
Una lettera a Khamenei, un invito a Xi Jinping, un canale diretto con il Cremlino: gli Stati Uniti hanno riattivato la macchina della diplomazia strategica. Il paradosso è che alla guida c’è Donald Trump, l’uomo meno diplomatico al mondo, il cui talento per l’insulto e l’autoincendio verbale ha causato più danni delle guerre che voleva evitare. Le sue mosse — tra dichiarazioni grottesche (l’ultima è: «mi piacerebbe essere papa. Sarebbe la mia prima scelta»), scenate da piazzista e minacce via social — vengono accolte con sospetto o imbarazzo dalle cancellerie di tutto il mondo. Ma dietro l’involucro da reality show, si intravede un dato strutturale: la fine dell’illusione unipolare ha costretto anche l’America trumpiana a rimettere mano al più antico degli strumenti di potere.
Dopo trent’anni di diplomazia morale e unilaterale, si torna al manuale realistico: negoziare per guadagnare tempo, dividere i nemici, reggere il confronto. Che a farlo sia un presidente che ha liquidato ambasciatori come lacchè e disprezzato ogni protocollo diplomatico è l’ennesimo cortocircuito della politica americana. Ma proprio perché non conosce le regole diplomatiche, Trump riesce a scardinarne alcune. Forse serviva davvero un corpo estraneo per rompere l’incantesimo ideologico e riportare la politica estera alla sua brutalità essenziale.
Come spiega l’ex diplomatico Aaron Wess Mitchell su Foreign Affairs, gli Stati Uniti stanno finalmente tornando a usare la diplomazia non per esportare la democrazia, ma per gestire il declino. Il metodo è ruvido, il messaggero improbabile, ma il disegno strategico è chiaro: in un mondo tornato alla logica delle sfere di influenza, serve negoziare con gli avversari, ridefinire il peso delle alleanze, recuperare margini di manovra dove la forza non basta più.
La pessima notizia è che l’Ucraina rischia di essere la prima vittima della realpolitik statunitense. L’obiettivo americano è la sostenibilità della deterrenza. Tradotto: Washington vuole congelare il conflitto su una linea che garantisca l’integrità statale di Kyjiv, anche a costo di concessioni territoriali, mantenendo però il controllo strategico con un modello simile a quello israeliano: sostegno militare costante, ma nessun vincolo Nato.
Parallelamente, Trump chiede all’Europa di assumersi più responsabilità nella propria sicurezza. La risposta, almeno in termini di investimenti militari, c’è già stata: quasi mille miliardi di euro in nuovi stanziamenti. Una svolta imposta da Trump con tono ricattatorio, ma che riflette un’esigenza ormai condivisa.
Il fronte decisivo resta però quello asiatico. La Cina è l’unico vero sfidante sistemico, e la strategia americana punta a isolarla e rallentarla attraverso una rete di alleanze e contenimento multilaterale: rafforzamento del Quad, cooperazione con India, Giappone, Filippine e Vietnam, rilancio del corridoio India–Medio Oriente–Europa come alternativa alla Belt and Road Initiative. L’obiettivo non è lo scontro diretto, ma la saturazione delle opzioni espansionistiche di Pechino.
In quest’ottica si inserisce il tentativo di disallineamento con Mosca. Indebolita dal conflitto in Ucraina e sempre più dipendente dalla Cina, la Russia può tornare utile come variabile di instabilità per l’asse sino-russo. La penetrazione economica cinese in Siberia e in Asia Centrale, unita alla subordinazione tecnologica di Mosca, crea attriti latenti. Washington mira a esasperarli, offrendo aperture condizionate a est per ottenere vantaggi strategici a ovest.
È una diplomazia spietata, ma storicamente rodata. Non nasce dall’illusione di convertire i nemici, ma dall’urgenza di impedirne la convergenza. È la diplomazia di Otto von Bismarck, del cardinale Richelieu, di Klemens von Metternich. Non alleanze ideali, ma combinazioni tattiche. Il gioco è dividere prima di essere circondati.
In Medio Oriente, lo schema si ripete. Israele ha ridotto l’influenza iraniana con una campagna militare regionale, e Washington tenta ora di chiudere il cerchio con la normalizzazione israelo-saudita e la progressiva erosione dei proxy di Teheran. L’Iran, isolato e sotto pressione, riceve una proposta: difficile che rinunci all’arma nucleare, ma mai come ora ha poche alternative. Il momento negoziale c’è, e la Casa Bianca intende forzarlo.
Tuttavia, la strategia mostra una fragilità strutturale: l’assenza di un corpo diplomatico all’altezza. Dopo anni di marginalizzazione, la diplomazia americana non dispone più degli strumenti tecnici e culturali per gestire partite complesse. «Gli ufficiali del servizio estero non sono addestrati alla diplomazia come leva strategica», denuncia Mitchell. «Troppo spesso si limitano a ripetere parole d’ordine scollegate dal contesto geopolitico». A ciò si aggiunge la personalizzazione estrema del processo decisionale: ogni trattativa rischia di diventare un’esibizione, ogni apertura una concessione gratuita.
Fin qui però è tutta teoria. La direzione è chiara, ma il problema è come gli Stati Uniti la stanno percorrendo. Come si legge su Foreign Affairs, senza un investimento serio nella formazione diplomatica, ogni strategia rischia di svanire alla prima crisi. La diplomazia, come insegna la storia, è un’arma a lungo raggio. Richiede metodo, disciplina, pazienza. Non si improvvisa e non vive di slogan. Per i prossimi quattro anni, l’America dovrà affidarsi a un presidente che preferirebbe minacciare un generale via Twitter piuttosto che studiare una mappa. Ma si sa: il potere, come la storia, ha un senso dell’ironia tutto suo. E in tempi confusi, anche l’idiozia può cogliere lo zeitgeist — se non altro perché lo incarna perfettamente.