
All’inizio dell’anno la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato che entro la fine del 2025 sarà pronto lo Scudo per la Democrazia, una strategia dell’Unione europea pensata per rafforzare la difesa contro disinformazione, interferenze straniere e minacce ibride. Per non rimanere escluso dalla fase di proposta, il Parlamento europeo ha anticipato la propria posizione politica – inizialmente prevista per la prima metà del 2026 – mettendo insieme un documento di lavoro.
Al centro della proposta c’è la creazione di una struttura indipendente a livello europeo, con il compito di monitorare, coordinare e intervenire rapidamente contro campagne di disinformazione e interferenze digitali, in particolare da Paesi come Russia, Cina e Iran. La prima grande novità sarebbe la creazione di un centro di eccellenza, sul modello virtuoso delle agenzie nazionali francesi Viginum e svedesi Swedish Psychological Defence Agency, capace di agire tempestivamente sulle segnalazioni degli Stati membri.
Nel testo si ripete l’appello a superare l’attuale frammentazione tra le istituzioni europee e ad armonizzare le risposte nazionali alle minacce ibride attraverso standard condivisi. Eppure, la proliferazione di meccanismi paralleli sembra ormai fisiologica, spesso frutto di delicati equilibri politici in cui ogni attore istituzionale difende il proprio mandato. Si pensi, ad esempio, al Rapid Alert System, coordinato dalla Commissione europea, da non confondere con i meccanismi di allerta informali tra Stati membri, supportati dal Sistema europeo di azione esterna, né con il Rapid Response Mechanism del G7.
Il documento dedica ampio spazio al tema della resilienza digitale, messa alla prova dalla diffusione tentacolare di tecniche di manipolazione da parte di attori maligni; c’è chi sfrutta gli algoritmi per amplificare la disinformazione, chi bombarda le intelligenze artificiali con contenuti falsi per influenzarne l’addestramento (come nel caso della rete pro-Cremlino «Pravda»), e chi recluta influencer per diffondere propaganda mascherata da pubblicità (come i creatori di contenuti filorussi arruolati nell’operazione «Storm-1516»). I social media sono diventati il nuovo campo di battaglia per indebolire le istituzioni democratiche, polarizzare l’opinione pubblica e seminare sfiducia.
La risposta, allora, passa dall’applicazione rigorosa dei regolamenti esistenti: il Digital Services Act (Dsa), il Regolamento sulla trasparenza e targeting della pubblicità politica, la Legge europea sulla libertà dei media e l’AI Act. Il quadro normativo c’è, viene citato, ma manca incisività sull’implementazione: si sorvola sulla complessità di leggi che richiedono una trasposizione a livello nazionale e un monitoraggio continuo. Non va sottovalutata l’asimmetria di risorse, capacità e consapevolezza tra i vari Stati membri, a partire dall’assenza di definizioni comuni. Il Dsa, ad esempio, si occupa di «contenuti illegali», ma lascia a ogni Paese il compito di definirli – un dettaglio tutt’altro che tecnico, che ostacola l’interoperabilità.
A tutela della libera informazione, il Parlamento suggerisce, nel lungo termine, il «naturale sviluppo» di una piattaforma social europea che possa porsi come alternativa ai giganti statunitensi e cinesi – una proposta ambiziosa, che richiederà però investimenti non trascurabili. Si ribadisce, inoltre, l’importanza di proteggere giornalisti e media indipendenti da attacchi e censure. A tal proposito, vale la pena ricordare che l’Italia non ha ancora recepito la direttiva europea contro le Slapp (cause legali abusive per intimidire giornalisti e attivisti) e quest’anno è arretrata di tre posizioni nel World Press Freedom Index.
Come molti altri Stati membri, anche il nostro Paese è in ritardo sul recepimento della direttiva NIS2 sulla cybersicurezza, sempre più urgente in un’era di guerra ibrida che spazia dagli attacchi informativi al sabotaggio fisico di infrastrutture strategiche, come i cavi sottomarini. È prioritario ridurre la dipendenza da tecnologie e forniture esterne, soprattutto in settori sensibili come i semiconduttori e le reti 5G e 6G. Oltre alle sedici serie di sanzioni già imposte alla Russia, ci si aspetta che lo Scudo per la Democrazia includa sanzioni secondarie verso chi collabora con attori sanzionati e introduca la criminalizzazione delle interferenze straniere.
Le interferenze, però, non si esauriscono con il digitale. Il documento richiama l’attenzione sul finanziamento occulto a partiti estremisti, sulla manipolazione dei flussi migratori e sulla vulnerabilità dei processi elettorali, con particolare attenzione verso i candidati appartenenti a minoranze o le donne in politica. Si propone di rafforzare il ruolo di agenzie come Europol, che coordina le forze di polizia europee, ma il cui mandato attuale non comprende le minacce ibride, o Frontex, che, gestendo il controllo delle frontiere esterne, potrebbe contribuire a prevenire la strumentalizzazione della questione migratoria da parte di attori ostili.
Il filo rosso che unisce queste tematiche è la costruzione di una cultura della preparazione, che consenta all’Unione europea di passare dalla postura prevalentemente difensiva a un approccio più offensivo verso chi ne mina la stabilità. In un mondo interconnesso, è fondamentale considerare le emergenze come fenomeni collegati tra loro e, dunque, tutti potenzialmente strumentalizzabili. La pandemia, i conflitti internazionali, la radicalizzazione fino ai disastri naturali: ogni evento critico può diventare leva di destabilizzazione. Da qui il richiamo a una preparazione alle crisi che va dall’addestramento della popolazione civile alla creazione di una app comune per le emergenze, passando per la formazione intersettoriale e il rafforzamento della cooperazione tra ambiti civili e militari.
«Un attacco a uno è un attacco a tutti», si legge in chiusura di un documento che, per sua natura, è una dichiarazione d’intenti. Dunque, inevitabilmente, manca ancora di indicazioni concrete su come superare i ritardi, i blocchi e le sovrapposizioni già in corso. L’annoso problema delle risorse per rendere operativo questo strumento, poi, è ancora tutto da affrontare.