
L’agricoltura è stata, senza dubbio, una delle rivoluzioni più importanti per lo sviluppo umano e la formazione della società come la conosciamo oggi. La coltivazione delle piante, e poi l’allevamento degli animali, hanno permesso all’essere umano di essere stanziale e formare le prime comunità, oltre a garantire maggiore accesso al cibo, e quindi di crescere e prosperare. Ogni sviluppo agricolo, dall’aratro nell’antico Egitto fino ai droni per fertilizzare i campi pensati dalla giapponese Yamaha, negli anni Ottanta, ha rappresentato un enorme passo per aumentare le produzioni e la disponibilità alimentare, attraverso un processo di ottimizzazione del lavoro nei campi e una sempre crescente conoscenza delle tecniche e delle scienze agrarie. L’avanzamento dell’agricoltura, specie dopo la rivoluzione industriale, insieme alla crescita esponenziale della popolazione mondiale, ha fatto emergere le criticità legate all’erosione del suolo e all’impatto negativo sull’ambiente, ponendo quindi la necessità di ritrovare pratiche agricole più sostenibili al fine di garantire la produzione di cibo per il futuro.
Fare agricoltura oggi significa garantire la produzione di cibo per la popolazione come lo è stato sempre, ma con la necessità di trovare sistemi più virtuosi per l’ambiente e la società, oltre ad adottare approcci sempre più etici a tutela dei lavoratori. È così che abbiamo scoperto le forme di agricoltura verticale o quelle di precisione, che sono forse il futuro del modo di coltivare la terra. Ma prima di queste, si sono sviluppati i sistemi agricoli che sono alla base della conoscenza per la produzione di cibo tutt’oggi in uso.
Vi presentiamo una sintesi delle agricolture praticate, per iniziare a comprendere meglio perché si opta per forme poco sostenibili o, diversamente, per agricolture a bassa resa. Riunendole, si intuisce quanto possa essere complesso trovare modelli di produzione del cibo che siano sostenibili su tutti i fronti e che la strada per un’alimentazione mondiale equa è ancora in costruzione.
Agricoltura intensiva
È la forma di produzione agricola dal maggior impatto per l’ambiente in quanto tende a massimizzare la resa delle colture attraverso anche l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici utili a difendere la pianta e renderla produttiva. È associata all’uso di tecnologie e grossi macchinari agricoli per la gestione delle produzioni, allontanando questo tipo di agricoltura dalla visione bucolica (e distorta) con cui spesso la immaginiamo. L’obiettivo dell’agricoltura intensiva, alla quale fanno riferimento le grosse industrie alimentari, è di ottenere la maggiore quantità di cibo nel minor spazio possibile, quindi di avere campi molti estesi per produzioni importanti destinate al consumo umano, o alla produzione di mangimi per animali da allevamento. In entrambi i casi si pratica spesso per la coltivazione di cereali (grano, mais, orzo, avena), ma non solo.
L’agricoltura intensiva è ormai riconosciuta come una pratica agricola che consuma il terreno e lo rende scarsamente produttivo con il passare del tempo. Inoltre, l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici inquina l’ambiente circostante con un impatto negativo sulla biodiversità, perché sono avversi alle piante e agli animali responsabili dell’impollinazione. Per mitigare questi problemi si ricorre a ulteriori tecniche come l’agricoltura di precisione: un sistema che sfrutta la tecnologia per ottimizzare la distribuzione di acqua, pesticidi e fertilizzanti solo dove necessario.
Seppure risulta essere la tipologia di agricoltura più impattante e massiva, i vegetali ottenuti dalle colture intensive, secondo gli studi, non influiscono negativamente sulla salute dei consumatori. Tuttavia, possono presentare residui chimici che devono comunque rimanere sotto le soglie indicate dai regolamenti europei sul tema.
A fare la differenza è il sapore. A parità con altre colture, i raccolti derivati da agricoltura intensive sono spesso di buon aspetto e uniformi, ma perdono in sapore e micronutrienti (come le vitamine). Questo non è dovuto alla pratica agricola in sé, ma alla scelta dei semi che sono selezionati per caratteristiche che puntano sulla resistenza e conservazioni dei prodotti, più che alla qualità nutrizionali e al gusto.
Oggi la pratica dell’agricoltura intensiva è ampiamente usata a livello mondiale (Stati Uniti e Brasile in testa), ma si sperimentano modi per migliorare il suo impatto sull’ambiente: dall’agricoltura di precisione sopra citata, allo skyfarming, passando a sistemi intensivi calmierati come l’agricoltura semi-intensiva. La sperimentazione tecnologica e innovativa a cui apre l’agricoltura intensiva è da vedere come una opportunità, non una minaccia. Questa, combinata a pratiche sostenibili e quindi in altre forme di agricoltura, potrebbe aprire a nuovi sistemi a basso impatto e buona resa per la produzione del cibo del futuro.

Agricoltura estensiva
È quella che chiamiamo comunemente agricoltura convenzionale (nel quale rientra anche il sistema intensivo), ed è una forma di coltivazione che tende a utilizzare maggiori superfici di terreno meno densamente popolato di colture. Rispetto alla tecnica intensiva risulta quindi meno impattante per l’ambiente perché non degrada velocemente il suolo, fa meno ricorso all’uso di fertilizzanti o pesticidi oltre che a un ridotto utilizzo di macchinari e tecnologia agricola.
È solitamente praticata in luoghi a bassa densità abitativa o in zone dalle terre poco fertili e, al contrario della pratica intensiva, ha rese basse ma con costi relativamente minimi. C’è tuttavia una base di rischio maggiore per l’agricoltore che, in mancanza di macchinari e agenti chimici, è più esposto ai danni derivati da agenti naturali (malattie delle piante, fenomeni climatici) che possono compromettere le piante e abbassare ulteriormente le rese. In generale, è una forma agricola meno produttiva e quindi meno redditizia seppur maggiormente favorevole all’ambiente.
È una pratica utilizzata in tutto il mondo, dal continente americano fino alla Russia. In Europa e Italia è meno sfruttata e comunque spesso combinata a sistemi biologici o di agricoltura conservativa (vedi sotto).
Agricoltura di sussistenza
L’orto dei nonni è agricoltura di sussistenza. Si tratta di quella forma di agricoltura sviluppata per l’autoconsumo della famiglia o di piccole comunità, generalmente svolta in piccole porzioni di terreno. È la base dell’agricoltura nella storia ed è diffusa ancora molto nel mondo, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, dove rappresenta una forma di sussistenza spesso fondamentale.
Si basa su pratiche agricole essenziali e tradizionali, non prevede l’uso di tecnologie o agenti chimici, ma si affida alle risorse dell’ambiente per la sua produttività. Sta ritrovando un rinnovato interesse da parte di molti, ma si tratta di una forma agricola molto esposta ai cambiamenti climatici, in quanto non dispone quasi mai di mezzi e strumenti di contrasto e sfrutta tecniche come la rotazione delle colture per mantenere la fertilità del terreno e renderlo produttivo nel tempo.
Seppur con rese basse, i raccolti da agricoltura di sussidenza, praticati in Italia e in Europa, possono essere anche destinati alle vendite nei mercati locali ma, in nessun modo, l’agricoltore può accedere a contributi pubblici di supporto.
In Italia, l’agricoltura di sussistenza è spesso praticata come hobby o rappresenta il primo ingresso all’agricoltura per i giovani che cercano pratiche sostenibili nella produzione del cibo. I costi di questa forma agricola sono bassi, ma le incertezze climatiche mettono in difficoltà maggiore queste forme basilari di produzione alimentare. Lo studio di metodi semplici per migliorare la produttività ed efficienza dei terreni sfruttando tecnologie e pratiche sostenibili potrebbe essere una risorsa preziosa in questa forma agricola.
Agricoltura biologica
È la pratica di agricoltura non convenzionale tra le più famose e istituzionalizzate, che basa i suoi principi fondamentali sull’esclusione di sostanze chimiche di sintesi a ogni livello, il divieto di utilizzo di Ogm e il sostegno di pratiche naturali che preservano la fertilità della terra, la biodiversità e la salute dell’ecosistema.
Per mantenere questi parametri gli agricoltori che coltivano in biologico adottano tecniche naturali come la rotazione delle colture e i sovesci (pratica agronomica che consiste nell’interrare materiale vegetale per fertilizzare il terreno e apportare azoto se si interrano piante di legumi) per arricchire il terreno e l’utilizzo di insetti antagonisti, estratti vegetali e trappole come sistema di difesa naturale al posto dei pesticidi chimici.
L’Italia è tra i Paesi europei con la maggiore superficie coltivata in biologico (superata da Francia e Spagna) secondo i dati Eurostat del 2022, dati che vedono una crescita costante delle terre destinate al biologico in tutta Europa perché agricoltori, istituzioni e consumatori ne percepiscono il beneficio su terra e ambiente, nei prodotti finali oltre al positivo apporto sulle economie delle aziende agricole.
A differenza dell’agricoltura convenzionale, il biologico ha sicuramente costi più elevanti di gestione che si riversano poi sul prodotto raccolto e posto in commercio. A questo, si aggiungono i tempi lunghi (fino a due anni) per l’ottenimento delle certificazioni necessarie per poter dichiarare biologico un alimento sul mercato. Esistono però aziende agricole che, pur lavorando in biologico, scelgono di non farsi certificare perché attratti dal sano principio, più che dal vantaggio commerciale di dichiarazione in etichetta. È una forma agricola in continua espansione, anche se si fanno sempre più strada formule orientate non solo a preservare l’ambiente agricolo, ma a migliorarlo.
Agricoltura rigenerativa
Definita anche organico rigenerativa, è una pratica che si fa largo a partire dagli anni Ottanta del Novecento per contrastare i disagi ambientali apportati dall’agricoltura intensiva. Si basa su principi di salvaguardia dell’ambiente attraverso pratiche agricole naturali che aumentano la fertilità del suolo e la biodiversità.
A differenza delle pratiche agricole tradizionali, la rigenerativa sfrutta la copertura erbacea del suolo per prevenire erosione e ottimizzare l’acqua presente nel terreno, minimizza l’uso di lavorazioni del terreno e punta sulla rotazione di colture per prevenire malattie e impoverimento del suolo, oltre a favorire la biodiversità. Non è previsto poi l’uso di sostanze chimiche di sintesi, ma si promuovono fertilizzanti naturali e insetti per il controllo dei parassiti.
A differenza dell’agricoltura biologica, che vuole avere un basso impatto sull’ambiente, quella rigenerativa punta a migliorare in modo positivo l’ecosistema agricolo, quindi ad aumentare la fertilità della terra nel corso del tempo.
Tuttavia, se il risultato della pratica biologica è riconosciuta dal mercato (vedi certificazioni europea che rende riconoscibile il biologico dal consumatore), la rigenerativa non dispone di riconoscimenti istituzionalizzati, ma di certificazioni private. Questo scoraggia gli agricoltori che non sono sostenuti dal mercato e si trovano a dover affrontare spesso spese importanti per convertire un terreno in un campo rigenerativo.
Agricoltura biodinamica
È la forma di agricoltura che sfrutta i principi dell’agricoltura biologica e rigenerativa attraverso l’utilizzo di tecniche olistiche e spirituali che, secondo le teorie, sfruttano le energie della natura. Tra le pratiche più note e sfruttate c’è l’osservazione dei cicli lunari per la coltivazione e l’utilizzo di preparati organici per migliorare la fertilità del suolo. Si tratta di pratiche che, nel loro insieme, non hanno un effetto negativo sulla produzione e sull’ambiente, ma si basano su principi filosofici che non trovano riscontro nella scienza, rendendoli di fatto controversi.
Alla base dell’agricoltura biodinamica c’è un concetto di autosufficienza nel modello di produzione, ovvero la creazione di sistemi agricoli capaci di reperire al proprio interno tutto il necessario per la produzione di cibo. Per esempio, un’azienda biodinamica dispone quasi sempre di un allevamento animale utile per la produzione del letame che fertilizzerà il terreno dove nasceranno prodotti agricoli. A loro volta, gli animali si nutrono, in parte, degli elementi di scarto della produzione agricola. Il letame, inoltre, viene sempre arricchito con altri composti organici per stimolare ulteriormente la fertilità della terra e la crescita vegetale. Tra questi composti, i più diffusi sono il cornoletame – conosciuto anche con il nome di preparato 500, fatto di sterco di vacca fermentato in un corno interrato per mesi, usato per arricchire il suolo, e il cornosilice – preparato 501 –, composto da quarzo macinato e fermentato sempre in un corno e poi spruzzato sulle piante per stimolarne la crescita. Questi preparati, come gli altri previsti in biodinamica, sono stati definiti dal maggiore teorico dell’agricoltura biodinamica, Rudolf Steiner.
Tuttavia, il loro effetto non è stato comprovato. Uno dei più recenti studi sul tema, ad esempio, sostiene che i preparati 500 e 501 non migliorano la fisiologia della vite rispetto al biologico.
Le aziende agricole in Italia certificate biodinamiche risultano essere circa seicento – stando ai dati 2022 di Demeter, ente certificatore – ma l’assenza di validazione scientifica divide l’opinione pubblica sull’utilità di questa pratica.
