Mentre Giorgia Meloni si complimentava per il successo ottenuto dal nazionalista filorusso, nonché suo compagno di partito in Europa, George Simion, al primo turno delle elezioni rumene, Mark Carney, il nuovo presidente del Canada, dava un’eloquente dimostrazione di come si difende la dignità e l’interesse del proprio paese davanti a Donald Trump. Esempio di cui evidentemente c’era bisogno, soprattutto in Italia, dove abbiamo salutato come una dimostrazione di coraggio e coerenza inimmaginabili il fatto che Meloni, nello studio ovale, dopo quasi un’ora di monologo del padrone di casa, si fosse permessa di bisbigliare che continuava a ritenere fosse stata la Russia ad attaccare l’Ucraina e non viceversa. Ben diverso era stato il comportamento di Emmanuel Macron, che in quella stessa stanza non aveva esitato a mettere una mano sul braccio di Trump e smentire seccamente, una per una, tutte le sue balle, dal commercio alla guerra in Ucraina. Come ben diverso è stato ieri il comportamento di Carney, che dopo avere pazientemente ascoltato l’ennesimo delirio trumpiano sulla bellezza della cartina geografica del Nord America una volta eliminata quella brutta linea di confine tra Stati Uniti e Canada, gli ha detto chiaro e tondo che il suo paese non è in vendita e non lo sarà mai.
Questi ormai sono gli schieramenti e la sostanza della politica occidentale, e il pessimo inizio del cancellierato di Friedrich Merz, con il Bundestag che per la prima volta nella storia ieri ha bocciato il candidato designato dalla maggioranza, salvo confermarlo in una seconda votazione di poche ore dopo, indebolisce il fronte democratico ma non cambia fondamentalmente il quadro. Da un lato ci sono i volenterosi tedeschi, francesi e polacchi, con la fondamentale partecipazione, sia pure formalmente extra Ue, della Gran Bretagna di Keir Starmer (non per niente il primo viaggio del nuovo cancelliere tedesco sarà a Parigi, e subito dopo a Varsavia); dall’altra ci sono i nazionalisti antieuropei, filo-putiniani e filo-trumpiani, come Simion. L’Italia guidata da Meloni, purtroppo, appare assai più vicina alle democrazie illiberali dell’Est che ai volenterosi dell’occidente, e prima o poi dovrà prenderne atto anche la stampa più benevola (non solo italiana).
Lo spazio per doppiezze e giochi delle tre carte si sta assottigliando a vista d’occhio: o si sta con chi difende la democrazia, i diritti e la società aperta, ai confini dell’Europa, come in Ucraina, e al suo interno, come in Germania (dopo le clamorose ingerenze americane a favore di Afd) o si sta con i pupazzi del trump-putinismo. Un principio che dovrebbe essere fatto valere anzitutto nell’Unione, chiarendo una buona volta a Viktor Orbán e ai suoi seguaci che sono liberissimi di condurre tutte le campagne antieuropee che ritengono, ma non con i soldi dell’Ue. Da questo punto di vista, una soluzione potrebbe venire proprio dallo schema dei cosiddetti volenterosi (ho già detto come la penso sull’assurdità di questa traduzione dell’inglese willing, ma ormai mi sono arreso). Mi pare infatti evidente che in futuro, sempre di più, la nuova Europa procederà attraverso accordi tra «chi ci sta» (lo so, avevo detto che mi arrendevo: ho mentito). A un certo punto bisognerà trarne le conseguenze. Speriamo che, per allora, a rimanere fuori dal nucleo forte della nuova Unione non sia anche l’Italia.
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