I nemici interniCosì Netanyahu ha regalato la guida di Israele alla destra suprematista

Dopo decenni di marginalità e di condanne bipartisan, il nazionalismo etnico e razzista è arrivato al potere sfruttando la crisi del laburismo, e la cinica e tragica strategia dell’attuale premier

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«Stiamo conquistando la terra d’Israele. Stiamo liberando Gaza. Stiamo colonizzando Gaza. Non abbiamo paura della parola occupazione». L’autodefinitosi «fascista» Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, rivendica a gran voce quello che Netanyahu copre ipocritamente: il progetto strategico di questo disastroso governo è annettere a Israele Gaza e la Cisgiordania, nel nome della Bibbia, e lo scopo precipuo delle operazioni militari è indurre col terrore la fuga all’estero dei palestinesi. Questo gridavano lunedì scorso migliaia di giovani seguaci del ministro Itamar Ben Gvir, mentre menavano gli arabi nel centro di Gerusalemme urlando «Morte all’arabo! Nachba, nachba!» durante una manifestazione che celebrava la conquista di Gerusalemme nel 1948 e l’esodo forzato dei palestinesi.

È brutta, inquietante, questa destra israeliana suprematista ebraica e razzista che oggi, grazie solo a Bibi Netanyahu, è egemone e detta la strategia del governo e delle operazioni militari a Gaza, puntando apertamente, rivendicandolo, alla pulizia etnica dei palestinesi. È una estrema destra che ha una sua storia nella vicenda israeliana con una caratteristica netta: ultra-minoritaria, sino al 2022 non ha fatto eccessivi danni (tranne negli anni Quaranta col terrorismo) perché è stata rigidamente emarginata non solo dalla sinistra laburista sionista, ma anche dalla destra nazionalista del Likud, i cui leader storici sono stati il fondatore Vladimir Jabotinskij e poi Menachem Begin.

Questo in un Israele nel quale – a smentita di una immagine giornalistica superficiale – negli ultimi quarantotto anni, dal 1977 in poi, la sinistra laburista è stata al governo per soli otto anni, un quinto del tempo. Un Paese in cui, a partire dagli anni Settanta, il blocco sociale e la leadership centroeuropei, perlopiù laburisti, del primo sionismo sono stati superati dal blocco sociale degli ebrei in fuga dai Paesi arabi e dalla massiccia immigrazione proveniente da una Unione Sovietica in sfacelo morale e politico, caratterizzata da una radicata grettezza culturale e ormai priva di tradizioni. Questa, del tutto eterogenea, è la base sociale di una destra israeliana che ben poco ha a che fare con le utopie socialiste della prima e della seconda generazione sionista.

Questo, di nuovo, in un Paese in cui l’accordo iniziale con i palestinesi per la restituzione dei Territori occupati nel 1967 è stato possibile solo perché è stato voluto proprio dai due generali, uno laburista, l’altro del Likud, che avevano combattuto e sconfitto gli eserciti arabi e conquistato quelle terre. Gli accordi di Oslo e la nascita della Autorità Nazionale Palestinese sono stati infatti voluti e firmati dal premier Yitzhak Rabin, il generale che ha pianificato la geniale strategia della Guerra dei Sei giorni, applicata da Moshé Dayan. Il ritiro pieno è senza condizioni dell’occupazione militare dalla Striscia di Gaza nel 2005 è stato invece deciso dal premier Ariel Sharon, il vincitore della guerra contro l’Egitto del 1973, che era arrivato con la sua divisione di carri armati a soli cento chilometri dal Cairo.

La destra israeliana, dunque, ha una storia secolare, nasce infatti nel 1923 con la rottura tra Vladimir Jabotinskij e Chaim Weizmann e David Ben Gurion. Sostanzialmente il primo rifiutava il laburismo dei due leader sionisti e soprattutto l’ipotesi della bipartizione, dei due Stati, che gli altri due accettavano per realpolitik, e auspicava un solo Grande Israele, Eretz Israel, di qua e di là dalle rive del Giordano, comprendente Cisgiordania e Gaza e addirittura parte della Giordania. Il tutto – questa è la fondamentale differenza con la destra israeliana di oggi – dentro una marcatissima concezione liberale e umanistica che garantiva rigidamente «alla componente araba assoluta e totale parità di diritti in tutti i settori della vita pubblica del Paese». 

Allievo in Italia di Antonio Labriola e di Enrico Ferri, Jabotinskij fu infatti sempre e marcatamente un liberale progressista, moderatamente antisocialista, oltre che un grande organizzatore. Sua la Legione Ebraica che combatté eroicamente durante la Prima guerra mondiale, suo il Partito Revisionista e la organizzazione giovanile, il Betar. Soprattutto sua, a partire dal 1931, la loro branca militare l’Irgun Zvai Leumi. Questa, formata al massimo da duemila armati, soprattutto dopo la morte di Vladimir Jabotinskij nel 1940, si distinse dalla Haganah, l’organizzazione militare del maggioritario movimento sionista, per una strategia marcatamente terrorista nei confronti degli inglesi, sempre nettamente condannata da David Ben Gurion. 

L’acme del contrasto tra la Haganah e l’Irgun avvenne a metà giugno del 1948 quando la seconda, sotto il comando di Menachem Begin, fece arrivare a Tel Aviv la nave Altalena (pseudonimo di Vladimir Jabotinskij) con un carico di duemila fucili, duecento mitragliatrici Bren e due milioni di munizioni donate dal governo francese. In quei giorni le armi erano vitali per gli israeliani impegnati allo spasimo nella guerra contro gli eserciti arabi nella proporzione di uno a dieci. Ma David Ben Gurion e la Haganah non intendevano tollerare che una organizzazione privata, l’Irgun, violasse il monopolio delle armi che doveva essere unico e del già proclamato governo e Stato di Israele. 

Dopo un’infruttuosa trattativa, David Ben Gurion ordinò di bombardare e di affondare la nave col suo pur indispensabile carico. Così fu fatto, Menachem Begin, che era a bordo, si salvò a nuoto. L’ordine fu materialmente eseguito dal giovane capitano Yitzhak Rabin. Nei giorni seguenti, durante la guerra con gli arabi, l’Irgun si rese responsabile di vari episodi di pulizia etnica contro i palestinesi, in particolare del massacro di Deir Yassin del 9 aprile 1948 in cui morirono centosette civili palestinesi, undici dei quali armati.

I veri padri politici della attuale estrema destra israeliana non vanno ricercati nell’Irgun né tra i seguaci di Menachem Begin, bensì nel feroce e cieco gruppo terrorista Lahi, fondato nel 1940 da Avrahm Stern, fuoruscito dall’Irgun, chiamato dagli inglesi «Banda Stern». L’ideologia suprematista del gruppo che mirava a «una repubblica ebraica totalitaria» era tanto estremista e pasticciata da non fare alcuna distinzione tra nazisti e inglesi impegnati nella guerra al nazifascismo. 

Da qui, addirittura, il tentativo di allearsi con i nazisti nel nome sciagurato della lotta contro il comune avversario, il Regno Unito. Tra gli attentati del gruppo Stern, che comprendeva poche decine di affiliati, azioni tutte condannate con veemenza da David Ben Gurion, l’assassinio di Lord Moyne, fiduciario del filosionista Churchill, e quello del diplomatico Folke Bernadotte, mediatore dell’Onu, anche lui filosionista.

Dopo l’indipendenza e fino al 1967, Menachem Begin restò all’opposizione e alla guida del partito Herut, sempre propugnando l’obiettivo di Eretz Israel. Lui personalmente e il suo partito subirono però una sostanziale maturazione quando a partire dal 1967, pochi giorni prima dello scoppio della Guerra dei Sei giorni, saggiamente il premier laburista Levi Eshkol gli offrì di entrare come ministro in un governo di unità nazionale. Negli anni successivi sia Menachem Begin sia il suo partito, affinati dall’esperienza di governo, modificarono inoltre nettamente la propria base elettorale, inizialmente circoscritta alla componente centro europea degli ashkenaziti. 

I decenni al governo avevano infatti sclerotizzato il partito laburista, che peccava di centralismo, burocratismo e anche di forme di corruzione e soprattutto non rispondeva più ai bisogni degli strati popolari più disagiati, gli ebrei sefarditi provenienti dai paesi arabi e quelli fuggiti dall’Unione Sovietica, molto esposti alla concorrenza sul mercato del lavoro con gli arabi israeliani e i palestinesi dei Territori occupati. 

Con il trionfo della sua nuova coalizione tra varie componenti della destra, nelle elezioni del 1977, e col primo esecutivo Begin, il Likud iniziò così un cinquantennio di egemonia governativa della destra sul governo, interrotto da brevi governi a guida laburista, mai più duraturi di tre anni.

È in questa fase che il Likud, naturalmente poi contrario agli accordi di Oslo del 1993 con Yasser Arafat, combatté una durissima battaglia alla sua destra contro il partito Kach fondato dall’ebreo americano Meir Kahane, un movimento nato nella dinamica violenta degli scontri interrazziali di New York nel clima della rivolta armata dei ghetti, del Black Panther e di Malcolm X.

Eletto deputato alla Knesset nel 1984, Kahane, ammiratore esplicito della Banda Stern, basava la sua predicazione su un odio razziale esplicito nei confronti degli arabi (propose una legge per punire con cinque anni di prigione l’arabo che avesse avuto rapporti sessuali con una donna ebrea), su una attiva militanza armata e violenta dei suoi seguaci e una vera e propria «teologia della vendetta», armata materialmente, contro i gentili e contro gli arabi, sempre con l’obiettivo di conquistare Eretz Israel e di espellere tutti gli arabi dal suo territorio: «Gli arabi di Israele rappresentano la profanazione di Dio nella sua forma più cruda. La loro espulsione dalla terra di Israele è così più di una questione politica. È una questione religiosa, un obbligo religioso, un comandamento». Il suo slogan era: «La violenza ebraica in difesa dell’interesse ebraico non è mai un male».

La reazione del Likud alla sfida alla sua destra fu netta e al massimo livello: introdusse un emendamento nella Legge Fondamentale che vietava la partecipazione al voto ai partiti «coinvolti nell’incitamento al razzismo». Di fatto Meir Kahane fu espulso dal Likud dalla Knesset. Morì poi, nel 1990 a New York, in un attentato di una cellula di precursori di al Qaida.

Quattro anni dopo il suo assassinio, un suo seguace, Baruch Goldstein, entrò nella Grotta dei Patriarchi a Hebron e massacrò a colpi di mitra ventinove palestinesi e ne ferì centoventicinque che vi si erano riuniti in preghiera. Il governo israeliano mise allora fuori legge le due organizzazioni in cui si era diviso il partito Kach di Meir Kahane.

Negli anni successivi l’estrema destra israeliana rimase sottotraccia, ininfluente, con scarsissimi consensi elettorali e quindi del tutto estranea al potere politico sino a quando Benjamin Netanyahu, dopo ben quattro tentativi falliti di vincere le elezioni anticipate in due anni, decise nel 2022 di rompere con la tradizione dello stesso Likud e organizzò una alleanza organica con due partiti emanazione diretta dell’area del Kach di Meir Kahane, guidati da Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. 

Una cinica rottura del fronte democratico, motivata unicamente da basse ragioni elettorali. Il meccanismo dell’alleanza elettorale portò così un grande vantaggio nella raccolta dei voti e nella ripartizione dei seggi. Soprattutto, la legittimazione dell’estrema destra razzista compiuta da Netanyahu spinse molti elettori di destra, sino ad allora frenati dal timore di disperdere il voto, a spostare il voto sulle formazioni estremiste che cumularono ben ventuno seggi. 

Essendo la maggioranza alla Knesset di sessantuno seggi, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich si sono così visti riconoscere di fatto da Bibi Netanyahu la golden share, l’egemonia di fatto sul governo di Israele. Ben Gvir, questo è il punto, è stato dirigente giovanile del partito di Kahane, gli è stato per questo proibito il servizio militare, pochi giorni prima dell’attentato in cui fu ucciso aveva minacciato di morte Yitzhak Rabin, teneva in casa un poster di Baruch Goldstein, e ha sempre rivendicato di seguire gli insegnamenti razzisti e suprematisti del suo venerato maestro Meir Kahane. 

Bezalel Smotrich ribadisce spesso senza infingimenti la linea suprematista di quest’ultimo, e propone apertamente l’espulsione violenta dei palestinesi dalla Cisgiordania e da Gaza, approvando in pieno le azioni violente e razziste contro i palestinesi da parte dei coloni israeliani che costituiscono larga parte della base elettorale sua e di Ben Gvir.

Gli errori e gli orrori della guerra di Gaza che sporcano il pieno diritto di Israele di combattere Hamas con ogni mezzo, derivano da qui, da questa alleanza scabrosa di Bibi Netanyahu con l’estrema destra razzista.

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