Progettare il futuroIl “Piano di adattamento” delle Isole Marshall è un saggio sul riscaldamento globale

In questo estratto di “Tempo di ritorno” (Guanda), Ferdinando Cotugno descrive la preparazione dello Stato insulare dell’Oceania a un ulteriore innalzamento del livello del mare. Sempre con una drastica opzione all’orizzonte: l’abbandono collettivo

Majuro, capitale delle Isole Marshall (Wikimedia Commons)

Da Milano, le Isole Marshall sono più lontane pure della Luna. Una notte lisergica d’autunno ho cercato come arrivarci: il viaggio di andata e ritorno dall’Italia dura quasi una settimana, solo di aerei e aeroporti. Si vola con United Airlines da Milano fino a Chicago, scalo di una decina di ore, volo per Honolulu, altro scalo, volo per Majuro: durata sessantasette ore. Al ritorno, volo per Honolulu, scalo infinito, volo per Incheon, ultimo passaggio aeroportuale del periplo, poi volo per casa: durata settanta ore. 

Se il cambiamento climatico fosse un plotone di esecuzione, queste 50mila remotissime anime sarebbero in cima alla lista, già con gli occhi fissi sul fondo della canna del fucile. Sono cinque isole e ventinove atolli di corallo sulla linea dell’Equatore, nell’Oceano Pacifico. L’altitudine massima è di due metri: nel 2100 l’innalzamento del livello del mare sarà superiore al metro. Forse un metro e trenta centimetri. Dal 1993 si è alzato di dodici centimetri. Vivere nella crisi del clima alle Isole Marshall è giocare a scacchi con l’acqua che invade le case, le strade e i cimiteri. 

Il loro era un destino immaginato per una termodinamica del pianeta più stabile: le Isole Marshall sono una nazione anfibia. Per ogni chilometro quadrato di suolo, ci sono 10732 chilometri quadrati di oceano. L’esistenza del loro futuro dipende dall’equilibrio idraulico della Terra. Conoscono il Thwaites, il ghiacciaio nel Mare di Amundsen, nell’Antartide occidentale, grande più o meno quanto l’Italia. 

Dopo l’ultima ispezione nel 2023, il British Antarctic Survey lo ha descritto così: pieno di crepe, sembra un parabrezza rotto. Notizie che ignoriamo, per le quali a Majuro non possono concedersi il lusso dell’indifferenza. Se scivolasse nell’oceano, Thwaites causerebbe un innalzamento globale dei mari di oltre mezzo metro, aprendo la strada a una fusione incontrollata in Antartide occidentale. Lo chiamano doomsday glacier, ghiacciaio dell’apocalisse.

Nel 2023 le Isole Marshall hanno pubblicato il loro Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. I funzionari dell’Onu e della Banca Mondiale lo hanno definito, con stupore e rispetto, il più dettagliato e meglio scritto al mondo. Ci credo, sei dettagliato e scrivi bene, quando scrivi per salvarti la vita. Di solito questi piani sono vaghi, aspirazionali, compilati per rispondere a prolissi archetipi di burocrazia ambientale. Quello italiano è stato approvato negli stessi mesi di quello delle Isole Marshall, al termine di uno svogliato percorso durato dieci anni e sei governi. Il nostro corre per centinaia di pagine senza senso, soldi, idee. Scartoffie per la fine di un mondo che non è il nostro. 

Nelle Isole Marshall invece non se lo potevano permettere. Per loro non è burocrazia, è il loro primario progetto di sopravvivenza. Il loro piano di adattamento è il più importante saggio sul riscaldamento globale mai scritto. La loro progettazione del futuro arriva al 2150, ben oltre i termini dell’accordo di Parigi, un anno in cui anche i nipoti di chi lo ha redatto saranno anziani o morti. Stanno programmando la nazione per oltre cinque generazioni, le stesse che separano il presente dall’invenzione della radio e dei primi pneumatici per le automobili. Il piano sarà rivalutato nel 2040, poi nel 2070, poi nel 2100. 

A ogni passaggio sarà presa in considerazione l’opzione estrema: l’abbandono collettivo della loro terra. Questi passaggi si chiamano atoll triage. Triage, come quando entri in Pronto Soccorso e ricevi un codice, rosso, giallo, verde, bianco, in base alla tua probabilità di morte imminente. Le isole e gli atolli delle Isole Marshall torneranno tre volte in triage nel corso di questo secolo. Ogni volta bisognerà prendere una decisione razionale e disperata: che facciamo? Rimaniamo? Ce ne andiamo? Se succedesse, non sarebbero migranti climatici come gli altri. Non li aspetta un campo profughi alla periferia di una città australiana, come capita a chi vive in altri arcipelaghi del Pacifico. 

Gli abitanti delle Isole Marshall sanno benissimo dove andare. Per via di un accordo firmato negli anni ’80, ogni cittadino dell’arcipelago può trasferirsi a tempo indeterminato negli Stati Uniti, senza chiedere il visto o la green card. Non è una generosa concessione, i marshalliani hanno conquistato questo diritto a un prezzo molto alto. Tra il 1946 e il 1958, gli Stati Uniti hanno fatto scoppiare sessantasette bombe atomiche sulle Isole Marshall. Dal 1952 erano bombe all’idrogeno. La prima si chiamava Ivy Mike, fu sganciata sull’atollo di Enewetak. Era troppo grande e complessa per una guerra, fu usata come esperimento per collaudare la tecnologia delle detonazioni multiple inventata da Edward Teller. 

Nelle narrazioni occidentali, questa applicazione pratica della teoria della mutua distruzione assicurata viene raccontata come se lì non abitasse nessuno. Non è vero, ci abitavano loro. Per noi la Guerra Fredda ha avuto un lieto fine: non è successo niente, l’abbiamo scampata. Per loro è andata diversamente: hanno subito l’equivalente di 1,6 bombe di Hiroshima ogni giorno per dodici anni. Dopo la firma del memorandum di redenzione con gli Stati Uniti, ventimila abitanti delle isole hanno già scelto di andare in America e si sono trasferiti in Iowa, Oklahoma, Michigan. 

Gli altri si ostinano a rimanere: per i più abili naviganti del mondo non e` facile lasciare l’oceano. Di solito, le tradizioni arcaiche di navigazione si basano sulle stelle, le loro integrano quella conoscenza con la pratica tattile di onde e correnti. Toccano il mare, sanno leggerlo con le mani. Nella lingua locale non si danno le indicazioni dicendo destra, o sinistra, ma «dalla parte dell’oceano», l’esterno, o «dalla parte della laguna », l’interno. L’oceano è un alfabeto. In Oklahoma non si parla quella lingua. Vivere lì è già una forma negoziata di estinzione.

Il Piano di adattamento è anche il più costoso al mondo in proporzione alla popolazione: servono trentacinque miliardi di dollari di nuove infrastrutture per salvare l’abitabilità delle isole. Muri contro il mare e nuova terra per rifondare in alto le città. Come alle Maldive, un’altra nazione anfibia di fronte al plotone di esecuzione. Rispetto alle Marshall, i maldiviani sembrano quasi dei privilegiati, hanno più tempo, più suolo, più attenzione internazionale e più risorse. 

Trentacinque miliardi di dollari sono soldi che le Isole Marshall non possono nemmeno lontanamente aspirare ad avere – il PIL locale è di 258 milioni di dollari l’anno – ma ai quali hanno diritto. Molto diritto. Non hanno causato l’innalzamento degli oceani, così come non avevano chiesto l’esplosione di sessantasette ordigni nucleari in prossimità delle loro isole: erano solo nel posto più sbagliato sulla Terra che, talvolta, è anche il più remoto. 

Guanda

Da “Tempo di ritorno” (Guanda), di Ferdinando Cotugno, 2025, 272 pagine, 18,00 €

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