La scienza sembra qualcosa accaduta altrove: nei laboratori ipertecnologici, nei centri di ricerca internazionali, tra le mani di esperti che parlano un linguaggio inaccessibile. È vista come una disciplina che cala dall’alto: perfetta, immutabile, distante. E invece la scienza è un’altra cosa. È fatta di esperimenti e fallimenti, tentativi e correzioni. È un processo, non un dogma. Vive nel tempo, nei luoghi, nei contesti sociali che la generano. È profondamente umana, con tutto ciò che questo comporta.
Ce lo ricorda un saggio in libreria dal 9 maggio, si intitola “La scienza nascosta nei luoghi d’Italia” e racconta una storia diversa. Una storia fatta di luoghi precisi e spesso marginali — cave, orti urbani, palazzi dimenticati — dove la scienza non è arrivata per caso, ma perché qualcuno, lì, in quel contesto specifico, ha saputo porre una domanda giusta al momento giusto. Il libro, curato dalla redazione de Il Bo Live, il quotidiano dell’Università di Padova dedicato alla scienza e alla cultura, è una guida originale a trentatré luoghi scientifici italiani. Ma è soprattutto un invito a cambiare prospettiva: a comprendere che la scienza non è mai astratta, bensì radicata, concreta, situata.
A scriverlo con chiarezza nella postfazione è Telmo Pievani — filosofo della scienza, evoluzionista, divulgatore tra i più ascoltati nel panorama italiano — che di Il Bo Live è anche il direttore scientifico. Da anni si batte per smontare la narrazione di una scienza disincarnata, ridotta a verità impersonale. «La scienza non è solo quella galileiana, matematica, formale. È anche sapere antico, nato dall’esperienza, dall’osservazione, da secoli di tentativi ed errori. È il frutto di una coevoluzione tra esseri umani e ambiente. E oggi, sempre più spesso, la tecnologia più avanzata si incontra con queste conoscenze tradizionali. Non c’è alcuna contraddizione. Il futuro, ne sono convinto, sarà fatto proprio di questa integrazione: scienza e intelligenza ambientale, innovazione e memoria. Anche le grandi riviste scientifiche iniziano a riconoscerlo, pubblicando articoli che valorizzano saperi locali come risorsa preziosa, non come reliquia del passato».
Nella postfazione del libro scrivi che la scienza italiana, pur con risorse limitate rispetto ad altri Paesi, ha un vantaggio competitivo nel suo policentrismo. Cosa intende?
Oggi nella scienza convivono due modelli. Da una parte c’è la “scienza muscolare”: grandi infrastrutture, intelligenza artificiale, milioni di dati da elaborare. È il modello centralizzato di Francia, Stati Uniti, Cina. Dall’altra, c’è una scienza “qualitativa”: più interdisciplinare, più creativa, con una forte impronta umanistica. Qui contano le domande, non solo la potenza di calcolo. L’Italia ha sempre eccelso in questo secondo approccio. E credo — anzi, siamo in molti a crederlo — che sarà questa la scienza del futuro.
Perché?
Perché i costi delle tecnologie stanno calando, soprattutto nelle biotecnologie. Questo apre l’accesso alla ricerca anche ai Paesi con meno risorse. A quel punto, la differenza la farà la qualità delle idee, non la quantità dei mezzi. E in questo l’Italia ha una tradizione solida: creatività, intelligenza, approccio interdisciplinare. Non a caso, molti giovani ricercatori italiani all’estero fanno carriere brillanti. È un patrimonio che potrebbe darci molto. Ma serve investirci, altrimenti resta solo potenziale inespresso.
Perché l’Italia fatica ancora ad affermarsi come Paese della scienza, e continua a essere vista solo come culla di cultura, arte e gastronomia?
Non è che non ci abbiamo provato: lo abbiamo detto e ripetuto. Ma il messaggio non ha mai attecchito. Soprattutto tra le classi dirigenti, che fanno molta fatica a recepirlo. Perché servirebbe lungimiranza, e in politica la lungimiranza non paga subito. La scienza non porta voti nell’immediato, i risultati arrivano nel medio-lungo periodo. E così viene ignorata. L’indifferenza è trasversale: non riguarda destra o sinistra, ma l’intero sistema. Nessuna forza politica oggi mette davvero la ricerca al centro del dibattito. All’estero, leader come Obama, Merkel o persino i britannici ne parlano con orgoglio. Da noi, silenzio. E questo è sconfortante.
Chi comanda lo sa che investire nella scienza conviene, o preferisce far finta di niente perché i benefici non si vedono subito?
Investire nella scienza non dà risultati nella prossima campagna elettorale. I dividendi arrivano nel medio-lungo periodo. E quindi non lo fanno. Eppure i numeri parlano chiaro: ogni euro investito in ricerca scientifica genera un ritorno economico che va da 2,5 a 7 volte tanto. Non è un costo, è un investimento sicuro. Ma non si riesce a farlo capire, perché non si vedono subito i risultati. Allora, invece di disperarci, dobbiamo provare nuove strade per comunicare, per farci capire. Ecco, questo è il senso del nostro impegno.
Perché il messaggio sull’importanza della scienza fatica ad arrivare dove davvero dovrebbe arrivare?
Il problema non è solo cosa diciamo, ma come lo diciamo. Serve un linguaggio nuovo, capace di parlare davvero al pubblico. L’idea, ad esempio, di una guida turistica dei luoghi della scienza mi ha sempre divertito: nessuno l’aveva mai fatta. Ma soprattutto lancia un messaggio forte — e spesso sottovalutato — cioè che in Italia si fa scienza di altissimo livello, in luoghi belli, unici, legati a un territorio che nessun altro Paese può vantare. Non siamo solo il Paese dei santi, poeti e navigatori: siamo anche una terra di scienziati. E dobbiamo iniziare a dirlo con altri mezzi: il turismo, la musica, il teatro. L’importante è trovare nuovi modi per far passare il messaggio
Oggi si percepisce un maggiore scetticismo nei confronti della scienza, soprattutto sui social.
C’è una minoranza molto rumorosa e agguerrita sui social e nei media, ma resta una minoranza: secondo i sondaggi, si tratta di meno del dieci per cento della popolazione, quella più scettica verso la scienza.La pandemia, purtroppo, ha peggiorato la situazione. E non possiamo darne solo la colpa agli altri: anche il nostro mondo ha commesso errori. La comunicazione scientifica, in molti casi, è stata confusa, autoreferenziale, piena di personalismi. Troppi esperti si sono improvvisati opinionisti, parlando fuori dal loro campo. Un virologo che fa sociologia, un fisico che pontifica su pedagogia. Così la fiducia si sgretola. E invece la regola è semplice: ognuno dovrebbe limitarsi a parlare di ciò che conosce davvero.
Messa così, la situazione sembra drammatica.
C’è un elemento positivo che spesso ignoriamo: nonostante tutto, la fiducia degli italiani nella scienza resta alta. Più che in altri Paesi europei come Germania o Austria. Medici, ricercatori, scienziati continuano a essere figure autorevoli. È un capitale culturale che dobbiamo difendere. E poi ci sono i giovani. Nella fascia tra i 20 e i 25 anni cresce l’interesse per le facoltà scientifiche e per le sfide ambientali. Li chiamiamo “nativi climatici”: consapevoli, motivati, preparati. Quando vanno all’estero, brillano. Eppure, nel dibattito pubblico, non esistono. Li ascoltiamo solo quando protestano, mai quando propongono. Anche questo è un fallimento culturale: dobbiamo ridare voce a chi vuole essere protagonista della scienza di domani.
Oggi è sempre più difficile distinguere tra comunicazione scientifica affidabile e narrazioni distorte. Come può, secondo te, il pubblico non esperto orientarsi?
È una sfida complessa. E il paradosso è che nemmeno molti scienziati studiano davvero come si comunica la scienza. Eppure è fondamentale. Non basta trasmettere i contenuti: bisogna raccontare il metodo. Mostrare come si arriva a un risultato, con trasparenza, attraverso errori, revisioni, verifiche. È lì che nasce la fiducia: dal metodo, non dall’autorità. Il cambiamento climatico rende tutto ancora più delicato. E comunicarlo richiede onestà. Dire chiaramente che la situazione è grave. I modelli sono negativi, e la realtà — purtroppo — li sta superando. Nel 2024 la temperatura del Mar Mediterraneo ha superato ogni previsione. Abbiamo già sforato l’aumento di 1,6 °C per dodici mesi consecutivi. L’obiettivo dell’Accordo di Parigi — restare entro 1,5 °C — è già un ricordo. E questo va detto, senza giri di parole.
Non c’è il rischio che comunicare solo cattive notizie possa causare nel pubblico chiusura e rifiuto?
Solo l’allarme non basta. Se continui a ripetere numeri e scenari catastrofici, il rischio è la paralisi: ansia, rassegnazione, negazione. Le persone si difendono rimuovendo il problema. Per questo serve equilibrio: servono anche storie positive, che diano senso e possibilità. Un esempio concreto è quello del buco dell’ozono. Sui social è stato trasformato in una “bufala della scienza”, ma è esattamente l’opposto: è una delle prove più forti dell’efficacia del metodo scientifico. La scienza ha individuato il problema — i CFC —, ha capito le cause, ha fatto pressione sulla politica. Il risultato? Il Protocollo di Montréal del 1987, firmato da tutti i Paesi, che ha imposto un cambio drastico nelle filiere industriali. Paul Crutzen costruì un modello: se avessimo rispettato quel protocollo, tra gli anni ’20 e ’30 il buco si sarebbe ridotto del settanta-ottanta per cento. E oggi, secondo uno studio su Nature, quella previsione si sta realizzando. Il buco dell’ozono si sta chiudendo. Questa è una storia che funziona, che restituisce fiducia. E andrebbe raccontata meglio.
Il caso del buco dell’ozono può diventare un modello per affrontare sfide più complesse come il cambiamento climatico?
È una storia minore, certo, rispetto alla portata del cambiamento climatico. I gas coinvolti erano prodotti da poche aziende, quindi intervenire fu più semplice. Ma il principio resta: se individui un problema, lo affronti con politiche serie, regolamenti chiari e cambi il modello produttivo, i risultati arrivano. Non subito — ci vogliono decenni — ma arrivano. Questa è la forza della scienza: la capacità di guardare avanti, di vedere oggi quello che accadrà domani. E quando, dopo trent’anni, i dati ti danno ragione, significa che il metodo ha funzionato. Queste storie andrebbero raccontate di più. Sono piccoli successi, ma fondamentali per ricostruire fiducia. E invece spesso restano chiuse nei convegni o nei paper accademici. Se raccontassi la storia del buco dell’ozono in televisione, con il linguaggio giusto, avrebbe un impatto enorme. Molti colleghi, però, storcono il naso. Ti dicono: “Era un caso facile.” Sì, lo era. Ma il punto non è la semplicità del caso. Il punto è mostrare che si può fare. Che ci sono precedenti positivi. Perché non basta dire che andiamo verso la catastrofe: bisogna anche ricordare che, quando decidiamo di agire, possiamo cambiare le cose. E questo, in troppi, sembrano dimenticarlo.
Il cambiamento climatico è immenso, spesso troppo per essere compreso davvero. Come si fa a raccontarlo senza perdere il pubblico per strada?
Il cambiamento climatico è quello che alcuni definiscono un “iper-oggetto”: talmente vasto da non poter essere afferrato tutto insieme. E infatti il modo peggiore per comunicarlo è parlarne in blocco. Sono quarant’anni che ripetiamo sempre gli stessi numeri globali: emissioni, gradi in più, medie planetarie. Ma ormai sono diventati rumore di fondo, non colpiscono più. La chiave, secondo me, è “spacchettare” il problema. Raccontarlo attraverso aspetti concreti, quotidiani: cibo, energia, disuguaglianze, consumi. Parlare di storie vere, di persone, territori, situazioni locali. E far emergere le connessioni tra questi fenomeni non con teorie astratte, ma con esempi chiari. Ne ho uno che ho già realizzato e uno che sogno di mettere in scena.
Quali esempi, concreti e narrativi, possono aiutare a far percepire la gravità del cambiamento climatico?
In uno spettacolo con Marco Paolini abbiamo mostrato due immagini: la deforestazione in Amazzonia e una terapia intensiva durante la pandemia. Poi abbiamo chiesto al pubblico: “Che legame c’è tra queste due scene?” All’inizio nessuno lo vede. Ma basta spiegare tre passaggi: Nelle foreste vivono animali che ospitano virus pericolosi. Quando distruggi quegli ecosistemi, aumenti la probabilità che quei virus facciano il salto di specie. Il primo infetto sale su un aereo, atterra in Europa… e finisce in terapia intensiva. Ecco che la devastazione ambientale, apparentemente lontana, diventa qualcosa che tocca la tua salute, la tua famiglia. Non è più un’immagine esotica: è casa tua. Ma ce n’è un altro che vorrei realizzare.
Quale?
Il Mar Mediterraneo. L’estate scorsa, in alcune zone del Sud Italia, l’acqua ha raggiunto i 31 gradi — più delle acque tropicali. A quelle temperature, nei tropici, le barriere coralline sbiancano. Non è normale. E allora potresti dire, a chi si fa il bagno: “Sappi che quest’acqua così calda è collegata alla prossima alluvione in Emilia-Romagna o in Toscana.” Perché tutto quel calore si trasforma in vapore, cioè energia potenziale. Quando arriva una perturbazione fredda, quell’energia esplode. In forma di piogge torrenziali, frane, disastri. È una connessione intuitiva, comprensibile, che non richiede di spiegare la termodinamica, ma che ti fa capire che il cambiamento climatico è concreto, vicino, interconnesso con la tua vita.
Per me, questo è il linguaggio da usare: partire dalle storie, mostrare le conseguenze, far vedere che tutto è legato. Perché solo così il pubblico potrà davvero capire quanto è urgente agire.
Per rendere il messaggio più efficace, ha senso puntare sulle conseguenze dirette per l’essere umano, più che su quelle per il pianeta?
Sì, perché siamo inevitabilmente antropocentrici. Ci preoccupiamo di ciò che ci tocca da vicino: la salute, i figli, il lavoro, il reddito. E in questo senso, l’antropocentrismo può diventare un alleato nella comunicazione. Far capire che il cambiamento climatico ha un costo economico altissimo — e che la prevenzione è molto meno cara dell’adattamento forzato — è fondamentale. Non fare nulla è oggi la scelta più dispendiosa. E anche agire troppo tardi ha un prezzo enorme. Se riusciamo a spiegare questi aspetti con parole semplici, legate alla vita reale, allora il messaggio arriva. Funziona.Allo stesso tempo, però, dico sempre anche un’altra cosa: se noi ci mettiamo in difficoltà da soli, se ci autoeliminiamo come specie, non è che la vita sulla Terra finisce. La vita continuerà comunque, la biodiversità si rigenererà. Il pianeta si salverà da solo. Questo va ricordato sempre, per non darci troppa importanza. Un evoluzionista questo lo sa bene: siamo una parentesi nella storia della vita.
Passando al tema dell’intelligenza artificiale: nella tua visione evolutiva distingui tra progresso e adattamento. Pensi che ci sia una sola direzione già tracciata? O abbiamo ancora possibilità di scegliere come interagire con queste tecnologie?
La direzione oggi sembra una sola. E lo dico con preoccupazione. L’intelligenza artificiale è in mano a pochissime grandi aziende private. E ogni volta che c’è un oligopolio, il rischio è enorme. Per questo, io e altri colleghi insistiamo su un punto: se vogliamo che l’IA sia davvero al servizio dell’uomo, deve essere pubblica o gestita da enti internazionali. L’Unione Europea, ad esempio, dovrebbe sviluppare una sua IA autonoma. Ma siamo molto lontani da questo scenario. E poi c’è un altro aspetto, di cui si parla troppo poco: il costo ambientale. L’IA consuma enormi quantità di energia e acqua. Anche questo pesa. Anche questo va messo sul tavolo. Oggi si parla genericamente di “intelligenza artificiale”, ma non tutte le IA sono uguali.
Qual è la differenza?
Quella che usiamo ogni giorno nei laboratori è una IA generativa: serve ad analizzare grandi moli di dati, produrre testi, immagini, individuare correlazioni. È un’intelligenza “muscolare”, potentissima ma sempre subordinata: funziona in base alle domande che le poniamo. Posso confrontare due genomi in venti minuti, quando una volta ci volevano mesi. È uno strumento eccezionale, ma resta “ancillare”, cioè al servizio del lavoro umano. Poi però c’è l’IA generale, quella che preoccupa anche chi la sta sviluppando. È progettata per ragionare, risolvere problemi, prendere decisioni da sola. Non ha più un compito specifico: punta alla flessibilità, all’autonomia. Alcuni modelli hanno già superato esami avanzati, senza essere stati addestrati su quelle domande. E questo è un passaggio enorme. Affascinante, sì. Ma anche inquietante. La domanda da porsi è: che uso vogliamo fare di questa tecnologia? Quali obiettivi le assegniamo?
Proviamo a dare una risposta.
Serve una riflessione etica seria. Oggi il dibattito è polarizzato: da una parte gli entusiasti, dall’altra gli apocalittici. Ma la strada sta nel mezzo: una via etica, razionale, responsabile. L’evoluzione ci ha insegnato a convivere con la tecnologia da milioni di anni. Ci siamo sempre salvati quando abbiamo saputo guidarla, non subirla. Con l’intelligenza artificiale dobbiamo fare lo stesso. Ma se resta nelle mani di tre grandi soggetti privati, con un potere immenso su governi e istituzioni, allora sì, il rischio diventa enorme. Non è un problema tecnico. È un problema politico. Ed è urgente affrontarlo.
La scienza è spesso percepita come fredda, distante. Ma a te capita ancora di emozionarti davanti a una scoperta?
Sì, se non provassi ancora stupore, non farei questo mestiere. Anche il libro ne è pieno: storie che parlano di meraviglia, spesso nei luoghi più insospettabili. Penso al Sud Italia — Favignana, la Calabria, Matera, Castel del Monte. Luoghi oggi trascurati o mal governati, che però custodiscono un’intelligenza tecnica, una bellezza profonda, una sapienza millenaria. Per me, questo è commovente: è passato, sì, ma continua a parlarci. E a emozionarmi.
C’è qualcosa, nel presente, che ti ha colpito davvero?
Sì, una notizia recente che mi ha appassionato molto — anche se è passata quasi inosservata — riguarda la possibile rilevazione di dimetil solfuro su un esopianeta a 124 anni luce da noi. Il pianeta si chiama K2-18b, orbita attorno a una nana rossa, in una zona potenzialmente abitabile. Non è una prova di vita, certo. Ma il dimetil solfuro, sulla Terra, è prodotto solo da organismi viventi. È quel tipico odore di mare che si sente vicino a grandi distese di alghe. Un segnale chimico come questo, su un altro pianeta, non può non colpirti. Se fosse confermata, ci costringerebbe a ridimensionare le nostre ossessioni, i nostri conflitti, il nostro egocentrismo. Noi, qui a distruggerci, chiusi nei nostri provincialismi, mentre la scienza ci suggerisce che — forse — c’è un altro mondo, dove la vita ha preso una strada diversa. Forse ci sono alghe che producono gas come il dimetil solfuro, in un altro ecosistema, in un altro tempo. È uno schiaffo salutare al nostro narcisismo. E poi c’è quel numero: 124 anni luce. Mandare un messaggio oggi significherebbe riceverne uno — nella migliore delle ipotesi — tra 248 anni. Per la prima volta saremmo costretti a ragionare in termini intergenerazionali. A dire: “Scrivo ora, ma chi leggerà sarà il mio pronipote.” Ed è questo che mi ha colpito più di tutto.
Tra i molti luoghi raccontati nel libro, ce n’è uno che consideri particolarmente simbolico, una possibile prima tappa per chi voglia scoprire la scienza nei luoghi d’Italia?
Matera. Senza dubbio. Al di là della sua bellezza straordinaria — che da sola basterebbe a giustificarne la visita — è un luogo che oggi rischia di diventare vittima del suo stesso successo. Oggi rischia di essere travolta dal turismo “mordi e fuggi”, che consuma tutto senza capire nulla. Ma se la si guarda con attenzione, Matera rivela una sapienza tecnica straordinaria. È una città scavata nella terra, costruita nel suolo, quasi dentro il pianeta. Le sue tecniche di gestione dell’acqua, sviluppate nei secoli, sono un esempio perfetto di conoscenza empirica, adattiva, collettiva. Un sapere scientifico senza laboratori, fatto di osservazione, ingegno e convivenza con l’ambiente.

La scienza nascosta nei luoghi d’Italia verrà presentato al Salone del libro di Torino, sabato 17 maggio alle ore 17 allo stand degli Editori Veneti. Dialogano con il curatore Daniele Mont D’Arpizio, Stefania Pizzimenti e Sabina Prestipino. Modera Valentina Berengo.