Specie sentinella I delfini alla foce del Tevere stanno male, ma c’è un modo per salvarli

L’istituzione di un’area marina protetta nel mar Tirreno centrale rappresenta l’ultima speranza per la sopravvivenza di una specie già tutelata dalla Direttiva Habitat dell’Unione europea. Ma bisogna fare in fretta

Unsplash

I cosiddetti «delfini capitolini», popolazione costiera di Tursiops truncatus che vive nel mar Tirreno vicino alla foce del Tevere (in particolare nell’area tra Torvajanica, Ostia e Fiumicino), stanno mostrando preoccupanti segnali di stress e malessere. A denunciarlo è uno studio condotto dal dipartimento di Biologia ambientale dell’Università di Roma La Sapienza, che per la prima volta ha analizzato i segni e le lesioni cutanee su tutto il corpo di questi esemplari. 

L’analisi, infatti, non si è limitata a una misurazione delle macchie su porzioni corporee ristrette, come avvenuto negli studi pregressi, comportando una potenziale perdita di informazioni. Tale approccio, già consolidato nello studio dei cetacei, consente di monitorare in modo non invasivo la salute delle popolazioni e pianificare strategie di conservazione adeguate.

I tursiopi, essendo animali longevi e posizionati al vertice della catena alimentare, sono esposti per lungo tempo a pressioni ambientali e antropiche. Per questo sono considerati una “specie sentinella”, in quanto la loro salute riflette lo stato complessivo dell’ecosistema marino.

L’area frequentata da circa cinquecento esemplari locali è fortemente antropizzata. Le principali fonti di disturbo includono la pesca a strascico, il traffico marittimo e le attività ricreative come la pesca sportiva, le immersioni e il whale watching. Tutti questi fattori hanno un impatto diretto e indiretto sulla fauna marina.

Lo studio si è basato su duecentocinque avvistamenti fotografici effettuati tra il 2016 e il 2023. Sono stati esaminati trentanove individui fotografati più volte, identificando e classificando i segni presenti sul corpo. I risultati rivelano una popolazione sottoposta a pressioni costanti, dai segni di interazione con attrezzi da pesca, fino a quelli compatibili con malnutrizione come conseguenza indiretta delle attività antropiche.

Le pinne dorsali e la coda, zone maggiormente vulnerabili, accumulano spesso segni riconducibili a conflitti tra individui o a contatti con strumenti di pesca. Più del settanta per cento dei tursiopi osservati mostrava segni evidenti di denutrizione, con costole visibili e uno strato di grasso ridotto. Questa condizione aumenta l’energia impiegata dagli animali durante il nuoto e, di conseguenza, porta a un maggiore stress nutrizionale, nonché a un rischio più alto di mortalità.

Le cause principali sembrano essere la scarsità di prede, dovuta alla competizione interspecifica e al sovrasfruttamento delle risorse da parte dell’uomo. Quasi la metà degli individui mostrava segni di interazione con la pesca commerciale e, nonostante gli episodi di cattura accidentale (bycatch) siano limitati, è probabile che alcuni esemplari si avvicinino volontariamente ai pescherecci per nutrirsi, aggravando i rischi di collisioni e infortuni. Anche le interazioni aggressive tra delfini, legate alla competizione alimentare, risultano elevate rispetto ad altre popolazioni studiate.

Il Mediterraneo è il secondo mare più sovrasfruttato al mondo. Questo significa che nei mari italiani gli stock di pesci e invertebrati di interesse commerciale sono generalmente soggetti a un eccessivo sfruttamento. In sostanza, le specie più richieste dal mercato vengono pescate più rapidamente di quanto riescano a riprodursi. Questo porta tali specie all’estinzione, ma in generale ha conseguenze dirette sulla catena alimentare marina, in particolare per predatori apicali come i tursiopi. 

La progressiva riduzione della disponibilità di prede naturali costringe questi delfini a competere maggiormente per il cibo, aumentando i livelli di stress e le interazioni aggressive all’interno del gruppo. Inoltre, la scarsità di risorse può indurli ad avvicinarsi alle imbarcazioni da pesca, soprattutto quelle a strascico, nella speranza di reperire più facilmente del cibo.

A fronte di queste evidenze, i ricercatori dello studio hanno lanciato un appello per la protezione di questa popolazione, proponendo l’istituzione di un’area marina protetta (Amp) nel mar Tirreno centrale. In particolare, affermano di credere nell’importanza di proporre questa zona come Sito di Importanza Comunitaria (Sic) per i tursiopi comuni, come già avvenuto in altre regioni costiere italiane. La proposta si basa anche sul fatto che la specie è protetta dalla Direttiva Habitat dell’Unione europea (92/43/CEE).

Nel concreto, un’area marina protetta è una zona delimitata dove le attività umane sono regolamentate o limitate per conservare la biodiversità e gli ecosistemi marini. Questo può significare divieto o regolamentazione della pesca (soprattutto quella a strascico), limiti alla navigazione o al traffico marittimo, restrizioni sulle attività turistiche e sportive e programmi di monitoraggio e ricerca scientifica.

Dal punto di vista legale, l’iter per l’istituzione di un’Amp prevede per prima cosa l’individuazione dell’area da proteggere, con il supporto di studi scientifici (come quello descritto). Successivamente, dopo che gli esperti della Segreteria tecnica avranno svolto sopralluoghi mirati, viene fatta una proposta da parte del ministero dell’Ambiente o delle Regioni, eventualmente in collaborazione con enti di ricerca. 

Poi è necessaria una consultazione con gli enti locali e le parti interessate (comunità locali, pescatori, operatori turistici). In questa fase, Regioni e enti locali hanno sessanta giorni di tempo per esprimere un parere, come previsto dalla normativa italiana. L’Istituzione formale con decreto ministeriale definisce confini, livelli di protezione e regolamento. Infine la redazione e approvazione di un piano di gestione, che stabilisce le misure operative per la tutela dell’area. 

Alla fine dell’iter, il ministro dell’Ambiente, d’intesa con il ministro dell’Economia e delle Finanze, procede all’istituzione dell’area marina protetta, autorizzando il finanziamento per le spese di prima istituzione. I tempi possono variare, ma generalmente possono volerci dai due ai cinque anni, a seconda della complessità dell’area, del coinvolgimento delle istituzioni e della presenza di conflitti tra usi del territorio marino.

Le condizioni dei delfini capitolini sono un segnale d’allarme e lo studio condotto mostra con chiarezza come le attività umane stiano mettendo a rischio la salute di una specie protetta e, con essa, l’equilibrio dell’ecosistema costiero. Al tempo stesso, i dati raccolti rappresentano anche uno strumento estremamente utile per l’istituzione di un’area marina protetta, che non è solo auspicabile, ma necessaria. Sarebbe il primo passo concreto verso una gestione sostenibile delle risorse e una reale tutela della biodiversità nel cuore del Mediterraneo.

X