Goodbye, MoscaLa terapia d’urto che ha guarito la Polonia dai mali del comunismo

Nel 1989 l’allora ministro delle Finanze Leszek Balcerowicz ha attuato un piano di riforme drastiche per uscire dal collasso economico. I costi sociali sono stati alti, ma ora il Paese è un modello economico

Unsplash

Negli ultimi anni, ho visitato la Polonia più spesso di qualsiasi altro paese europeo e ogni volta resto colpito dallo straordinario sviluppo economico e dal crescente tenore di vita. Da diversi decenni, la Polonia è il paese con la crescita economica più rapida d’Europa. Prima di viaggiare in un paese, inizio sempre studiandone la storia per poterlo comprendere meglio. Per questo motivo, ho incontrato Alicja Wancerz-Gluza, cofondatrice del Karta Center a Varsavia. Il Centro raccoglie cinquemila libri e opuscoli, circa trentacinquemila giornali, trecento manifesti e mille cartoline del movimento clandestino anticomunista.

Durante la nostra conversazione, Alicja mi ha raccontato le difficoltà della vita quotidiana in Polonia sotto l’economia pianificata socialista. Mi ha mostrato il mucchio di tessere annonarie che i polacchi dovevano utilizzare per acquistare cibo e altri beni fino al crollo del regime socialista alla fine degli anni Ottanta. Le prime tessere furono introdotte nel 1976 per lo zucchero. Da allora, fino alla caduta del regime socialista, ne vennero aggiunte sempre di più, coprendo un’ampia gamma di prodotti, tra cui carne, grassi, burro, detersivo, sapone, sigarette, benzina e persino scarpe.

«Fu un momento davvero speciale», ricorda Alicja, «quando ricevetti una tessera speciale dall’ufficio anagrafe che mi permetteva di acquistare calze bianche per il mio matrimonio. Ci diedero anche un certificato che, in quanto sposi, ci autorizzava a comprare fedi d’oro in una gioielleria. Ma non avevamo i soldi per farlo, e comunque non volevamo anelli. C’erano tessere speciali per ogni occasione: ad esempio, per un funerale si poteva ottenere una tessera per acquistare collant neri».

Ma possedere una tessera non significava poter comprare ciò che si voleva. Spesso bisognava fare ore di fila per riuscire a ottenere il prodotto desiderato. Le persone si scambiavano anche le tessere, se avevano bisogno di qualcosa di diverso. Ad esempio, una tessera per la vodka (ogni adulto poteva acquistarne una bottiglia al mese) poteva essere scambiata con una per il caffè.

Per comprare mobili, una lavatrice o un televisore, bisognava fare la coda nelle cosiddette kolejki społeczne (file sociali). In alcuni casi, ci si doveva presentare in coda ogni giorno per uno o due mesi, restando in attesa per ore. I membri della famiglia si alternavano, dandosi il cambio ogni poche ore. Spesso toccava ai nonni fare la fila, poiché erano quelli con più tempo a disposizione per resistere in coda per giorni interi.

Non molto tempo fa, la Polonia era uno dei paesi più poveri d’Europa. Nel 1989, un lavoratore polacco guadagnava l’equivalente di appena cinquanta dollari al mese, un decimo dello stipendio medio di un tedesco occidentale. Anche considerando le differenze nel potere d’acquisto tra i due Paesi, il salario netto di un polacco era comunque solo un terzo di quello di un lavoratore della Germania Ovest. All’epoca, i polacchi erano più poveri degli ucraini e il Prodotto interno lordo pro capite era la metà di quello cecoslovacco. L’inflazione era alle stelle: duecentosessanta per cento nel 1989 e quattrocento per cento nel 1990.

Nel 1910, il reddito medio in Polonia era pari al cinquantasei per cento di quello di un cittadino dell’Europa occidentale. Tuttavia, alla fine dell’era socialista, che si estese dal 1945 al 1990, i redditi erano crollati drasticamente: nel 1990, un polacco guadagnava appena il trentuno per cento dello stipendio medio di un europeo occidentale.

Tuttavia, grazie a un coerente programma di riforme capitaliste, il tenore di vita in Polonia è aumentato notevolmente. Nel 2016, ha raggiunto il cinquantasette per cento di quello degli europei occidentali, il cui livello di benessere è cresciuto significativamente dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tutti i gruppi sociali in Polonia hanno tratto beneficio dal capitalismo.

Come spesso accade nella storia, è fondamentale non sottovalutare l’impegno e l’influenza di alcune figure chiave. Tra tutte, spicca il nome di Leszek Balcerowicz, ex ministro delle Finanze, che ho avuto l’opportunità di incontrare a Varsavia. Balcerowicz, economista di orientamento liberista, si ispira agli insegnamenti di Ludwig von Mises e Friedrich August von Hayek. Fu ministro delle Finanze nel primo governo democraticamente eletto della Polonia nel 1989, presidente della Banca Nazionale Polacca (2001-2007) e due volte vice primo ministro (1989-1991 e 1997-2001).

Balcerowicz elaborò un programma di riforme capitaliste che in seguito divenne noto come terapia d’urto. «Sulla base dei miei studi sulle riforme e della consapevolezza di quanto fosse drammatica la situazione economica della Polonia nel 1989», dichiarò, «ero profondamente convinto che solo una strategia radicale avrebbe potuto funzionare.»

Come spesso accade con le riforme radicali, la situazione inizialmente peggiorò. Ma la perseveranza dei polacchi venne ampiamente ricompensata, poiché il programma di Balcerowicz permise alla Polonia, nel 1992, di diventare il primo paese ex-socialista a tornare sulla via della crescita economica, ponendo le basi per il suo successo futuro.

I comunisti descrivevano la loro nazione come un paradiso per operai e contadini, ma in Polonia furono proprio gli operai a rovesciare il sistema. Il maestoso Europejskie Centrum Solidarności (Centro Europeo della Solidarność) è una toccante testimonianza di questo evento storico a Danzica, città che ho avuto modo di visitare.

Il cantiere navale di Danzica è un luogo simbolico, perché è lì che iniziò la fine del comunismo. L’intera storia della Polonia nel dopoguerra è segnata da scioperi ripetuti e proteste continue da parte dei lavoratori, molte delle quali furono brutalmente represse. Un esempio emblematico sono gli scioperi iniziati il 14 dicembre 1970 nel cantiere navale di Danzica. Nella notte del 15 dicembre, l’esercito circondò la fabbrica con i carri armati. Quando gli operai uscirono, i soldati aprirono il fuoco prima di fare irruzione all’interno. Quello stesso giorno, scoppiarono scioperi anche nel cantiere navale di Gdynia. Ci furono morti e feriti.

Nelle carceri e nei centri di detenzione temporanea, i manifestanti furono brutalmente picchiati fino a perdere conoscenza e riportarono gravi lesioni. Gli scioperi e le manifestazioni si diffusero in molte altre città durante quella settimana di dicembre 1970, causando la morte di quarantacinque persone. Tra le vittime, dodici avevano meno di vent’anni, mentre ventiquattro non avevano ancora compiuto trent’anni. Complessivamente, furono ferite millecento persone, per lo più operai.

Il cantiere navale è oggi adornato da targhe commemorative che riportano i nomi e l’età degli operai uccisi. Alcuni di loro avevano appena quindici, sedici o diciassette anni. Un’ideologia creata da intellettuali, che prometteva un paradiso per i lavoratori, venne infine abbattuta proprio dagli operai.

 

X