Durante le audizioni di X Factor 2019, un giovane cantautore, in arte Nuela, si presenta con una canzone molto divertente dal titolo Carote. Nuela menziona così tanto l’ortaggio nel testo da farlo diventare un temporaneo ma divertente tormentone. Persino i giudici si stupirono di come il pezzo riuscisse a risultare interessante nonostante si parlasse di carote.
In effetti, a differenza di altri ortaggi comuni, non ci interessiamo mai alle carote. Eppure, sono tra le presenze fisse nei nostri frigo. Le acquistiamo, sì, ma con scarso coinvolgimento. Non prestiamo attenzione alla qualità o alla provenienza. Tuttavia, sappiamo che sono sane e fanno bene, oltre a essere vegetali comodi perché perfetti come snack, da crude, o da usare come ingrediente di molte preparazioni di cucina.
In Italia consumiamo sei chili di carote pro capite l’anno, su una media europea di 10,5 chili. Niente a che vedere con il Belgio che ne consuma 34 chili per abitante, mentre la Grecia soli due chili. Non saremo dei gran mangiatori di carote, ma siamo sicuramente dei buoni coltivatori.
Secondo il report di Mario Schiano Lo Moriello, analista di mercato dei prodotti agroalimentari di Ismea, presentato in occasione del Carrot Day, all’interno di MacFrut Rimini 2025, in Italia ben undicimila ettari di terreno sono destinati alla coltivazione di carote, per una produzione – stando ai dati 2024 – di 511 milioni di chili e un valore di 460 milioni di euro.
Nel contesto europeo siamo tra i principali produttori (al quinto posto, con in testa la Germania) mentre, a livello globale, siamo al quinto posto per le esportazioni (svolte per il 90 per cento dentro i confini dell’Unione Europea) con un guadagno di 99 milioni di euro e un saldo attivo di 90 milioni (la differenza di 9 milioni è destinata all’import).
A rendere peculiare il mercato italiano delle carote è la specificità di alcune produzioni in aree particolarmente vocate e una stagionalità di undici mesi l’anno, grazie alla conformazione pedoclimatica del paese.
Di fatto, le carote si coltivano in Sicilia, Puglia, Abruzzo, Lazio, Emilia-Romagna, Veneto e Sardegna rendendo così la coltivazione itinerante lungo tutto l’anno. Se in Sicilia la raccolta si effettua da febbraio e fino a giugno, in Veneto o Emilia-Romagna si raccolgono da ottobre fino a marzo. Questo è un grande vantaggio per il mercato italiano della carota che, oltre ad avere una costante disponibilità, vanta condizioni che differenziano le specificità delle carote al punto da dare origine anche a ben due produzioni certificate Igp (Indicazione Geografica Protetta): le Carota dell’Altopiano del Fucino (coltivane nella provincia de L’Aquila) e la Carota Novella di Ispica, coltivata in alcune delle zone delle province di Ragusa, Siracusa, Catania e Caltanisetta.
Si tratta di carote particolarmente profumate e gustose che hanno un riscontro positivo sul mercato perché il consumatore ne riconosce il valore. Secondo Massimo Pavan, Presidente del Consorzio della Carota novella di Ispica (che riunisce diciotto aziende agricole), dall’ottenimento della certificazione – nel 2011 – la produzione della carota novella di Ispica è incrementata del 12-15 per cento annuo, passando dai 4.000 quintali ai 40.000 nel 2024.
Questo dato è un’evidenza importante per sottolineare come gli ingredienti agricoli semplici, compresa la carota, possono avere risvolti di mercato interessanti se valorizzati attraverso l’impegno nel miglioramento delle tecniche di produzione, ma anche nella certificazione e relativa comunicazione, influenzando anche le scelte del consumatore verso un maggiore consumo di ortofrutta.
Attualmente l’Italia è l’unico Paese Europeo a detenere delle certificazioni sulle carote, su un totale di 110 certificazioni solo per l’ortofrutta. Aglio Bianco Polesano Dop, Melannurca Campana Igp, Patata della Sila Igp, sono solo alcuni dei prodotti che abbiamo imparato a conoscere grazie anche alle certificazioni.

Che si tratti di produzioni tipiche o meno, anche la carota è esposta ai rischi che stanno interessando il settore agricolo. La stanchezza dei suoli, le malattie e il cambiamento climatico sono i sorvegliati speciali da parte dei produttori che fanno emergere le difficoltà cui va incontro questo ortaggio.
Rodolfo Occhipinti, consulente di SATA, società di consulenza e controllo per la filiera agroalimentari, durante il Carrot Day organizzato da Cora Seeds, espone i principali problemi riscontrati nei campi italiani. La siccità è uno dei fattori che ha un impatto fortemente negativo sulla carota, dove gli stress idrici sono dannosi specialmente nella fase iniziale e durante l’ingrossamento della radice. Ecco che diventa quindi importante poter assicurare la corretta irrigazione per tutta la coltivazione. Per un ciclo colturale della carota (dalla semina alla raccolta) servono dai 350-500 mm di acqua (ossia 3.500-5.000 m³/ha), con una frequenza di irrigazione ogni cinque, sette o dieci giorni in base ai terreni.
Si irriga principalmente con sistemi a pioggia – che però hanno un’elevata dispersione idrica per evaporazione – o attraverso sistemi di Microsprinkler, un sistema più preciso di aspersione dell’acqua che riduce gli sprechi, ma richiede maggiore controllo e precisione sui campi.
Anche i cambiamenti climatici impattano in questa coltura, perché induce una modulazione dei calendari produttivi. L’aumento delle temperature anticipa o posticipa i cicli colturali, aumentando l’incertezza del corretto sviluppo della pianta maggiormente esposta a stress termici o idrici rilevanti.
Nonostante la carota cresca sotto terra, questo non la mette al riparo dei danni da eventi estremi. Eccessive piogge possono determinare l’asfissia radicale e sviluppo di malattie.
Enrico Rappuoli, export manager di Cora Seeds, azienda che si occupa del miglioramento genetico dei semi, compreso quello della carota, pone molta attenzione alla questione climatica: «Il problema principale di oggi è il cambiamento climatico. Stiamo coltivando quello che già coltivavamo in precedenza in un ambiente che sta mutando alla velocita della luce. Una volta le stagioni erano lineari, oggi no. Siamo chiamati a creare nuove varietà che siano adattabili al cambiamento climatico. Abbiamo pensato di acquisire un programma di genetica che possa utilizzare le varietà disegnate sul territorio. Facciamo ricerca e sperimentazione di alto livello nei territori in cui si coltiva la carota: Sicilia, Fucino, ferrarese. Il nostro scopo è portare a tavola una carota che si distingue per tipicità e che sia capace di adattarsi alle condizioni climatiche contemporanee».
Quello del cambiamento climatico è un fattore che impatta su tutta la filiera, coinvolgendo anche il consumatore finali perché, i suoi effetti, possono determinare la disponibilità di prodotto sul mercato con relativo aumento di prezzo in caso di scarsa disponibilità. Un’equazione che vale per la carota e per tutti il comparto ortofrutta.
Un capitolo a parte si apre per le malattie delle piante. La condizione dei suoli, il cambiamento climatico sono elementi che stanno facendo aumentare l’esposizione delle piante a malattie e agenti infestanti. Nello stesso tempo, le legislazioni italiana ed europea stanno sempre di più limitando l’uso di sostanze chimiche per la difesa fitosanitaria, mentre sono ancora lenti i processi di approvazione di fitofarmaci di matrice biologica. Secondo Rodolfo Occhipinti, questo apre una finestra di esposizione in cui le attività agricole non avranno modo di difendere le loro coltivazioni, rendendo incerto il futuro dei raccolti di carrote.
Che si tratti di piccole produzioni o coltivazioni intensive di carote, sempre secondo Occhipinti, il futuro della gestione agricola non può che passare da una maggiore efficienza agronomica, sostenuta da progetti sostenibili e tecnologicamente avanzati. È un passaggio culturale e generazionale necessario che consente di coltivare analizzando i dati e affidandosi agli strumenti digitali e tecnologici utili per irrigare evitando gli sprechi, ad esempio. Sarà fondamentale una conversione al biologico in merito ai sistemi di difesa e attuare la rotazione colturale a protezione di terre sempre più impoverite.

Nel mercato nazionale, il 98 per cento delle carote proviene da coltivazioni italiane. Di questo, il 72 per cento è destinato al consumo (mentre il 20 per cento è destinato all’export e la rimanenza all’industria alimentare). Le carote fresche sono vendute quasi per la totalità (70 per cento) confezionate, mentre il 20 per cento le troviamo sfuse. Una piccola parte è invece destinata al confezionamento per la IV gamma.
In ognuna di queste forme di acquisto, informarsi sull’origine geografica può essere un primo e importante passo di consapevolezza per iniziare a fare scelte ponderate. Iniziare a ridare valore agli ingredienti semplici come carote, patate e cipolle è il punto di partenza per una vera consapevolezza sul cibo che mangiamo, oltre che un modo per ritrovare interesse verso il consumo di frutta e verdura, da tempo in calo.
Fun Fact sulla carota
Una questione di colore Il mercato ci ha riproposto, negli ultimi anni, anche carote dai colori diversi dall’arancione. Viola, nera, bianca, gialla. La differenza è dovuta alla varietà che ha però un’impatto non solo sul colore, ma anche sulle caratterische nutrizionali, sul gusto e negli usi possibili in cucina.
Non è pastinaca! In molte zone d’Italia la carote viene chiamata volgarmente anche pastinaca, ma non sono la stessa cosa. Si somigliano nella forma, ma le famiglie botaniche sono differenti.
Carote di Puglia Altre carote piuttosto rinomate in Italia si trovano in Puglia. La carota di Polignano è un Presidio Slow Food. Si coltiva in campi sabbiosi e c’è uno scambio di salinità con la radice che rende il sapore di queste carote – raccolte tra maggio e novembre – che le rendono molto saporite. ricordateve la prossima volta che passate da lì, prima di mangiare il panino con il polpo. Altra carota è quella di Tiggiano, di colore viola-giallo, tipica della cittadina omonima del basso Salento.
Il beta carotene e altre storie di salute Ci hanno cresciuti bombardandoci di informazioni sugli effetti benefici della carota. Tutto vero. Il beta carotene, il supporto alla vista, l’abbronzatura. Non serve conoscere a memoria tutti gli effetti benefici delle verdure e le vitamine, basta ricordarsi di mangiarle sempre, a ogni pasto.
In cucina È uno degli ortaggi più versatili che la cucina conosce. Cruda, cotta, al forno, lessata, arrosto. La cucina tradizionale di mezzo mondo ha almeno una ricetta tipica con la carota, dolce o salata. In Medio Oriente si fanno arrosto con il cumino, in Grecia si grattugiano e rendono dolci, da accompagnare con il yogurt, greco pure quello. Poi, la carrot cake in America, mentre in Italia, nessun soffritto ha senso senza carota. Idem per la giardiniera? Non abbiamo piatti tipici a base di carota, ma è spesso presente nelle preparazioni di base.
E in cucina stellata Nel 2012, Daniel Humm, chef dell’Eleven Madison Park porta in menu un piatto che fa la storia: Tartare di carote. Il piatto veniva composto al tavolo tritando carote bollite con anche le foglie (provenienti da una zona di New York tipica per la coltivazione di questa radice) e trasformate in emulsione da accompagnare a pesce serra affumicato, olio di senape e tuorli di quaglia sottaceto.
Prima ancora, nella Francia del 1998, a L’Auberge de L’Éridan, lo chef Marc Veyrat propone a menu Ravioli di carota e sedano rapa, polvere di tartufo. Ravioli sì, ma niente pasta. Solo sottili involucri ottenuti dalle verdure citate, ripieni di purea di verdure e aromatiche. È stato uno dei primi passi importanti verso la cucina vegetale.
In molte cucine stellate la carota è stato spesso un modo per gli chef di esaltare ingredienti semplici ponendoli al centro del piatto.
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