A mano a manoLa ricostruzione dell’Ucraina parte anche dalle amministrazioni locali

Al Friends of Ukraine Forum a Bukovel, vicino al confine con l’Ungheria, si sono incontrati oltre trecento sindaci e decine di rappresentanti europei di comuni gemellati per costruire progetti post bellici

Giulio Albano

Si può sostenere la causa ucraina in molti modi, dall’Italia o sul campo, risolvendo i problemi immediati dei rifugiati o lavorando a livello istituzionale per la ricostruzione. Si può fare in un campo per orfani di guerra o nei palazzi di Bruxelles. Questo è anche il salto di qualità che hanno fatto le realtà ucraine in Italia, radunatosi in un Congresso da questo febbraio. Se inizialmente si occupavano solo di raccogliere donazioni, ora si interfacciano con le istituzioni e cercano investitori per rilanciare l’Ucraina.

Per questo siamo stati a Bukovel, vicino al confine ungherese, per seguire il Friends of Ukraine Forum 2025, un evento organizzato dal Mayors’ Club Ucraino, che riunisce oltre trecento sindaci e decine di rappresentanti europei di città gemellate per costruire alleanze concrete nella ricostruzione post-bellica.

Arrivare a Bukovel non è semplice, non ci sono aerei per l’Ucraina. Siamo atterrati a Budapest e da lì una macchina dell’organizzazione ci ha portato fino ai Carpazi. Dieci ore di viaggio, che diventano dodici, passando dalle pianure ungheresi alle montagne dell’Ucraina occidentale.

Giulio Albano

Al fianco de Linkiesta hanno viaggiato anche Nicola Losito, in rappresentanza dell’Associazione Uniti per l’Ucraina Bari, e Cesare De Virgilio, del Partito democratico di Bari, unico rappresentante di un partito italiano. Sul posto abbiamo incontrato gli altri rappresentanti delle associazioni italiane. L’autista è Sergio, ucraino, nessuna parola in inglese, qualcuna in italiano. Ci ripete più volte che suocera vive a Varese, ci elenca le città italiane che ha visitato: cliché che aiutano la comunicazione avendo pochi vocaboli comuni a disposizione.

Il viaggio fila liscio fino alla frontiera. Diversamente da altre occasioni, il passaggio è più mesto, quasi in decadenza, ma presidiato. È un piccolo confine di periferia. Superati i controlli ungheresi, restiamo sospesi nella zona neutra: un ponte stretto, con grate, due marciapiedi laterali. Uno per andare, l’altro per tornare, su cui sfilano frontalieri in ciabatte che si danno del tu con i militari. L’attesa è di quaranta minuti d’ansia, qualche battuta dei militari sull’Italia, qualche scatto sfocato rubato e ripartiamo.

Poco dopo il confine c’è un locale per cenare. Resta deluso l’avventore chi si aspetta un ristorante decadente da zona di guerra. È un locale bellissimo, menù in doppia lingua, personale che parla inglese.

Giulio Albano

Questa è la prima cosa che capisce chi arriva in Ucraina: altro che nazione decadente post-sovietica, grigia e decrepita. L’Ucraina guarda a occidente, si migliora, investe. Soprattutto qui, nell’ovest del Paese, dove l’app degli allarmi segna un solo allarme aereo a settimana, massimo un’ora. Qui l’Europa è a due passi e ogni tanto prende ancora il roaming.

La strada segue il confine con la Romania, arbusti e filo spinato e controlli. Quattro posti di blocco, il primo molto severo, gli altri piano piano più leggeri una volta che ci si allontana dal confine. Passaporti e ispezione del bagagliaio sono sempre il minimo. Provo a fare qualche foto ma Sergio è terrorizzato dall’esercito, non vuole avere problemi. Non vuole nemmeno che ci fermiamo a fotografare i memoriali ai caduti.

Ci fermiamo solo all’ennesimo cartellone con immagini evocative come soldati ucraini con ali, spade e scudi. Il nostro rappresenta la Madonna e due santi locali su colori nazionali. Agli occhi esterni sono un po’ cringe, ma devono fare il loro effetto.

Alle tre di notte finiamo i tornanti e arriviamo al nostro hotel a Bukovel. La città, a prima vista, ricorda i paesi di montagna del Trentino: chalet in legno, luci soffuse, strade pulite. E ovunque cantieri: si costruisce, si investe, si crede nel futuro.

Giulio Albano

La mattina si possono vedere le lingue di neve residue, mentre la hall dell’hotel brulica di sindaci, assessori e gruppetti sparsi di altre nazionalità: polacchi, tedeschi, francesi, spagnoli e noi italiani. Il meeting può iniziare. Partecipano anche deputati, economisti, rappresentanti di imprese.

Tutti qui per un solo scopo: fare rete, ricostruire, immaginare un domani migliore ed europeo.

Bukovel non è Kyjiv, ma in questi tre giorni qui si progetta il futuro, non con ingenuità, ma con progettualità. La resistenza non è solo nel supporto ai rifugiati. È nei sindaci, nelle donne, nei volontari, nelle imprese, nel lavoro. La resistenza è anche in quelle istituzioni che fanno la democrazia che l’Ucraina lotta per difendere contro la tirannia.

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