I fanatici pro Hamas che hanno festeggiato il 25 aprile insultando sui social «la nazista Liliana Segre», dalla puntata di Presa Diretta su Gaza di due giorni dopo avranno sicuramente tratto conferma della verità del genocidio perpetrato da parte di Israele, che la senatrice a vita si ostina a definire (parole sue) «una bestemmia», meritando così tutto l’odio e il disprezzo che una vasta compagine di indignati le vomita addosso dall’8 ottobre 2023.
Del resto, se a ufficializzare il genocidio è stata niente meno che una trasmissione del servizio pubblico, perché – se non per un’inconfessabile complicità col male – la vecchia e onorata reduce di Auschwitz continua a sostenere il contrario?
Si potrebbe discutere a lungo se venga prima l’uovo o la gallina, cioè se trasmissioni come quella che Rai Tre ha mandato in onda domenica 27 aprile siano la causa o l’effetto di una subalternità diffusa e irriflessa alla vulgata antisemita, che a sinistra porta anche all’asservimento della memoria resistenziale al senso comune antisionista e rende ogni 25 aprile le insegne della Brigata ebraica abusive e sgradite nelle celebrazioni della Liberazione, dove la teppaglia from the river to the sea viene invece accolta come legittima erede della lotta al nazi-fascismo.
La trasmissione di Riccardo Iacona su Gaza è stata un imbarazzante concentrato di luoghi comuni, omissioni e auto-censure. Ha iniziato col presentare come un reportage una sorta di docufiction realizzata da due operatori palestinesi, un giornalista del Sud e una fotografa del Nord della Striscia, durante e dopo il termine della tregua tra la fine di gennaio e l’inizio di marzo.
A venirne fuori – e non avrebbe potuto essere altrimenti – è un prodotto puramente propagandistico, dove il 7 ottobre non è mai esistito, non c’è Hamas, non ci sono gli ostaggi israeliani, non ci sono i tunnel delle milizie terroriste, non c’è la tragedia del collaborazionismo coatto della popolazione civile, che dopo essere stata obbligata a festeggiare la mattanza degli ebrei, ha dovuto custodire il bottino umano dei prigionieri a maggior gloria della jihad, non ci sono ospedali e scuole usate come caserme e depositi delle santabarbare antisioniste, non ci sono i vecchi e i bambini degradati a sacchi di sabbia, non c’è la rappresentazione della violenza islamista che continua a decidere la vita pubblica e quella privata di due milioni di scudi umani, le notizie che possono entrare e quelle che possono uscire, le cose che si possono mostrare e quelle che si devono nascondere.
Ovviamente in questo finto reportage manca anche la vera notizia delle ultime settimane da Gaza, cioè quella di un movimento crescente di protesta contro Hamas, represso nel sangue, ma non cancellato. Allora che cosa c’è? C’è la Gaza distrutta dalla violenza di Israele – e basta. C’è insomma il feticcio mediatico dell’odio antisemita, che si può ben credere due giovani di Gaza in buona fede pensino di dover propalare come prova di resistenza alla guerra e a Israele, ma che una redazione giornalistica non può semplicemente ripostare, come farebbe un bot di Hamas con un santino di Sinwar su X o Instagram.
Dopo questo finto reportage, la trasmissione ha ospitato una lunga intervista alla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani a Gaza e in Cisgiordania, la notissima Francesca Albanese, figura ibrida a cavallo tra la burocrazia onusiana e la militanza anti-israeliana, che, in totale spregio non solo della verità, ma anche dei doveri di trasparenza, imparzialità e indipendenza dalle opinioni politiche personali, cui dovrebbe in teoria attenersi nel suo mandato alle Nazioni Unite, è diventata la principale attivista della diffamazione internazionale dello Stato di Israele e della denuncia delle responsabilità dell’America e dell’Europa, che «soggiogate l’una dalla lobby ebraica e l’altra dal senso di colpa per l’Olocausto» anziché condannare Israele, condannano i palestinesi oppressi che si difendono coi mezzi che hanno, missili, naturalmente, compresi.
Cosa poteva mai raccontare Francesca Albanese in trasmissione? Ovvio: che c’è un genocidio in corso, anzi di più: che la reazione al 7 ottobre è solo un pretesto che giustifica e perfeziona un risalente progetto genocidario e che non è questo governo e questa maggioranza della Knesset, ma è lo Stato di Israele in sé, dal 1948, a essere impegnato a innescare incidenti militari per rubare e colonizzare le terre palestinesi e realizzare il programma di pulizia etnica, di cui l’esistenza stessa dello Stato ebraico è causa e dimostrazione.
Ecco uno stralcio delle sue parole: «Secondo me è molto importante capire perché c’è questo conflitto. L’ho denunciato sin dall’inizio perché conosco la storia della Palestina e di Israele. Quando c’è la possibilità di una guerra, Israele avanza [sic] la pulizia etnica di quello che resta della Palestina, distruggendo tutto e ammazzando quanti più palestinesi è possibile. È successo nel 1948, è successo nel 1967 e succede anche oggi». Insomma, non solo il 7 ottobre, ma anche le guerre arabe contro Israele, fin dalla sua fondazione, sono una cospirazione dello Stato ebraico.
Per dare forza a questa conclusione Albanese ha ovviamente citato i numeri della carneficina di Gaza, che è davvero impressionante, ma che nella rappresentazione della special rapporteur, dove sono contraddetti, per essere gonfiati, perfino i dati di Hamas, diventa una sorta di tirassegno indiscriminato a donne e bambini, bersagli predestinati dei cecchini genocidari.
Come spesso avviene in Italia e ormai in buona parte dell’Occidente, le cattive azioni giornalistiche diventano paradigmi di libertà morale e di correttezza deontologica, quindi quando qualcuno ha provato a denunciare questo vero e proprio scempio di verità, chiedendo che vi fosse posto rimedio, subito è finito nella lista degli attentatori alla libertà di stampa.
Due giorni dopo la trasmissione l’ex ministro Carlo Giovanardi, l’avvocato Iuri Maria Prado e il semiologo Ugo Volli hanno scritto al generale Pasquale Angelosanto, coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo presso la Presidenza del Consiglio, spiegando come trasmissioni di questo genere siano destinate a fomentare episodi di antisemitismo, già in fortissima crescita, e chiedendo di operare per ristabilire una corretta informazione su Israele e sulla guerra a Gaza.
A canali social unificati, il giornalista progressista collettivo (Fnsi, Usigrai e Articolo 21) e le sue avanguardie parlamentari (Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Partito Democratico) si sono immediatamente mobilitati contro la censura e l’intimidazione, definita da Albanese «protomafiosa», di questo esempio da manuale di «giornalismo d’inchiesta», (neppure il senso del ridicolo), dimostrando di avere un’idea della libertà di stampa e di pensiero sinistramente simile a quella del vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance.
Infatti, se questi qualifica come censura impedire la propalazione della verità alternativa dell’invasione ucraina della Russia, sulla base dello stesso principio – libero odio in libero Stato – i sopracciò dell’informazione progressista ritengono inammissibile contestare la legittimità del racconto sulla storia contemporanea del Medioriente come quella di un programmato genocidio rateale degli arabi palestinesi da parte degli israeliani. Insomma, ha ragione il vice di Trump: non esiste la guerra ibrida, è tutto free speech e guai a chi lo tocca.