Esternazioni e moral suasion. Il Presidente della Repubblica ormai ogni giorno interviene direttamente o indirettamente su questioni che riguardano l’azione del governo. È un rapporto delicato, quello tra Quirinale e Palazzo Chigi, sempre all’insegna della correttezza e del rispetto dei ruoli: d’altronde è impossibile che Sergio Mattarella presti il fianco a rilievi sulla sua condotta. Ma da qualche tempo il Capo dello Stato esterna, richiama, ricorda, soprattutto sulla politica estera, dove è ipotizzabile sostenere che non sia soddisfattissimo dell’agenda di Giorgia Meloni, soprattutto su una questione, quella della politica di difesa.
Su questo, come abbiamo notato a proposito del suo discorso di due giorni fa a Bruxelles, non apprezza le frenate della segretaria del Partito democratico con la quale peraltro non ha un particolare rapporto personale, e certo non per colpa sua.
Ieri Mattarella ha ribadito per l’ennesima volta che «l’autonomia strategica è sempre più centrale» a causa della «riapparsa minaccia russa e una nuova imprevista dialettica con gli Stati Uniti». Sempre rassicurato dal ministro della Difesa Guido Crosetto che la strada è quella, il Presidente vede l’ostilità di Matteo Salvini al piano di riarmo e la sostanziale inerzia della presidente del Consiglio che, come sempre, non dice mai né sì né no, o al massimo un sì sussurrato, avvolto in spire di scetticismo legato, seguendo Giancarlo Giorgetti – l’uomo che scuote la testa quando lei parla – al problema di dove trovare i soldi.
Meloni è perennemente presa in mezzo alle opposte visioni di Quirinale e Lega. E così lei è costretta a fischiettare, a non prendere posizione.
Ieri è scoppiata un’altra grana tra la Presidenza della Repubblica e Salvini. Nell’emanare il decreto Infrastrutture approvato lunedì dal Consiglio dei Ministri, Mattarella ha imposto (via moral suasion) una modifica sostanziale al testo: è stato tolto l’articolo che assegnava la competenza dei controlli antimafia per il ponte sullo Stretto di Messina al solo Ministero dell’Interno.
In sostanza la norma voluta dal Salvini e dal ministro Matteo Piantedosi puntava a portare i controlli nelle stanze del Viminale. È una cosa che si fa in occasione di fatti improvvisi, terremoti e simili, ma non per un’opera che durerà anni (se mai partirà). Sembra una cosa piccola, ma è uno stop del Colle a una pretesa centralistica di Matteo&Matteo. Il ministro dei Trasporti ha fatto sapere che il governo rimetterà la norma sulla quale deciderà il Parlamento: una sfida in piena regola al Capo dello Stato. E Giorgia? Non c’era, e se c’era dormiva.