Un precedente pericoloso Il declassamento del lupo è privo di basi scientifiche

Il recente voto del Parlamento europeo è l’ennesimo passo indietro dal punto di vista della coesistenza tra uomo e animale, che si crea educando, informando e stabilendo paletti di altro tipo, senza per forza appoggiarsi a una norma che rischia di ridurre gli investimenti in misure preventive davvero efficaci

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Giovedì 8 maggio, il Parlamento europeo ha approvato la modifica dello status di protezione dei lupi, che passano da «strettamente protetti» a «protetti». Gli Stati membri, stando al provvedimento, dovranno comunque garantire «uno stato di conservazione soddisfacente» e potranno scegliere di mantenere lo status di specie «strettamente protetta» nella legislazione nazionale, anche attraverso l’applicazione di strumenti più rigidi. Un caso utopico in Italia, considerando che gli esponenti dei partiti della maggioranza di governo hanno sempre sostenuto il declassamento. 

La modifica della Direttiva habitat, passata con 371 voti a favore, 162 contrari e 37 astensioni, è l’ennesimo passo indietro dal punto di vista della coesistenza tra uomo e animale, che si crea educando, informando e stabilendo paletti di altro tipo, senza per forza appoggiarsi a norme anacronistiche che – come spiega Dante Caserta, responsabile Affari legali e Istituzionali del Wwf Italia – non offrono «soluzioni concrete ai problemi delle comunità rurali», rischiano di «ridurre gli investimenti in misure preventive» e creano «un precedente pericoloso». 

Il voto si tradurrà infatti nella possibilità per ogni Stato membro di gestire autonomamente le popolazioni di lupi, dunque anche abbattendo alcuni esemplari per contenerne il numero o (illudersi di) mettere in sicurezza le persone e il bestiame. Report e statistiche di ogni tipo confermano che gli attacchi dei lupi agli esseri umani sono eventi di grande rarità; questi animali preferiscono spostarsi di notte, e grazie ai loro sviluppatissimi sensi riescono a percepire la presenza di persone da molti metri di distanza, allontanandosi prima del contatto diretto. 

Il nostro Paese, continua Caserta, «è stato antesignano perché ha avviato negli anni Settanta interventi di protezione del lupo grazie al Wwf e al Parco nazionale d’Abruzzo. Speriamo che, nel nome della scienza, della natura e dell’interesse delle generazioni future, governo e parlamento non vogliano assumersi la responsabilità di farci tornare indietro di cinquant’anni».

Dice bene Pierfrancesco Maran, eurodeputato del Partito democratico: «Non ci sono basi scientifiche per il declassamento del lupo. Il provvedimento ha un obiettivo comprensibile, ossia rispondere alle preoccupazioni degli allevatori rispetto alle aggressioni al bestiame. Ma in quarant’anni non ci sono state segnalazioni di incidenti mortali tra lupi e uomini. Dunque la protezione del bestiame si può garantire in altre modalità, ad esempio attraverso recinti elettrificati o il contenimento dei lupi ibridi, che sono quelli più pericolosi». 

Secondo un recente studio, pubblicato sulla rivista PLOS Sustainability and Transformation, nell’ultimo decennio in Europa i lupi sono aumentati del cinquantotto per cento (da 12mila a 21.500): è un caso di ripopolamento di enorme successo, ma anche contraddistinto da una fragilità da non sottovalutare. La ricerca ha anche mostrato che, in media, un capo di bestiame ha una probabilità dello 0,02 per cento di essere ucciso dai lupi ogni anno. 

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