Il Liberation Day tanto celebrato da Donald Trump è arrivato e il presidente statunitense ha annunciato i propri dazi verso il mondo: una tariffa generale del dieci per cento su tutte le importazioni verso gli States e una tassazione in più per una lista di Paesi accusati di pratiche scorrette, tra cui figura ovviamente anche l’Unione Europea.
Così, su di un tabellone che ricorda quelli delle offerte in gdo – e che sembra seguire pure le stesse dinamiche – le “U.S.A. Discounted Reciprocal Tariffs” che riguardano i paesi comunitari sono del venti per cento (qui un articolo de Linkiesta che spiega i dazi nel dettaglio). I dazi riguardano qualunque merce e, di conseguenza, anche vino e altre bevande alcoliche, così come tutti gli altri prodotti agroalimentari parte dell’export italiano verso gli Stati Uniti.
Certo, siamo lontani dagli annunci sensazionalistici di qualche settimana fa (ne avevamo parlato qui), ma intanto il botta e risposta di questo periodo era servito a spaventare gli importatori, che avevano già preventivamente frenato gli ordini.
Quei tremila buyer americani attesi a Vinitaly
La guerra commerciale arriva alla vigilia della 57^ edizione di Vinitaly, prevista a Veronafiere a partire da questa domenica 6 aprile e fino a mercoledì 9, e si prepara a diventare uno dei temi della manifestazione, in cui sono attesi oltre tremila buyer proprio dagli USA. Tra questi ci sono anche i 120 top buyer statunitensi, selezionati, invitati e ospitati da Veronafiere e ICE, e provenienti prevalentemente da Texas, Midwest, California, Florida e New York. Una presenza che compone il dieci per cento del contingente totale del piano di incoming 2025 della fiera di Verona.
«Si apre uno scenario incerto che impatterà sulla geografia del nostro export», commenta Adolfo Rebughini, direttore generale di Veronafiere, che trova comunque incoraggiante la partecipazione degli operatori statunitensi. «Condividiamo le preoccupazioni del settore e per questo mettiamo a disposizione delle organizzazioni la piattaforma di Vinitaly per facilitare eventuali accordi diretti tra imprese, associazioni italiane e importatori-distributori del nostro primo mercato di destinazione extra Ue».
A rischio 323 milioni di euro per il vino italiano
Nel frattempo, il presidente di Unione italiana vini (Uiv), Lamberto Frescobaldi, inizia il computo delle perdite per il settore e fa appello ai partner americani. «Con i sanguinosi dazi americani al venti per cento il mercato dovrà tagliare i propri ricavi di 323 milioni di euro all’anno, pena l’uscita dal mercato per buona parte delle nostre produzioni. Perciò Uiv è convinta della necessità di fare un patto tra le nostre imprese e gli alleati commerciali d’oltreoceano che più di noi traggono profitto dai vini importati; serve condividere l’onere dell’extra-costo ed evitare di riversarlo sui consumatori». Il timore è che si inneschi un gioco al rialzo senza via d’uscita sulle tariffe tra l’amministrazione americana e quella europea, che penalizzerà entrambe le parti.

Se la filiera non si farà carico dei rincari
A questo punto l’unica soluzione, secondo Uiv, sarebbe da ricercare lungo la filiera. Dovrebbe infatti essere il mercato – dalla produzione fino a importatori e distributori – a farsi carico di un taglio dei propri ricavi per un valore pari a 323 milioni di euro (su un totale di 1,94 miliardi), per evitare oscillazioni troppo ampie dei prezzi che potrebbero avere effetti negativi sulle scelte dei consumatori.
Secondo una stima di Uiv sul vino esportato lo scorso anno verso gli Stati Uniti, di 480 milioni di bottiglie tricolori spedite, quest’anno il 76 per cento sarebbe esposto a oscillazioni dei prezzi tali da portare le etichette fuori mercato. Tra le denominazioni e i territori più esposti ci sarebbero Moscato d’Asti (60 per cento), Pinot grigio (48 per cento), Chianti Classico (46 per cento), i rossi toscani Dop al 35 per cento, i piemontesi al 31 per cento, così come il Brunello di Montalcino e, infine, Prosecco e Lambrusco al 27 per cento. Si tratta in totale di 364 milioni di bottiglie, per un valore di oltre 1.3 miliardi di euro, ovvero il 70 per cento dell’export italiano verso gli Stati Uniti.
I fattori di rischio per l’Italia
Poi ci sono alcune specificità che caratterizzano il nostro paese e che, secondo il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, porterebbero a due principali fattori di rischio. «Da una parte la maggiore esposizione netta sul mercato statunitense, pari al 24 per cento del valore totale dell’export contro il venti per cento della Francia e l’undici per cento della Spagna. Dall’altra, una lista di prodotti più sensibili su questo mercato, sia in termini di esposizione, che di prezzo medio a scaffale: solo il due per cento delle bottiglie tricolori vendute in America vanta un price point da vino di lusso, mentre l’80 per cento si concentra nelle fasce “popular”, che tradotto in prezzo/partenza significa in media poco più di 4 euro al litro”. In questo senso, un aumento su fasce di prezzo super premium potrebbe essere considerato più semplice da ammortizzare, mentre l’aumento per fasce di prezzo basse posizionerebbe i vini in una fascia intermedia, non più così accessibile per l’abituale target di consumatori.
