Selezione simbolicaIl referendum sulla cittadinanza è un’occasione mancata, travestita da semplificazione

Lo Stato italiano ha trasformato la cittadinanza in una performance da meritare, anziché un diritto da riconoscere. Il voto dell’8 e 9 giugno non affronta la vera urgenza: la necessità di ripensare il concetto stesso di appartenenza

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C’è un momento, nei processi democratici, in cui le parole smettono di significare. Continuano a suonare, a muoversi, a ornare i discorsi ufficiali, ma perdono progressivamente densità. «Cittadinanza» è una di quelle. Un termine che evoca appartenenza, diritto, reciprocità, e che, invece, in Italia, è stato lentamente eroso fino a diventare il contrario di ciò che promette. È un simbolo che non include, ma esclude, non accoglie, ma filtra, non integra, ma condiziona. È un artificio giuridico al servizio di un’identità nazionale che finge di essere incerta, mentre, in realtà, è semplicemente selettiva.

Il referendum dell’8 e 9 giugno, con il suo apparato linguistico anodino e il lessico pseudo-riformista, è l’ultimo esempio di questo slittamento semantico. Si chiede all’elettore se voglia abrogare due parti dell’articolo 9 della legge n. 91 del 1992. Una è la norma che consente la cittadinanza allo straniero adottato da cittadino italiano. L’altra – quella centrale – è la possibilità di ottenere la cittadinanza dopo dieci anni di residenza legale ininterrotta nel territorio dello Stato.

La promessa politica che accompagna il quesito è chiara: si vuole, attraverso l’abrogazione, ridurre questo requisito da dieci a cinque anni. Non viene proposta una nuova normativa in sostituzione. Non viene introdotto un progetto alternativo, né delineato un quadro coerente. Si chiede di togliere, non di costruire. Di cancellare, non di correggere. Una semplificazione, dicono. Ma ciò che si propone non è semplificazione: è amputazione.

La proposta referendaria non si muove in un orizzonte di riforma organica. Non è il frutto di un ripensamento profondo del concetto di cittadinanza, né il prodotto di un’elaborazione politica sul tema dell’inclusione. È un atto chirurgico eseguito senza anestesia e senza riabilitazione, in nome di un’efficienza puramente ipotetica. E, come ogni abrogazione che non si accompagna a una rifondazione, ciò che lascia dietro di sé è un vuoto normativo. Un’assenza. Uno spazio esposto a tutte le derive interpretative, ai ritardi istituzionali, alla discrezionalità amministrativa, alla solita, estenuante trafila che nessun referendum potrà snellire.

La promessa di dimezzare i tempi si infrange subito, non appena si guarda da vicino la macchina che dovrebbe applicarla. Perché non è il numero degli anni il problema – è il modo in cui quei numeri si trasformano in attese indefinite, in fascicoli impolverati, in pratiche che scompaiono in archivi introvabili. Non è la norma in sé a essere irragionevole. È la sua esecuzione che è cinicamente, cronicamente, inapplicabile. Ciò che lo Stato italiano offre non è un eccesso di rigore, ma una penuria di responsabilità. L’attesa della cittadinanza non è un tempo utile alla valutazione; è un tempo morto. È lo spazio in cui lo Stato finge di osservare, mentre, in realtà, abdica.

E io quell’attesa l’ho abitata. Cinque anni. Cinque anni in cui la mia vita era pienamente inserita nel corpo sociale – lavoro, studio, contributi, legami – ma, giuridicamente, sospesa. Non migrante, non cittadina. In transito perenne, senza destinazione certa. La mia identità non veniva analizzata, non veniva discussa, né rifiutata: veniva ignorata. E quel silenzio è la forma più elegante di esclusione che uno Stato possa adottare. Una forma di disinteresse che non punisce, ma consuma.

E allora mi chiedo, ci chiediamo: a cosa serve questo referendum, se non a mettere in scena una nuova coreografia dell’inclusione? Una nuova illusione partecipativa che mantiene intatto il principio di fondo: la cittadinanza si concede, non si riconosce. Si attribuisce come premio, non si assume come diritto. E così, di nuovo, torna in scena la figura del migrante modello. Il ragazzo nato in Italia, che parla perfettamente l’italiano, ma non ha i documenti. L’atleta che vince per la nazionale e ottiene, in diretta TV, la cittadinanza per decreto. Il caso eccezionale, la storia commovente, il volto che legittima il sistema.

Il testimonial perfetto di una macchina che funziona solo per pochi, mentre, per gli altri, resta chiusa a chiave, con il cartello «torna domani» esposto per anni. Il problema non è la durata della residenza. Il problema è che la cittadinanza, in Italia, è stata trasformata in una selezione estetica. Un criterio implicito, basato sull’accettabilità sociale, sull’utilità narrativa, sul valore simbolico che una persona può offrire alla collettività. E così, il diritto si trasforma in concessione, e la concessione diventa marketing politico.

Il referendum, in questa chiave, non è solo inefficace. È dannoso. Perché suggerisce che sia sufficiente un ritocco, un taglio tecnico, per riformare un sistema. Perché alimenta l’illusione che la cittadinanza sia una questione di numeri, e non di struttura. Perché non dice mai la verità fondamentale: che l’Italia, oggi, non sa più cosa farne dei suoi nuovi cittadini. Non li vuole escludere apertamente, ma non ha il coraggio di includerli pienamente. E allora li sospende, li intrappola nel rito dell’attesa, li addestra alla gratitudine e li invita, ogni tanto, a sperare.

Eppure, il voto è necessario. È un atto che vale anche quando il quesito è ingannevole. Perché votare è un modo per registrare dissenso, per interrompere il rumore bianco dell’assuefazione democratica. Ma non votiamo per illuderci che tutto cambierà. Votiamo per dire che ci ricordiamo come dovrebbe essere. Votiamo per testimoniare. Per restituire senso a una parola che ne è stata privata. Perché «cittadinanza», prima di essere un timbro, è un’appartenenza etica. È il riconoscimento reciproco di esistenza e responsabilità. È la promessa che nessuno sarà lasciato a galleggiare in uno spazio senza nome.

E questa promessa, oggi, è stata tradita. Non da chi ha fatto leggi dure. Ma da chi ha fatto leggi che non funzionano. Da chi le ha lasciate morire negli uffici e nelle attese. Da chi ha fatto della cittadinanza un evento, e non un processo. Una retorica, e non una giustizia. E allora questo referendum, come molti atti nella storia di questa repubblica ansiosa e intermittente, sarà l’ennesima occasione mancata. Ma almeno che venga ricordata come tale. Con lucidità. E con voce alta.

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