Il manuale dell’autocrate del XXI secolo non esiste solo perché basta seguire alla lettera quanto promesso e mantenuto da Viktor Orbán nei suoi quindici anni al potere in Ungheria. Nel suo inquietante discorso del 2014 sulla democrazia illiberale, tenuto a Băile Tușnad, in Romania, il premier ungherese ha tracciato con disarmante chiarezza la rotta da seguire: svuotare le istituzioni, concentrare il potere, usare la democrazia come copertura per instaurare un controllo quasi assoluto, ma apparentemente democratico. Appunti utili per i discepoli sovranisti che negli ultimi anni hanno cercato di picconare le democrazie occidentali dall’interno: uno su tutti Donald Trump, che non ha escluso di candidarsi per un terzo mandato come presidente degli Stati Uniti, anche se vietato dal ventiduesimo emendamento della Costituzione americana.
Ma una volta preso il potere e fatto cadere a uno a uno i pilastri dei sistemi democratici, cosa rimane, oltre le macerie? La democrazia illiberale porta almeno un po’ di prosperità economica, o si limita a mortificare le minoranze e ad arricchire nuove e più rozze élite populiste? Se lo è chiesto Anne Applebaum, che in un lungo approfondimento per l’Atlantic ha analizzato i quindici anni al potere di Orbán, a cui si potrebbero aggiungere i quattro del suo primo mandato, tra il 1998 e il 2002. La promessa di prosperità, natalità e leadership economica regionale è svanita. Dopo le promesse sono rimasti il declino, la stagnazione e una povertà mascherata dal marketing del turismo straniero nella capitale.
La trasformazione dell’Ungheria sotto Viktor Orbán è un racconto che attrae l’estrema destra americana, ma che dovrebbe allarmare chiunque creda nella democrazia liberale. «Un tempo considerata il Paese più ricco dell’Europa centrale – la “baracca più felice del blocco socialista”, come veniva chiamata durante la Guerra fredda – e successivamente la nazione della regione più amata dagli investitori stranieri, l’Ungheria è oggi tra i Paesi più poveri, se non il più povero, dell’Unione europea», scrive Applebaum.
I numeri sono impietosi. La produzione industriale cala anno dopo anno, la produttività è tra le più basse della regione, la disoccupazione cresce e la popolazione diminuisce. Alla faccia delle politiche sulla famiglia e la natalità tanto lodate in Italia. Per tre anni consecutivi, l’Ungheria è stata classificata come il paese più corrotto dell’Unione europea. Anche la Heritage Foundation, think tank vicino alla destra americana, ha piazzato l’Ungheria in fondo alla classifica europea per l’integrità governativa.
Ma quale è, in concreto, il modello ungherese? Un copione già visto in altri decenni del Novecento: sostituzione dei funzionari pubblici con fedelissimi, distruzione della stampa libera tramite pressioni economiche, chiusura di università autonome, politicizzazione della giustizia, modifica ripetuta della costituzione per favorire il partito di governo. Durante la pandemia, Orbán si è attribuito poteri straordinari, che non ha più restituito al Parlamento.
Anche la politica migratoria segue i capricci del premier. Se si tratta di persone povere in cerca di rifugio e lavoro, i confini ungheresi sono chiusi. Se invece si tratta di ricchi stranieri, le porte sono aperte. Il governo Orbán ha concesso visti di soggiorno a chiunque investisse almeno trecentomila euro in obbligazioni statali, vendute da società offshore, poco trasparenti. Il premier ungherese ha poi rafforzato legami con Russia e Cina, consentendo investimenti opachi negli atenei nazionali da parte di Pechino e adottando in maniera sfacciata la retorica di Mosca, bloccando anche gli aiuti all’Ucraina con un veto al Consiglio europeo.
Orbán ha favorito la nascita di una ristretta élite economica legata direttamente a lui. Il termine “NERistan” (da Nemzeti Együttműködés Rendszere – Sistema di Cooperazione Nazionale) è ormai diffuso per identificare quel circolo ristretto che prospera grazie all’accesso privilegiato agli appalti pubblici. La testata investigativa Direkt36 ha mostrato nel documentario The Dynasty come l’azienda energetica Elios Innovatív, co-fondata dal genero di Orbán, István Tiborcz, abbia vinto numerosi appalti statali ed europei tramite gare costruite su misura.
L’Unione europea ha riscontrato irregolarità in trentacinque di questi contratti, rilevando conflitti di interesse. Un altro programma, il Kisfaludy per lo sviluppo turistico ha distribuito trecentosedici miliardi di fiorini ungheresi, due terzi dei quali finiti nelle mani dello 0,5 per cento dei richiedenti, molti dei quali legati a Tiborcz. Lőrinc Mészáros, ex idraulico divenuto multimilionario e amico personale del premier, ha attribuito la sua fortuna a «Dio, alla fortuna e a Viktor Orbán», spiega Applebaum.
Tutto questo accade in un sistema dove la legge è stata piegata per rendere legale il clientelismo. Le procure, controllate dal partito, non indagano. «Questo tipo di corruzione è in gran parte legale, perché le leggi, i contratti e le norme sugli appalti sono scritti in modo da renderla possibile. E anche se fosse illegale, i pubblici ministeri controllati dal partito non aprirebbero alcuna indagine. Ma le dimensioni della corruzione sono tali da distorcere l’intera economia», scrive Applebaum. «Un imprenditore ungherese e un economista ungherese con cui ho parlato – entrambi hanno chiesto l’anonimato per timore di ritorsioni – hanno calcolato separatamente che “NERistan” rappresenta circa il venti per cento dell’economia ungherese». Quindi un quinto delle imprese in Ungheria «non opera secondo criteri di mercato né secondo il merito, ma unicamente in base alla lealtà».
Anche la negazione della realtà, così cara all’amministrazione Trump, fa parte del bagaglio del premier ungherese. Nel suo discorso annuale del 2023 sullo stato della nazione, Orbán dichiarava: «Fidatevi di noi. Potete scommetterci: entro la fine dell’anno, l’inflazione sarà a una cifra». La realtà? Inflazione media al diciassette per cento. Per il 2024 il governo prometteva una crescita del quattro per cento, ma il dato reale si è fermato allo 0,6 per cento. Chiunque metta in discussione questa narrazione ufficiale viene escluso dai media pubblici. Nell’ultimo anno, il governo ungherese ha creato un Ufficio per la Protezione della Sovranità, incaricato di colpire e delegittimare organizzazioni indipendenti come Transparency International e Atlatszo.hu.
Eppure, per una parte significativa del movimento Make america great again, l’Ungheria rappresenta un modello da seguire. Durante la campagna presidenziale del 2024, Viktor Orbán ha incontrato più volte Donald Trump. Già nel 2022, il think tank pro-Orbán aveva ospitato la conferenza Cpac a Budapest, e pochi mesi dopo il premier ungherese era volato in Texas per partecipare al Cpac di Dallas.
A guardar bene, ci sono già le prime tracce dell’orbanizzazione dell’America. Con Elon Musk che orienta agende politiche pur essendo fornitore del governo, con il Dipartimento di Giustizia e l’Fbi sempre più polarizzati, con la Costituzione messa in discussione e col rischio concreto di importare anche stagnazione, corruzione e declino. Per ora Trump ha già ottenuto l’inflazione. Per il resto, basterà aspettare.