Ci sono molti punti di vista da cui osservare la conferma di Francesca Albanese nel ruolo di special rapporteur alle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei cosiddetti Territori palestinesi occupati. Dal punto di vista delle organizzazioni terroristiche palestinesi, Hamas in primo luogo, si tratta di un’impagabile assicurazione. Difficilmente, infatti, chi avesse preso il posto della signora Albanese avrebbe avuto la capacità di sostenere che la legittimità della resistenza palestinese non è revocata dalle atrocità del 7 ottobre, che Israele non ha diritto, in quanto forza occupante, di difendersi dagli attacchi terroristici provenienti da Gaza e che la sorte degli ostaggi israeliani rappresentava una faccenda insuscettibile di considerazione perché esulava dall’ambito geografico del suo mandato.
Dal punto di vista delle Nazioni Unite, la conferma della signora Albanese nel proprio ufficio rimanda a due scenari alternativi. Il primo: che la signora, come compete a ogni consulente di quel rango, ha svolto il proprio ruolo con imparzialità, discrezione, obiettività, moderazione, dimostrazione di indipendenza, equilibrio di giudizio e assenza di pregiudizio politico-ideologico, e perciò è stata confermata. Il secondo: che la signora Albanese non ha svolto il proprio ruolo con imparzialità, discrezione, obiettività, moderazione, dimostrazione di indipendenza, equilibrio di giudizio e assenza di pregiudizio politico-ideologico, e nonostante ciò è stata confermata. Che nei due casi esca ammaccato l’accreditamento dell’Onu è questione per pochi, fortunatamente, e cioè per quelli secondo cui l’Onu gode di un qualsiasi accreditamento.
Dal punto di vista degli Stati Uniti d’America il rinnovo del mandato a Francesca Albanese documenta in modo definitivo che non esiste la lobby giudaica che – come sostenne a suo tempo la signora – li tiene soggiogati, oppure che essa non è abbastanza forte da intralciare il percorso che conduce alla nomina di una consulente scomoda. Nei due casi, due ottime notizie per chi temeva, comprensibilmente, che il potere ebraico avesse pervaso tutto insinuandosi persino all’Onu.
Dal punto di vista degli europei è sicuramente un guaio. Essi avrebbero potuto sperare, se la signora non l’avesse spuntata, di non aver più un’accusatrice che li tiene responsabili di complicità nel genocidio dei palestinesi, una complicità che Francesca Albanese attribuisce al senso di colpa degli europei medesimi per lo sterminio del popolo ebraico. Dovranno farci i conti, gli europei, e si confida che durante il triennio del nuovo mandato della Albanese sapranno finalmente scrollarsi di dosso quell’indebito senso di colpa.
Dal punto di vista dei palestinesi tutti, poi, quella riconferma riapre favorevolmente una prospettiva capace di re-immetterli in un percorso di autodeterminazione ingiustamente, finora, sacrificato. C’era infatti la firma della signora Albanese in calce al rapporto secondo cui «i palestinesi sfollati dal 1948, sopravvissuti alla Nakba, devono essere in grado di tornare alle loro terre storiche, ricostruire le loro vite e porre fine al ciclo dell’esilio forzato». Sì, lettore, hai letto bene, come lo hanno letto bene i palestinesi tutti: 1948. Vale a dire l’affermazione del diritto di autodeterminazione dei palestinesi per il tramite della distruzione di Israele.
C’è infine il punto di vista di Israele, ma è evidentemente viziato da un risentimento così forte e ingiusto che non vale la pena di occuparsene. Quanto agli «ebrei» – i quali, come ha spiegato la signora Albanese, stanno facendo ai palestinesi ciò che i nazisti fecero a loro – sono così prevenuti che il loro non è nemmeno un punto di vista. È una faccenda di sangue.