Nella giornata di ieri, Edith Bruck, la famosa scrittrice e testimone della Shoah, ha lanciato in un’intervista dalle colonne de La Stampa la proposta di manifestare per la pace a Gaza – come vorrebbero fare i partiti della sinistra – sventolando insieme alle bandiere palestinesi anche quelle con la stella di Davide dello stato di Israele.
Nelle stesse ore si apprendeva che il murale di Milano, che raffigura la stessa Bruck con Liliana Segre e Sami Modiano, era stato nuovamente vandalizzato. All’opera già deturpata in precedenza con la scritta: «Israeliani nazi» e dall’oscena equivalenza «Stella di Davide» = «Svastica» è stata sostituita l’immagine della svastica con la parola: «Genocidio». Il genocidio, dunque, come sinonimo di Israele.
È significativo che il vandalo – l’antisemitismo di strada, come quello d’accademia ha la sua macabra acribia filologica – abbia ulteriormente sconciato il murale per inserirvi la parolina magica che unisce e infiamma tutte le anime del movimento pro-Palestina (pro Pal), visto che è esattamente la parola di cui Edith Bruck e Liliana Segre, tutt’altro che tenere verso il governo di Netanyahu e la sua strategia su Gaza, hanno contestato l’utilizzo per designare la tragedia umanitaria dei palestinesi della Striscia, denunciando la sua sistematica occorrenza in ogni discorso d’odio contro gli ebrei e Israele.
Non ci vuole una particolare capacità profetica per prevedere che la proposta di Edith Bruck verrà accolta da un fragoroso silenzio, tamquam non esset, da tutti i partiti del Campo Largo intenti a organizzare la piazza per Gaza e, se sarà discussa, sarà considerata dannosa per l’unità di una compagine politico-sociale che butta o accetta che si buttino le bandiere israeliane fuori dai cortei per il 25 aprile e da quelli del Gay Pride, e certo non può invitare o accogliere le bandiere israeliane in una manifestazione contro lo Stato genocida di Israele.
Eppure dire sì alla proposta di Edith Bruck consentirebbe almeno al PD di uscire dall’equivoco di una ambigua ambivalenza rispetto alle istanze genuinamente antisemite che albergano nelle piazze pro Pal e dimostrarsi coerente con una posizione che, ufficialmente, non è contro Israele, ma semmai consonante con le critiche e le accuse dell’opposizione israeliana contro il governo Netanyahu.
Se davvero la mobilitazione pro Gaza volesse ripristinare le condizioni per un accordo di reciproco riconoscimento tra israeliani e palestinesi, cosa ci sarebbe simbolicamente di più appropriato dell’accostare bandiere che il 7 ottobre ha allontanato in modo potenzialmente irrimediabile?
Se sinceramente si volesse scongiurare il progetto di una rioccupazione e ricolonizzazione di Gaza, con relativo sgombero della popolazione palestinese, come sciaguratamente richiesto dalla destra suprematista e teorizzato nelle distopie balneari di Trump, come ci si potrebbe non riconoscere nel Free Gaza from Hamas?
Cosa ci sarebbe di meglio per una sinistra ideale dell’appello della vecchia ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, che mentre invita gli israeliani a ribellarsi a Netanyahu, invita gli italiani a ribellarsi alla subordinazione ideologica ad Hamas, «che vuole uccidere gli ebrei di tutto il mondo ma nessuno dice niente», e a coltivare il progetto dei «due popoli, due stati», senza chiedere di riconoscere subito uno Stato palestinese «che deve nascere, ma adesso non c’è e il Governo Meloni cosa dovrebbe riconoscere? Sono parole al vento»?
La colpa che rende Bruck e Segre irrimediabilmente invise alla sinistra pro Pal non è quella di sostenere il governo Netanyahu, che non sostengono affatto, ma accusano esplicitamente di crimini di guerra, bensì di non rinnegare Israele come democrazia e di non riconoscere il terrorismo di Hamas come conseguenza inevitabile del colonialismo sionista, cioè del peccato originale dell’esistenza di uno Stato ebraico usurpatore delle terre arabe.
È dunque presumibile che la piazza per Gaza del Campo Largo sarà con tutta probabilità tanto sterminata quanto infrequentabile per chiunque abbia un minimo di orgoglio e rispetto della verità della storia e non abbia deciso di appaltarne il racconto a Francesca Albanese o a personaggi di analogo lignaggio politico-culturale. Le bandiere di Israele, se tutto va come deve andare, vi compariranno solo per essere bruciate e bestemmiate come simboli del genocidio.