Il giubilo per la morte di Jorge Mario Bergoglio da parte della deputata dell’ultradestra trumpiana Marjorie Taylor Greene – «il male è stato sconfitto dalla mano di Dio» – è una conferma di quanto era già chiaro ben prima della sua morte: Francesco è davvero stato un Papa della Provvidenza, per ragioni storiche che eccedono largamente i meriti della persona e i limiti del personaggio, e che non hanno niente a che fare con la simpatia o l’antipatia eccitata dal suo caratteristico populismo mediatico. Se si è rifiutato di fare il cappellano degli scervellati del circo Maga e ha schierato la Chiesa all’opposizione del loro fanatismo Gott mit uns, tanto basta a guadagnargli un posto tra i giusti della terra.
Chi crede che lo Spirito Santo non detti solo le scelte dei cardinali elettori del Conclave, ma più ambiziosamente ispiri le coincidenze e le contingenze politiche della storia secolare, dovrebbe sperare che, anche per il successore di Francesco, lo Spirito soffi nella stessa direzione, scegliendo un candidato fedele all’agenda pastorale ed ecclesiale del suo predecessore e altrettanto refrattario al collateralismo politico con i clericofascismi di nuovo conio.
Non serve un Papa buono e sinodale, che peraltro Francesco non era, col suo stile incazzoso e sbrigativamente decisionista; neppure un Papa progressista e liberale, che il gesuita sudamericano Bergoglio non voleva neppure apparire, nella sua esibita estraneità alle contese dottrinarie della Chiesa post-conciliare.
Basta semplicemente un pastore consapevole che le pecore nere ormai eccedono a tal punto quelle bianche, e che il popolo di Dio è germogliato ormai così lontano dalle radici cristiane dell’America e dell’Europa che l’utilizzo della croce come passepartout ideologico della destra etno-nazionalista e dei suoi muri materiali e simbolici costituirebbe una divisione irrimediabile dell’unità della Chiesa.
Bergoglio non era un riformista, non era un progressista, non era un visionario. Era un vescovo con sufficiente esperienza e mestiere da sapere che la storia e la geografia della Chiesa se non possono rapidamente ricongiungersi – la Chiesa cresce soprattutto in Paesi e continenti in cui non ha neppure completato un processo di vera inculturazione – non possono continuare a essere giocate l’una contro l’altra, tra dissociazioni antropologiche e oltranzismi dogmatici.
Chi poi ha un senso profetico della missione della Chiesa universale, e non pensa che il miliardo e quattrocento milioni di battezzati stiano su questa terra solo ad aspettare il giorno della morte e della resurrezione, dovrebbe sperare che il nuovo Pontefice, completando l’opera di Francesco, consolidi una Chiesa insensibile alle seduzioni temporali e alle retoriche da guerra di religione, da cui Bergoglio si è tenuto lontano spingendosi fin troppo pericolosamente in direzione opposta – quello di un ecumenismo pacifista agnostico e ruffiano sulle cause di qualunque conflitto, senza distinguere aggressori e aggrediti – ma che continuano a rappresentare il rumore di fondo di un mondo sempre più minacciato, non solo per parte islamica, dall’identitarismo politico-religioso.
Che i voti e le preghiere o le speranze laiche sul profilo del suo successore siano o meno esaudite, in ogni caso la Chiesa del futuro difficilmente sarà diversa da quella che Bergoglio non ha affatto costruito, ma ha semplicemente riconosciuto, dopo che si era costruita da sé in decenni di progressivo slittamento a Sud del baricentro demografico e culturale della cattolicità.
In Europa e nel Nord America vive oggi un cattolico su quattro. Tra pochi anni la loro somma non raggiungerà quella dei cattolici del solo continente africano e la culla della cattolicità continuerà a essere l’America Latina. Chiunque sia il successore di Francesco, dovrà fare i conti con questi numeri e i conti non potranno dare un risultato molto diverso. Per quanto ci speri il novizio cattolico JD Vance, gli hillbilly della Rust Belt non potranno essere più uguali di quelli messicani nella considerazione della Chiesa.