Ancora una volta, Giorgia Meloni coglie l’occasione delle osservazioni provenienti dal Consiglio d’Europa per presentarsi come paladina delle forze di polizia, come aveva già fatto dopo la presentazione del rapporto sull’Italia pubblicato dalla commissione contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) in ottobre. Ancora una volta, proprio come allora, il Quirinale ha subito emesso una nota, annunciando che Sergio Mattarella ha invitato a colloquio questa mattina il capo della polizia, «per riconfermare la stima e la fiducia della Repubblica nelle Forze dell’ordine, la cui azione si ispira allo spirito democratico e ai valori della Costituzione».
Tutto esattamente come sette mesi fa. A innescare la polemica, questa volta, sono state le parole di Bertil Cottier, presidente dell’Ecri: «La nostra raccomandazione verso il governo italiano è che conduca al più presto uno studio indipendente sul fenomeno della profilazione razziale nelle sue forze di polizia, per poter valutare la situazione». In parole povere, il fatto che agenti di polizia fermano le persone sulla base del colore della pelle, o sulla loro presunta identità o religione.
Meloni, che sceglie sempre molto accuratamente se e quando intervenire, capace com’è di restare silente per giorni su questioni cruciali, con il fortunato aiuto di frequenti e improvvise influenze, in questo caso è subito intervenuta sui suoi canali social, con tanto di card, parlando di accuse «vergognose» e «giudizi infondati, frutto di un approccio ideologico e di pregiudizi evidenti».
Significativo anche l’argomento utilizzato dalla presidente del Consiglio, direi ai limiti della confessione involontaria, se fosse lei a capo della polizia (e colgo volentieri l’occasione per ricordarle che non lo è): «Tutti conoscono i numerosi episodi in cui agenti delle Forze dell’Ordine vengono aggrediti, spesso da immigrati irregolari, mentre svolgono il proprio dovere con coraggio, dedizione e rispetto della legge».
A conferma del carattere del tutto pretestuoso e strumentale della polemica, segnalo anche le parole della vicepresidente dell’Ecr, Tena Simonovic Einwalter: «Nel nostro report annuale 2024 non citiamo paesi nello specifico, ma basandoci sui report paese già pubblicati in passato, tra cui quello sull’Italia, possiamo certamente dire che il problema della profilazione razziale nell’operato delle forze dell’ordine è un problema che si riscontra frequentemente in Italia e Francia». Avete letto bene, nell’Italia di Meloni e nella Francia di Emmanuel Macron, dunque nessuna congiura delle élite europee contro i sovranisti.
Altro che «pregiudizi evidenti», come dice la nostra presidente del Consiglio. Considerata la storia da cui proviene, per quanto riguarda i rapporti impropri tra politica e apparati, e ancor più l’attualità, considerando i rapporti e la dichiarata ammirazione per Viktor Orbán, questo continuo giocare al partito della polizia non può lasciare tranquilli.
Ne avevo già parlato qui a marzo dell’anno scorso, dopo le polemiche seguite alle manganellate rifilate dalla polizia agli incolpevoli studenti di Pisa, che Mattarella aveva definito un «fallimento», e su cui due giorni dopo Meloni aveva detto testualmente: «Io penso che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra: è un gioco che può diventare molto pericoloso». Mi pare evidente che qui di pericoloso c’è solo la diffusa cecità – anzitutto nel fronte cosiddetto liberale – dinanzi a convinzioni, motivazioni e intenzioni di questa destra.
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