Fa specie scriverlo nei giorni del congresso della Lega, che una volta era Lega Nord e invece oggi, per la prima volta, ha delegati in ogni parte d’Italia, pure a Canicattì (si chiama Lillo Burgio, ed è responsabile per gli enti locali della Lega in provincia di Agrigento). Il sogno della secessione è finito? No. Non c’è più bisogno di metterlo in agenda, perché l’obiettivo sembra largamente raggiunto, nei fatti. Mai Nord e Sud del Paese sono stati così distanti.
La distanza non è fatta solo di Pil, di tassi di occupazione o di servizi sanitari a due velocità. È fatta di chilometri che non si riescono più a colmare, se non a caro prezzo. È fatta di treni che si fermano a Salerno. Di voli che costano più di quelli per New York. Di autostrade interrotte, mai terminate o mai iniziate.
In questa maxi Pasqua, come a Natale, come ogni estate, per chi vive al Nord e vuole tornare in Sicilia – o semplicemente scoprire il Sud – si apre un’odissea di prenotazioni folli, voli fantasma, tariffe insostenibili. Un Palermo-Milano può costare più di un Palermo-Bangkok. E non c’è concorrenza, non c’è continuità territoriale.
Il costo dei voli è diventato il simbolo di questa secessione silenziosa. Un’Italia a due velocità? No: due Italie. E chi abita la seconda, quella senza collegamenti, senza voce, senza alternative, si arrangia. Rinuncia. Emigra.
Questa non è solo una questione di turismo o di disagi passeggeri. È una questione politica. Perché un Paese in cui non ci si può muovere liberamente non è un Paese unito. È un’unione solo apparente, buona per le cartine geografiche, ma tradita ogni giorno dai fatti.
Mentre i leader politici parlano di federalismo fiscale, autonomia differenziata, ponti sullo Stretto e piani per il Sud, la realtà è che la secessione è già avvenuta. Non per legge, ma per abbandono. E se è vero che viviamo oggi nell’era dell’ipnocrazia, dove a governare sono le narrazioni più che le soluzioni, non serve scomodare Elon Musk o i video distopici di Donald Trump. Basta guardare cosa succede in Sicilia. Anche il costo dei biglietti, per il presidente della Regione Renato Schifani, non è il segno di un fallimento, ma l’occasione per celebrare un’iniziativa tampone e dal forte impatto mediatico: il “Sicilia Express”, un treno turistico con prezzi calmierati per portare i siciliani giù, almeno quelli fortunati che riescono a trovare posto.
Dopo il primo esperimento per Natale 2024, anche l’edizione pasquale è andata sold out in meno di un’ora. Tutti i cinquecentosessanta biglietti per l’andata e i cinquecentosessanta per il ritorno sono stati polverizzati alla velocità di un clic, lasciando migliaia di altri utenti davanti a una pagina di errore o a un messaggio di posti esauriti.
Ma in Regione si brinda. «Ci riempie di orgoglio», dice Schifani. «Conferma la bontà della strategia del mio governo». E ancora: «Un segnale importante che dimostra l’attenzione verso i cittadini». Per l’assessore alla Mobilità, Alessandro Aricò, «è la conferma che l’iniziativa funziona ed è molto apprezzata». Tanto che si sta già pensando di ripeterla per il ponte del 2 giugno.
C’è persino una novità: un’opzione intermodale treno+nave in collaborazione con Grandi Navi Veloci e Italo. Si parte da Torino il 17 aprile in treno fino a Napoli, poi si prosegue via mare verso Palermo. I biglietti saranno disponibili da lunedì 8 aprile, al prezzo di partenza di trenta euro.
Ma anche questa, più che una soluzione strutturale, sembra l’ennesima toppa su un tessuto già strappato. Perché non basta un treno esperienziale per sanare l’assenza di una continuità territoriale degna di questo nome. Non basta il folklore ferroviario per risolvere un problema di accessibilità che penalizza lavoratori, studenti, famiglie, turisti.
I prezzi alti dei voli non si combattono con i concorsi a premi. Non si arginano con biglietti contingentati o crociere travestite da politiche pubbliche. Così, mentre in conferenza stampa si celebra l’ennesimo sold out, in tanti restano fermi in stazione. O davanti al pc, a guardare voli a cinquecento euro.
I numeri parlano chiaro. Altro che continuità territoriale, altro che «esperienza indimenticabile». La realtà è fatta di prezzi fuori controllo. Secondo i dati diffusi da Assoutenti, per volare da Linate a Catania e ritorno servono almeno 518 euro, 499 euro per Palermo. E va perfino peggio se la destinazione è Brindisi: 619 euro, più di un volo andata e ritorno per New York nelle stesse date (da 571 euro, con uno scalo). Aumenti da capogiro anche rispetto ai giorni normali: +248 per cento per la Genova-Catania, +327 per cento sulla Pisa-Catania, +468 per cento sulla Torino-Lamezia Terme.
Tempi durissimi, insomma, per chi – tra studenti, lavoratori, famiglie – sperava di tornare a casa per le feste. Chi parte da Linate venerdì 18 aprile e rientra martedì 22, si trova a dover scegliere tra spendere cifre assurde o rinunciare.
E se i voli sono proibitivi, i treni non offrono alternative migliori. Pochissimi posti disponibili, e quelli rimasti hanno prezzi che definire astronomici è un eufemismo. In questo contesto, il successo del “Sicilia Express” non sorprende: tutti i 1.120 biglietti, andata e ritorno, bruciati in un’ora. Un clic e sono spariti. Ma se mille fortunati torneranno a casa per Pasqua, gli altri?
Per molti, questo treno è solo un placebo, una distrazione, un effetto speciale nella messa in scena dell’emergenza trasporti. Lo dice chiaramente anche Jose Marano, deputata regionale del Movimento 5 stelle: «Il treno della speranza è uno spot pubblicitario, niente di più. Non offre una reale soluzione al caro voli né garantisce il diritto alla mobilità. Mille posti non bastano per risolvere i problemi di decine di migliaia di siciliani che, ogni anno, sono costretti a lasciare l’Isola». E in effetti, solo nel 2023, secondo il rapporto Migrantes, quindicimila persone hanno lasciato la Sicilia per l’estero. Un’emorragia costante, che il treno folkloristico non può certo fermare.
Intanto si annuncia il bis: il “Sicilia Express” potrebbe tornare per il ponte del 2 giugno, con l’aggiunta di una nuova opzione treno+nave via Napoli. Un’idea suggestiva, certo. Ma che assomiglia sempre più a un videogioco vintage, una simulazione romantica dei viaggi di una volta.
Ma non è finita. Una volta arrivati in Sicilia, ci si scontra con il caro aliscafi. Dal primo aprile, i biglietti per le isole minori hanno subito un aumento del dieci per cento, che si somma ad altri rincari già applicati dal 2022. Secondo Federconsumatori Sicilia, l’incremento complessivo è del settantadue per cento in due anni, a fronte di meno corse e meno servizi. Un milanese che volesse passare la Pasqua a Ustica con la famiglia rischia di spendere fino a quattromilacinquecento euro tra voli e trasporti marittimi. Altro che turismo accessibile.
Le proteste di cittadini e albergatori hanno costretto il governatore Schifani a intervenire contro quello che ha definito «un problema di concorrenza nei trasporti marittimi, dove esiste di fatto un monopolio». Ha chiesto alla Società di Navigazione Siciliana di sospendere gli aumenti per trenta giorni. Un piccolo passo. Ma il problema resta. E la secessione silenziosa continua. Perché l’Italia, oggi, è unita solo nella retorica.