tribunali di valutare nei dovuti tempi le ragioni degli immigrati, sulla scia di quanto disposto da una sentenza della Corte di giustizia europea.
Le similitudini vi sono anche nelle reazioni dei rispettivi governi, che hanno lamentato l’invasione di campo da parte della magistratura. Quest’ultima, more solito, impedirebbe agli esecutivi di governare sconfinando nelle attribuzioni istituzionali, come ha dichiarato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, mentre sullo sfondo si intravede il fine di annullare la sovranità delle giurisdizioni internazionali.
Proprio qui sta il punto che richiama la grande questione di giustizia sociale posta dall’ultimo Papa, a fronte di una supposta “ragion di Stato”. Bergoglio e i giudici italiani e statunitensi oppongono semplici principi: la solidarietà e la giustizia.
Non sorprenda l’abbinamento: i principi giuridici che regolano le giurisdizioni e le convenzioni internazionali – come quella europea dei diritti umani e la Carta di Nizza, parte integrante del Trattato dell’Unione europea, a cui si ispirano le corti di Strasburgo e Lussemburgo che tanto irritano i sovranisti che se ne vorrebbero liberare – sono essenzialmente affermazioni di valori che traggono origine dal diritto naturale, al pari del diritto canonico che regola l’ordinamento della Santa Sede, il centro della comunità cristiana universale.
Lo spiega bene la professoressa Geraldina Boni, docente di Diritto canonico all’Università di Bologna, nel volume sul processo al cardinale Becciu, dove critica la cattiva applicazione delle norme canoniche in quel processo operata dai giudici dello Stato Vaticano, entità statuale distinta dalla Santa Sede, che agisce in nome della ragion di Stato.
A pensarci bene, non vi è immagine più potente e cristiana della “piccola giudice” di Milwaukee Hannah Dugan. Su richiesta dalla polizia di consegnare un immigrato comparso davanti a lei per un processo per un reato comune, dopo aver appreso che non vi era alcun provvedimento firmato da un giudice, la donna ha scortato di persona il “suo” imputato fuori dal tribunale rifiutandosi di consegnarlo. Per questo motivo l’Fbi l’ha arrestata per favoreggiamento.
Torna in mente un altro “piccolo giudice”, quello protagonista di un romanzo straordinario di Leonardo Sciascia dall’evocativo titolo di “Porte aperte”: «C’è il diritto e non è possibile, di fronte al diritto, che ci siano “emergenza” e “garantismo”. Mi ripugna quando mi sento dire che sono un garantista. Io non sono un garantista: sono uno che crede nel diritto, che crede nella giustizia». Succede a volte che i fini della giustizia e quelli della fede coincidano: a volte succede, e la storia di oggi è uno di quei rari e preziosi momenti.