Il comignolo dei famosi Il conclave, l’Isola, i David, e il palinsesto unico della tv italiana

Non possiamo eleggerci il Papa, ma con lo zapping indifferenziato di prima serata possiamo costruirci un programma culturale e ricreativo in cui qualcuno si scovolina i denti

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La tradizione del palinsesto estivo è dunque stata anticipata a primavera. Fino all’anno scorso ci toccava aspettare luglio, un mese che ci aveva abituato ad almeno una gran serata televisiva: quella in cui da una parte c’era “Temptation Island” e dall’altra il premio Strega (il primo per la letteratura, il secondo per l’intrattenimento).

Ieri sera, eravamo pronti all’anticipo, alla serata che avrebbe contrapposto il grande cinema (Mario Adinolfi e Dino Giarrusso all’“Isola dei famosi”) al kitsch in purezza dei David di Donatello (un premio Strega con più tax credit). A sparigliare, è arrivato Andy Warhol.

Come i coltissimi lettori di questa paginetta sanno, “Empire” è il film del 1965 con cui Andy Warhol sfidò la soglia d’attenzione di quel secolo. Otto ore, in bianco e nero, d’inquadratura dell’Empire State Building. I David avrebbero potuto candidarlo nella categoria “possente metafora”.

L’Andy Warhol che la primavera italiana si può permettere è Enrico Mentana, che non un grattacielo manda in onda ma un comignolo (vi vedo che state canticchiando la canzoncina di “Mary Poppins”, riempimento automatico invero irresistibile). Il comignolo del Vaticano è vagamente più movimentato dell’Empire State Building perché trattasi pur sempre di Roma, una città fondata sulla spazzatura, e quindi ogni tanto nell’inquadratura arriva un gabbiano.

Ma non arriva una fumata, né bianca né nera, e alla Gruber tocca andare in diretta perché Mentana le lascia in eredità il suo comignolo (con l’aria di dire: fanne buon uso), e la prima serata non è ancora iniziata e già c’è più pathos che in “Conclave”, notevole porcheria e candidato come film internazionale.

A un certo punto Lucio Caracciolo ci spiega che «ormai il Papa è una figura talmente superiore», che la Chiesa è messa male ma anche i non cattolici s’interessano al Papa. Ma «ormai» in che senso? Cioè ai tempi del «neanche un prete per chiacchierar» di Paolo Conte nessuno invece sapeva chi fosse Giovanni XXIII?

Lo studio della Gruber è un plastico del secolo in cui nessuno più va a catechismo, solo che hanno tutti l’età dei datteri e quindi evidentemente a catechismo non ci sono andati (o li hanno bocciati) nel secolo scorso. Un ospite lamenta che non si possa sapere niente perché dentro il conclave non si può whatsappare nessuno (imparino da Sanremo, diamine). La conduttrice ipotizza che, se non c’è ancora stata la fumata né bianca né nera, forse è perché «votano due volte». Cioè nel fantamondo della Dietlinde la fumata non si fa a ogni votazione, e probabilmente nella Trinità sono in cinque o sei.

Il catechismo latita, ma pure il senso della televisione: per la prima metà della puntata, tutta questa approssimazione viene sciorinata senza inquadratura fissa del comignolo. Poi arriva un riquadro piccino picciò, chissà se qualche ostinato ha insistito fino a convincere la conduttrice a farsi rovinare l’inquadratura, o se hanno ceduto per evitare che rimbombassero le bestemmie di Mentana.

La fumata nera arriva e interrompe su Rai 1 “Affari tuoi” (che nessuno ha avuto il buon senso di mandare per l’occasione in diretta, e quindi la registrazione viene troncata a metà parola d’una concorrente e ripresa dopo l’edizione straordinaria del tg sempre da metà parola), ma non “Striscia la notizia” su Canale 5 (traetene le conclusioni che volete sui diversi poteri contrattuali).

Quel che mi fa pensare che forse non valga la pena aspettare il kitsch è che, nello studio di “Otto e mezzo”, la fumata arriva mentre Matteo Renzi dice «Non voglio fare una discussione su di me». Può il resto della serata televisiva donarci più sceneggiatura, più regia, più cinema?

Canale 5 non fa uno straccio di aggiornamento comignolo neanche dopo Ricci (forse a Cologno stanno tutti facendo un ulteriore ponte e hanno lasciato la messinonda in automatico), e quindi l’“Isola” inizia alle 21 e 39, ora alla quale io normalmente ho già preso la pastiglia per il colesterolo.

Perdipiù, sospetto che avrà la sfibrante lentezza di tutte le prime puntate di tutti i reality: e se Giarry e Ady me li fanno entrare a mezzanotte? Io di solito alle dieci dormo, qua capace che alle dieci non siano ancora sbarcati quelli con cui intendo trastullarmi (la conduttrice Veronica Gentili usa il verbo “atterrare”, e tecnicamente ha ragione: saltano da un elicottero). Alle undici capace che sul set ci sia sì e no Cristina Plevani.

(Lo dico con tutto il rispetto per la fu Cristina-la-bagnina, che una parte così importante delle nostre illusioni e disillusioni ha rappresentato. Venticinque anni fa, il primo “Grande Fratello” ci fece dire che era tutto finito, che i barbari erano arrivati, che il culturale sì era Alessandro Cecchi Paone. A ripensarlo oggi, quel “Grande Fratello” con Pietro Taricone e Rocco Casalino, a paragonarlo al medio programma culturale di questo decennio, pare Bloomsbury, pare la Einaudi a Pavese vivo, pare la tavola rotonda dell’Algonquin ma pure un po’ quella di Re Artù).

I David partono alle 21 e 53, mentre su Canale 5 va fuori sync la presentazione di Ady e annunciano che Giarry ha avuto un infortunio (sarà inciampato nella telecamera del telefono) e quindi entrerà alla prossima puntata. Simona Ventura dice cose ficcanti e originali e sofisticate quali «ben vengano i provocatori», e lo considero il segnale che posso andare a dormire: sì, su Rai 1 è principiato il ricreativo, ma di qua non ho più niente da aspettarmi dal culturale.

Tengo accesi i David altri dieci minuti per capire se hanno la prontezza di spirito di premiare per prima la categoria in cui c’è “Conclave”, ma in quei dieci minuti ci sono Elena Sofia Ricci che ci esorta a festeggiare «la settima, indispensabile arte» (la prima del campionato «arti rimaste senza pubblico», anche), e il premio al migliore attore non protagonista.

Non ho visto cinque film su cinque, non ho mai sentito nominare quello che premiano, ma quando lo inquadrano nel momento di suspense della lettura delle candidature si sta togliendo un pezzo di carne tra i molari. Sembra una scena dell’“Isola dei famosi”, parlandone da viva.

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