Strade selvatiche La biodiversità è a tutti gli effetti una questione urbana, anche in Italia

Molte specie animali e vegetali trovano condizioni di vita più favorevoli nelle città rispetto alle zone rurali circostanti. Il report annuale del National biodiversity future center (Nbfc) conferma che la natura è un asset anche in mezzo al cemento, ma solo a determinate condizioni

Stefano Porta / LaPresse

Il trentacinque per cento della popolazione italiana vive all’interno di contesti urbani, e la superficie dei Comuni classificati come «città, piccole città e sobborghi» rappresenta il quaranta per cento del territorio nazionale. Questi dati Istat del 2023 confermano che – anche in Italia – la presenza di specie animali e vegetali in ambito urbano deve per forza rientrare nelle conversazioni sulla biodiversità. Le città sono grandi organismi viventi non solo per il loro tessuto sociale, valoriale e lavorativo, ma anche per la natura che ospitano, proteggono e valorizzano.  

Il tema è stato approfondito all’interno del nuovo report annuale del National biodiversity future center (Nbfc), pubblicato in occasione della Giornata mondiale della biodiversità (22 maggio). Il documento si è concentrato sul valore economico della natura, da cui dipende il cinquantotto per cento del Pil globale (dato del 2023). Oltre ad analizzare la biodiversità marina e terrestre, gli esperti hanno mostrato che le città possono offrire opportunità e rifugio a numerose specie animali e vegetali, che in alcuni casi «trovano risorse e condizioni più favorevoli» nei contesti urbani rispetto ai paesaggi rurali circostanti. 

Sono cinque, stando al report del National biodiversity future center, i modi in cui le città possono fare bene alla biodiversità. I centri urbani forniscono cibo, acqua e rifugio ad alcune specie di uccelli, insetti e mammiferi, soprattutto durante i periodi di siccità o gli eventi meteorologici estremi; riducono la competizione tra specie e semplificano gli ecosistemi grazie all’assenza di predatori di grandi dimensioni; offrono, grazie alla presenza di aree verdi e parchi urbani, habitat temporanei ricchi di cibo agli uccelli migratori; allenano alcune specie a sopravvivere all’interno degli scenari climatici futuri, contraddistinti da temperature sempre più elevate.

I ricercatori dell’Nbfc sono giunti a queste conclusioni monitorando la biodiversità urbana di Torino, Milano, Roma, Firenze, Napoli e Campobasso. La fotografia delle sei città considerate ha documentato la presenza di novantaquattro specie di uccelli (di cui ottanta nidificanti), cinquantadue di mammiferi, diciassette di rettili, duecento di api selvatiche, 2.202 specie di piante (di cui 305 esotiche). 

Ci sono gli strigiformi che si rifugiano nelle cavità degli alberi dei boschi delle ville storiche e i falchi pellegrini sui tetti degli edifici più alti; il moscardino, il lupo Canis lupus – recentemente declassato dal Parlamento europeo –, la puzzola e i pipistrelli; la testuggine palustre europea e la testuggine di Hermann, entrambe considerate endangered (in via d’estinzione) nella lista rossa dei vertebrati italiani. Le ricerche hanno quindi evidenziato la presenza di specie considerate di pregio conservazionistico. 

Gli studi del National biodiversity future center hanno toccato anche i suoli urbani, spesso tappati da una cementificazione sregolata e incompatibile con l’estremizzazione climatica che stiamo vivendo. Dalla gestione dei flussi idrici alla rimozione degli inquinanti, passando dal ciclo dei nutrienti e dall’assorbimento del carbonio: il suolo è parte integrante della vita di una città ed è un serbatoio inestimabile di biodiversità, in ogni contesto. Adattamento climatico, riduzione delle emissioni e tutela della biodiversità sono pratiche che possono e devono contaminarsi a vicenda. 

Gli autori del report spiegano che l’uomo sa ancora pochissime cose sul microbiota del suolo urbano (l’insieme di microrganismi – compresi virus e funghi – che abitano e interagiscono al suo interno), soprattutto per quanto riguarda i suoi «aspetti funzionali». Il National biodiversity future center, però, ha fatto qualche passo in più, monitorando la biodiversità microbica del suolo di Torino, Napoli, Milano, Firenze e Roma.

Gli esperti hanno capito che la componente microbica cambia in base ai contesti ambientali, con effetti rilevanti sui servizi ecosistemici come la «decomposizione della materia organica, il sequestro di carbonio e la produttività primaria netta. Questi risultano essere meno abbondanti in ambiente urbano e, in particolare, nei parchi di recente realizzazione». In più, secondo i risultati dello studio, la salute delle comunità microbiche del suolo è strettamente legata alla resilienza (anche climatica) delle aree densamente popolate. Significa che un centro urbano che segue i princìpi della cosiddetta città spugna – contraddistinta da aree verdi largamente diffuse, strade permeabili, alberi e rain gardens – può contare anche su un suolo in salute e ricco di biodiversità. 

Gli strumenti di pianificazione che accorpano tutti gli elementi nominati finora sono i Piani comunali del verde, che definiscono la gestione e la distribuzione delle aree naturali. Su centodiciassette capoluoghi di Provincia, però, solo quindici hanno adottato questi documenti; in sei Comuni sono invece in corso di elaborazione. Significa, in sostanza, che meno di un quarto delle città del nostro Paese può contare su questi impianti normativi, fondamentali – secondo l’Nbfc – per tre ragioni: la catalizzazione dei «processi di rigenerazione socio-ecologica delle città a partire dal progetto della trama di infrastrutture verdi e blu, l’informazione dei cittadini e l’orientamento dei «processi e degli strumenti di pianificazione ordinaria verso l’integrazione degli obiettivi ecologico-ambientali».

Il report ha citato il caso virtuoso di Avellino, dove il Piano comunale del verde del 2023 è perfettamente integrato nel nuovo Piano urbanistico generale. Superare il vizio della settorializzazione, che tratta i vari temi urbani in modo separato, è dunque fondamentale per sviluppare dei solidi processi di pianificazione della natura in città. A Trento, si legge, «il dialogo continuo tra diversi settori dell’amministrazione (Ambiente, Welfare, Pianificazione, Mobilità) ha scandito il processo di elaborazione del Piano del verde e ha permesso di qualificare strategie e azioni del Piano come ambiti trasversali dell’azione pubblica».

Un altro punto trattato dal report è l’impatto della biodiversità sull’inquinamento atmosferico. I Comuni, spiega il National biodiversity future center, devono scegliere e curare le specie vegetali idonee alla rimozione degli ossidi di azoto o del particolato fine (PM2,5 e PM10) dall’aria. Grazie alla loro caratteristiche morfologiche – dalla densità del fogliame alla rugosità della corteccia –, alcune piante sono perfette per sequestrare le particelle PM10; altre specie, contraddistinte da basse emissioni di composti organici volatili, sono un antidoto ideale contro il biossido di azoto. 

A questo proposito, il National biodiversity future center ha sviluppato un software (Air-tree) che fornisce indicazioni specifiche sui parametri biometrici ed ecofisiologici delle principali specie arboree, supportando le amministrazioni comunali che vogliono introdurre alberi e piante capaci di ripulire l’aria che respiriamo. Un altro database gestito dall’ente, chiamato FlorTree, ha classificato oltre duecento specie «sulla base dell’efficacia nella riduzione di inquinanti quali particolato, biossido di azoto e ozono», senza sottovalutare variabili ambientali come l’umidità, la temperatura e i livelli di inquinamento. 

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