Claudio Martelli e Francesco De Leo hanno pubblicato per Solferino un saggio dal titolo: “Mi sento abbandonato. La vera storia della trattativa per salvare Moro”. Non si tratta di un lavoro scritto a quattro mani; ogni autore ha seguito una parte specifica: Martelli ricostruisce la gestione politica del sequestro, che seguì da protagonista a fianco di Bettino Craxi nel tentativo di fare tutto il possibile per salvare la vita del presidente della Dc; De Leo indaga sui retroscena di quella vicenda attraverso interviste inedite e consultazione di documenti e diari scritti successivamente.
Martelli tende a chiarire che la cosiddetta linea della trattativa (contrapposta a quella della fermezza), si riferiva alle lettere che Moro faceva pervenire dal carcere delle Br, riconoscendo a esse un tentativo di dialogare con l’esterno e con chi poteva agire allo scopo di salvargli la vita. Il partito della fermezza sosteneva che quelle lettere appartenessero a un uomo coartato a scrivere sotto dettatura dai suoi carnefici e non più lucido, fino a far trapelare l’idea che Moro mancasse del coraggio richiesto in quelle circostanze a uno statista.
Vengono rievocati nel saggio i clamorosi errori compiuti nelle indagini: dallo scandagliamento del lago della Duchessa, coperto di ghiaccio, all’assedio del paese di Gradoli in Toscana, fino al momento in cui la Polizia decise di non abbattere la porta dell’appartamento in cui era rinchiuso Moro perché, dopo aver suonato il campanello, nessuno era venuto ad aprire.
Nel saggio, Martelli ricorda un particolare che io ignoravo. È una scoperta compiuta da Carlo Gaudio, autore di un libro “L’urlo di Moro” (Rubbettino 2022). La celebre frase riportata nella prima lettera indirizzata a Francesco Cossiga, allora ministro degli Affari Interni, «che io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato» sarebbe un anagramma con il quale Moro indicava persino l’ubicazione dove era rinchiuso. In sostanza, la frase anagrammata si leggerebbe così: «e io so che mi trovo dentro il p.o. uno di Montalcini n.o otto». Ma nessuno se ne rese conto, benché fosse nota la passione del presidente per gli anagrammi e che la frase fosse sembrata singolare, perché sottolineava una circostanza purtroppo evidente.
Vessillifero del partito della fermezza era il Pci di Enrico Berlinguer, come se volesse difendere se stesso dal proprio passato, prima che le istituzioni democratiche a cui erano attribuiti tanti omaggi rituali, invero pretestuosi. Martelli cita un brano di un articolo di Rossana Rossanda su il manifesto, nel quale la militante storica riconosceva un filone veterocomunista nel dna delle Brigate Rosse, con la ficcante metafora dell’album di famiglia: «In verità, chiunque sia stato comunista negli anni cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo – imparavamo allora – è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo. L’imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale (allora non si diceva “multinazionali”). Gli stati erano “il comitato d’affari” locale dell’imperialismo internazionale. In Italia il partito di fiducia – l’espressione è di Togliatti – ne era la Dc. In questo quadro, appena meno rozzo, e fortunatamente riequilibrato dalla “doppiezza”, cioè dall’intuizione del partito nuovo, la lettura di Gramsci, una pratica di massa diversa, crebbe il militarismo comunista fino agli anni cinquanta. Vecchio o giovane che sia il tizio che maneggia la famosa Ibm, il suo schema è veterocomunismo puro».
Quanto alla Dc, il gruppo dirigente era incaprettato dalla contrarietà del Pci a ogni forma di trattativa e temeva per la tenuta del governo Andreotti, che si reggeva col voto di fiducia di quel partito. Martelli racconta che, insieme a Craxi, si recò da Amintore Fanfani, allora presidente del Senato (nei cui archivi è depositato un suo diario di quei cinquantacinque giorni maledetti), che non era schierato col partito della fermezza, per convincerlo a sostenere nella riunione della Direzione democristiana la linea dello scambio, messa a punto proprio su suggerimento di Moro attraverso le sue lettere disperate ma lucide.
Fanfani, dopo aver ascoltato gli argomenti di Craxi a favore della trattativa/scambio di prigionieri, gli chiese se, nel caso che fosse riuscito nel difficile compito di convincere la Dc e se, di conseguenza, il Pci fosse passato all’opposizione, il Psi fosse disponibile a sostenere un nuovo governo. Craxi non se la sentì di rispondere in modo affermativo, rimandando l’eventuale decisione al partito, che ancora risentiva della posizione con cui il precedente segretario Francesco De Martino lo aveva portato alle elezioni: «Mai più al governo senza i comunisti». In questo modo Craxi indebolì la posizione umanitaria fino ad allora sostenuta dal Psi. Comunque, le Br eseguirono la sentenza di condanna a morte prima che si svolgesse la riunione della Direzione democristiana.
Sarebbe il caso di rivedere in modo autocritico la linea di condotta tenuta dall’establishment in quei cinquantacinque giorni. Certo, i partiti – principali protagonisti di quella vicenda – non esistono più. Ma, a fronte dei processi in corso di beatificazione di Enrico Berlinguer, non guasterebbe ricordare che, dopo l’assassinio dello statista, il segretario del Pci non esitò ad attribuirne la morte ai tentativi di negoziato con le Br.
Quella vicenda ha cambiato la storia dell’Italia ed è entrata a far parte di quegli eventi di cui non si saprà mai, fino in fondo, la verità, nonostante le Commissioni di inchiesta parlamentare e i processi a cui sono stati sottoposti gli autori che fecero l’impresa tra le più clamorose del terrorismo a fini politici. A partire da una domanda che mi ha sempre assillato: come è stato possibile che – nonostante la sorpresa – una banda di terroristi sgarrupati sia stata in grado di prevenire ogni reazione dei militari della scorta, scaricando, con una precisione chirurgica, sulle auto una gragnola di proiettili, ma lasciando illeso Aldo Moro?