
In molti si stanno chiedendo da dove vengano le strane percentuali che Donald Trump ha mostrato al mondo intero in due giganteschi cartelloni stile piazzista anni Ottanta, per giustificare i dazi alle principali economie del mondo. Accanto a ogni Stato: Cina, Unione europea, Vietnam, Taiwan e via tassando, ci sono due colonne. La seconda in giallo, è la notizia su tutti i media di oggi, quante tasse gli Stati Uniti imporranno ai partner commerciali.
Ma ancora più interessante è quella in azzurro: la colonna «Tariffs charged to the Usa (tariffe doganali applicate agli Stati Unitii, ndr)» con un piccolo sottotitolo «incluse le manipolazioni valutarie e le barriere commerciali». Leggendole, si scopre che la Cina tassa già i prodotti americani del sessantasette per cento, l’Unione europea del trentanove per cento. E addirittura il Vietnam imporrebbe dazi del novanta per cento sui prodotti americani.
Il messaggio è semplice e brutale: questi sono i Paesi che ci sfruttano, e questi sono i dazi che da oggi li riporteranno in riga. Ma da dove vengono quei numeri? Non sono tariffe ufficiali, non corrispondono a tabelle doganali, non appaiono nei database della Organizzazione mondiale del commercio. Sono numeri credibili? Conoscendo Trump, no. E infatti il Financial Times ha raccontato il trucco. Non è un errore, ma una scelta consapevole: una formula costruita ad arte per apparire semplice, ma fondata su un’interpretazione distorta — e in alcuni casi assurda — del concetto di reciprocità. Un metodo tanto surreale quanto sistematico. C’è, insomma, una logica in questa follia. Solo che è una logica sbagliata.
Ecco come funziona: la percentuale scritta sul cartellone si ottiene prendendo il deficit commerciale bilaterale degli Stati Uniti con un determinato Paese, dividendolo per il totale delle importazioni da quello Stato. A volte dimezzato, perché «il Presidente è indulgente e vuole essere gentile con il mondo» per citare le parole di un funzionario dell’Amministrazione Trump dette ai giornalisti e riportate dal New York Post. Con questo schema, tutto diventa dazio. Anche il fatto che gli Stati Uniti comprino caffè o banane da Paesi tropicali diventa la prova che quei Paesi «stanno imbrogliando». Il che, oltre a essere economicamente insensato, ha conseguenze pesanti per la politica commerciale americana.
Prendiamo il Bangladesh. Secondo i dati ufficiali, gli Stati Uniti hanno importato beni per 8,4 miliardi di dollari nel 2024 e registrato un deficit commerciale di 6,2 miliardi. 6,2 diviso 8,4 fa 73,8 per cento. Risultato: nel tabellone di Trump, il Bangladesh impone una tariffa del settantaquattro per cento. Quindi addirittura arrotondata per eccesso. Nessuna menzione delle vere aliquote, nessuna distinzione tra prodotti o dazi doganali reali. Tutto è racchiuso in quel numero, che somma presunte barriere, manipolazione valutaria e ogni altra ingiustizia percepita. Le cosiddette verità alternative che abbiamo visto nel primo mandato di Trump.
Per giustificare questo intervento, la Casa Bianca ha richiamato un mix di leggi: International Emergency Economic Powers Act, National Emergencies Act, e sezioni 301 e 604 del Trade Act del 1974. Una giungla legale che serve a mascherare l’arbitrarietà del criterio. Mai come in questo caso, Trump ha dato i numeri.