
In vista della manifestazione di sabato, Giuseppe Conte continua a dichiarare a giornali e televisioni in termini nettissimi la sua radicale opposizione al piano di riarmo (che per fortuna non si chiama più così, ma ormai il danno è fatto) predisposto da Ursula von der Leyen e votato da tutte le principali famiglie politiche europee. È noto che Elly Schlein avrebbe voluto che nel Parlamento europeo anche il Partito democratico, come il Movimento 5 stelle, votasse addirittura contro, in coerenza con quanto da lei stessa dichiarato sin dall’inizio su un piano che a suo giudizio andava «nella direzione sbagliata». Cioè l’esatto opposto di quanto sostenuto dai socialisti europei, secondo i quali, con tutti i limiti e i difetti da correggere, era comunque un primo e importante passo nella direzione giusta. Alla fine, per evitare di finire in minoranza nel suo stesso gruppo, la segretaria del Pd aveva deciso la linea dell’astensione, ottenendo comunque una spaccatura (metà degli eurodeputati hanno votato a favore) e l’isolamento nel Pse. Una svolta politica in ogni caso molto significativa, da tutti avvertita e sottolineata, anche per l’evidente contrasto con la posizione espressa da Romano Prodi (non certo un “oltranzista atlantico”), per non parlare del Quirinale, che sarà confermata anche nelle prossime votazioni (forse anche con più forza di prima, a quanto scrive oggi su Linkiesta Mario Lavia circa i ripensamenti di alcuni “riformisti”).
Nei giorni seguenti, con la consueta furbizia, i dirigenti del Pd hanno quindi cercato di dare a intendere che la loro posizione contro il piano di difesa europea (l’unico che c’è) non fosse affatto contro la difesa europea, ma anzi a favore, anzi l’unica posizione realmente a favore della difesa comune, e dunque contraria al riarmo dei singoli Paesi previsto dal piano von der Leyen, e che insomma il re fosse vestito di tutto punto. Il problema è che questa presa di posizione, già assai poco convincente in sé, arriva dopo l’indimenticabile dichiarazione pronunciata da Schlein in direzione, secondo cui il Pd, sull’Ucraina, non starebbe né con Trump e il suo «finto pacifismo» né «con l’Europa per continuare la guerra».
Il riallineamento alla posizione di Conte, fortissimamente schierato contro tutte le scelte compiute dall’Unione europea sulla guerra in questi ultimi anni, non potrebbe essere più evidente. E a questo punto, sinceramente, conta poco che la segretaria sabato vada pure in piazza «a portare un saluto» o si limiti a mandare una delegazione. Conta che la linea della (futura, ipotetica) coalizione di centrosinistra, sulla questione decisiva della nostra epoca, la dà Conte. Non c’è bisogno di infierire sul fatto che tale linea sia sostanzialmente coincidente con quella di Salvini, cioè di Putin e Trump, come sottolineato anche dall’increscioso episodio della card del Pd, che quasi se ne vantava («Bravo Matteo!»). Bastano le parole di Conte contro von der Leyen e l’Europa delle armi, con toni e argomenti degni di Borghi e Bagnai, per togliere ogni residua credibilità al gioco delle tre carte sulla posizione del Pd contraria alla difesa comune perché favorevole alla difesa comune. Del resto, come sottolineano con soddisfazione i dirigenti più vicini a Schlein, ed è lieto di confermare l’interessato, lo stesso Conte è favorevolissimo a un vero esercito comune europeo. A dimostrazione del fatto che non è una cosa seria.
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