«Che la battaglia abbia inizio». È così che il ministro dell’Energia e del Net-zero del Regno Unito, Ed Miliband, ha chiuso l’ultimo vertice internazionale sulla sicurezza energetica a Londra (25-26 aprile), circondato da ministri, delegazioni di sessanta Paesi e funzionari dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea). Il tono è perentorio, lo sguardo sicuro. Miliband è pronto a trasformare la transizione ecologica britannica in un terreno di scontro politico. Forse il più decisivo della sua carriera.
La sua voce è infatti diventata quella più riconoscibile tra le fila di un governo laburista che, pur avendo promesso una «rivoluzione verde», ha più volte mostrato esitazioni e compromessi, abbassando l’ambizione delle proposte fatte in campagna elettorale. Miliband, al contrario, ha deciso di esporsi, alzando il volume del dibattito e il livello dello scontro. Non solo contro l’opposizione conservatrice, ma anche contro chi – dentro e fuori dal suo partito – tratta la crisi climatica come un’urgenza rinviabile a proprio piacere.
Con la retorica del combattente e l’ostinazione del veterano, si è caricato l’intero fronte ecologico del Regno Unito sulle spalle. «La verità è che possiamo battere la destra politica populista e anti-climatica. E lo faremo con una proposta chiara: energia economica, prodotta in casa, sotto il nostro controllo. Perché i combustibili fossili non sono solo cari e insicuri: sono la causa diretta della crisi del costo della vita che ha devastato famiglie, imprese e finanze pubbliche globali», ha affermato Miliband.
Da qui l’impegno a trasformare la transizione energetica in un terreno di scontro politico netto, senza ambiguità e compromessi, come dichiarato in un suo editoriale per il quotidiano The Guardian: «A fronte di chi ci vuole ancora prigionieri di mercati volatili e di un declino economico programmato, questo governo laburista combatterà per la sicurezza energetica, per bollette più basse e per posti di lavoro dignitosi. Per il presente e per le generazioni future. Ed è una battaglia che vinceremo».
Le sue parole arrivano come risposta a una serie attacchi incrociati ricevuti negli scorsi mesi. Dalla destra americana, che con l’emissario trumpiano Tommy Joyce ha definito le politiche sul net-zero «pericolose e dannose», fino a Nigel Farage, il leader del partito britannico Reform Uk, che ha rilanciato il concetto di «follia net-zero» e profetizzato una nuova Brexit a tema climatico.
Miliband ha scelto di rispondere punto per punto. «Questo governo non si piega, non si spezza, non arretra», ha dichiarato durante il summit del 25-26 aprile, aggiungendo: «L’energia pulita garantisce sicurezza, abbassa le bollette, ed è la più grande opportunità economica del XXI secolo». Un’offensiva verbale che, per molti, segna la sua uscita dall’ombra dentro il governo Starmer.
Se oggi Miliband parla da protagonista, non è stato sempre così. Fino a pochi mesi fa, era infatti visto come un ministro marginale, isolato nella sua stessa squadra, critico nei confronti di un primo ministro che ha via via ridotto l’ambizione ecologica del programma laburista. Dallo stop al divieto di vendita delle caldaie a gas (previsto inizialmente per il 2035) al sostegno per lo sviluppo di nuovi giacimenti di petrolio e gas nel mare del Nord, in particolare con la riapertura del controverso giacimento di Rosebank, fino al drastico definanziamento del Green prosperity plan (da ventotto a quindici miliardi di sterline l’anno): la traiettoria di Starmer è si è fatta sempre più prudente.
Miliband ha ingoiato di malavoglia il boccone amaro che molti di questi cambi di rotta rappresentano, ma non ha mai rinunciato a far sentire la sua voce. Pur non avendo il pieno controllo dell’agenda ambientale, ha lavorato con tenacia per non lasciare che venisse annacquata. Ha provato a costruire alleanze all’interno del governo con i ministri più ricettivi sul fronte climatico, ma è soprattutto sul piano pubblico che ha deciso di rilanciare la sfida.
Non ha scelto il silenzio né la diplomazia, bensì il confronto aperto. Nell’editoriale sul The Guardian ha infatti dichiarato: «Se i nostri avversari politici vogliono uno scontro sull’energia pulita, che scontro sia. Lo accoglieremo, contrapponendo al loro disegno regressivo la nostra visione: energia economica, prodotta in casa, sotto il nostro controllo – e una grande opportunità economica per il Paese».
La linea è netta. E non solo nei toni. Per Miliband, la transizione ecologica non è solo una risposta alla crisi climatica globale, ma anche una questione sociale. «Sono i lavoratori a pagare il prezzo della nostra insicurezza energetica. È per loro che dobbiamo agire» ha ripetuto in questi mesi il ministro. L’invasione russa dell’Ucraina e il collasso del mercato energetico europeo hanno, secondo lui, confermato ciò che da anni denuncia: «Dipendere dai combustibili fossili significa esporre le famiglie alla volubilità di regimi autoritari. La transizione all’energia pulita è anche una forma di sovranità».
Per questo motivo ha voluto fortemente la creazione della Great british energy, l’azienda pubblica incaricata di guidare la produzione nazionale di energia rinnovabile. E oggi ne rivendica i primi successi: duecento scuole e duecento ospedali riceveranno bollette più basse grazie all’installazione di pannelli solari sui tetti. L’investimento da duecento milioni di sterline comprende anche fondi per enti locali e gruppi comunitari, con cui sviluppare progetti di energia pulita su scala locale, come impianti eolici comunitari a terra, pannelli solari sui tetti e sistemi idroelettrici fluviali. «È un modo per riappropriarci delle nostre infrastrutture. Per dire che l’energia non è un lusso, ma un diritto. E che i posti di lavoro del futuro saranno verdi, ben pagati e sindacalizzati».
Eppure, non tutti nel partito condividono la sua visione. Una parte del Labour teme che puntare su obiettivi troppo ambiziosi possa rivelarsi politicamente rischioso, offrendo alla destra un facile bersaglio elettorale. A dar voce a queste critiche è stata, tra gli altri, la leader conservatrice Kemi Badenoch, secondo cui il net-zero «non si può raggiungere senza un drastico calo del tenore di vita o la bancarotta del Paese».
Miliband, però, respinge queste letture come miopi e infondate: ricorda che l’economia legata alla transizione verde è cresciuta tre volte più rapidamente del resto dell’economia nazionale e insiste sul fatto che abbandonare ora la sfida climatica significherebbe «tradire le generazioni future». A chi, anche nel suo partito, suggerisce prudenza, risponde senza esitazioni: «Le grandi trasformazioni richiedono coraggio, non calcoli elettorali».
Ma la sua non è solo una battaglia politica, è anche una battaglia culturale. Durante il summit di Londra, mentre a Lancaster House si susseguivano gli interventi ufficiali, fuori si radunavano gruppi di ambientalisti che contestavano le ambiguità del governo Starmer sul giacimento petrolifero di Rosebank, sull’espansione degli aeroporti londinesi e sull’allentamento delle regole per i veicoli elettrici.
È qui che si consuma la tensione più evidente: da un lato, un governo che vuole essere percepito come guida mondiale della transizione; dall’altro, la percezione di un esecutivo troppo prudente e sensibile agli umori dei sondaggi. Miliband si trova esattamente al centro di questa tensione. E ne è, forse, la contraddizione vivente: un ecologista radicale alla guida della transizione ecologica di un governo moderato.
Ma è proprio questa sua posizione, liminale e combattiva, a renderlo oggi una figura chiave. «Non ci piegheremo» dice, ribadendo: «Non può esserci sicurezza nazionale senza sicurezza energetica. E l’unico modo per ottenerla è dire addio ai combustibili fossili e investire sull’energia pulita prodotta in casa».
A chi gli chiede se il Regno Unito possa portare avanti questa rivoluzione mentre negli Stati Uniti Trump prepara un ritorno anti-climatico, risponde così: «Ho appena incontrato delegazioni dalla Cina e dall’India. Tutti stanno andando avanti, perché sanno che la transizione sostenibile è la chiave per l’occupazione e la sicurezza del futuro. Ogni Paese prende le sue decisioni. Ovviamente, cercheremo un terreno comune anche con l’amministrazione Trump. Ma noi abbiamo fatto la nostra scelta, ed è la scelta giusta per la Gran Bretagna».
Parole chiare, che non cancellano le difficoltà, ma le rendono visibili. Perché Miliband sa che la sua battaglia non è solo contro la destra britannica e mondiale; ma è anche contro l’inerzia, l’ambiguità, il compromesso silenzioso. E proprio dietro il linguaggio diretto c’è un calcolo preciso: spingere il dibattito sul clima al centro della scena pubblica, non solo come emergenza, ma come opportunità.
E se è vero che il Labour ha ridimensionato alcune promesse ambientali, è altrettanto vero che, con Miliband al timone della transizione, la battaglia è tutt’altro che chiusa. Resta una domanda, forse la più politica di tutte: una rivoluzione energetica può davvero essere guidata da un governo che teme il prezzo del consenso?