Sionisti in trattoriaI demeriti per nascita degli israeliani, e lo standard di purezza cui tutti devono aderire

I turisti cacciati dal ristorante a Napoli non condividono le posizioni di Netanyahu, ma non importa: la Croce Verde della moralità ha subito fatto partire la solidarietà verso la ristoratrice, prima ancora di accorgersi di chi avesse di fronte

Pexels

Lo scorso anno mi trovavo a un festival pieno di giornalisti, intellettuali, donne con la maglietta di Goliarda Sapienza, e mentre camminavo sul lungomare mi si avvicina un ragazzo per vendermi una qualche beneficenza, credo fosse per salvare i nidi dei fratini. Mi ero dimenticata di levarmi il cartellino col nome, il ragazzo lo legge, mi chiede da dove viene, gli rispondo che è israeliano, mi guarda, lo guardo, gli dico che non gli avrei sparato, fa finta di aver capito che non gli avrei sparato, mi chiede se fossi contro le politiche di Benjamin Netanyahu. Non so se la mia donazione avrebbe salvato i nidi dei fratini, spero che stiano bene.

Dopo la fornaia antifascista è arrivato il momento della ristoratrice antisionista, e per fortuna non è successo il contrario. I fatti – gli editoriali sui maggiori quotidiani si sono risolti agili sui social con un “stasera vado alla Taverna a mangiare un cuoppo” – sono questi: una famiglia di turisti israeliani va in un ristorante, la Taverna di Santa Chiara a Napoli. Gili Moses, la turista, riprende le parti finali del litigio con Nives Monda, proprietaria del ristorante, e le pubblica sui social. Qua inizia la nostra puntata di “Sionisti in trattoria”: Nives Monda rilascia diverse interviste e comunicati stampa, dice che i turisti si sono messi a sostenere il governo di Netanyahu, poi dice che la discussione era civile e pacifica, poi che ha letto ai turisti il manifesto contro il genocidio palestinese (solo agli israeliani o anche agli altri? C’è una effettiva inclusione in questa locanda?), poi che i turisti non hanno pagato, poi che querelerà tutti, poi che i turisti facevano rumore, poi salta fuori un suo post su Facebook scritto due giorni dopo il 7 ottobre in cui scrive «via i sionisti macellai dalla terra di Palestina»; a quel punto a qualcuno un leggero sospetto viene, ma non a Laura Boldrini che si era già prenotata per la photo opportunity al Met Gala del restiamo umani.

I turisti israeliani rilasciano anche loro un’intervista a Fanpage in cui dicono che la signora Monda si è intromessa in una conversazione dove loro stavano parlando di turismo con altri clienti e che Monda è saltata su a parlare di genocidio e apartheid, e che comunque hanno pagato, in contanti.

Gili Moses fa parte del direttivo di un partito di sinistra di opposizione a Netanyahu, come si sia messa a parlare a favore della politica del governo israeliano in una taverna di Napoli immagino lo racconterà la signora Monda, in una live su Instagram o in questura.

Intanto, c’è da confermare che gli ebrei buoni possono aderire a tutti i manifesti contro Netanyahu che vogliono, andare in giro a bere la Gaza Cola e farsi i vestiti con le tende della redazione di Haaretz, ma dal ristorante li cacciano lo stesso, perché l’essere meritevoli per virtù non esclude i demeriti per nascita. La verità è diventata un atto di fede, come succede nei culti, nelle religioni, nelle sette: non si possono avere dubbi sulla natura del proprio credo altrimenti si viene espulsi o peggio, non ti fanno scrivere l’editoriale del giorno. Lo scatto di solidarietà verso la ristoratrice è stato immediato e a me è sembrato più strano che in altre situazioni non aspettare di capire cosa avesse da dire l’altra parte, che poi è la linea che divide i fanatici e la gente normale.

Dopo questo episodio, sono partite le minacce alla ristoratrice e ai turisti, le liste di proscrizione, le recensioni false, e poi i bambini nei ristoranti, e poi i cani nei ristoranti, e poi gli influencer nei ristoranti, e la gente ha iniziato a chiamare la polizia per dire che Anna Frank stava nella soffitta del vicino.

Il caso è interessante non tanto per il fatto in sé, ma perché ci ricorda quello che sarà, e l’antisemitismo, presunto o reale, non c’entra, anche perché al fatto che l’asticella sia stata fissata sull’antisemitismo non ci crede nessuno. Se vado in un locale pubblico e il proprietario mi chiede di aderire a un qualsiasi manifesto ideologico, che sia contro il genocidio o per salvare i fratini, esco e cara grazia che non chiamo la guardia di finanza. Avere idee orrende è legale, essere persone orrende anche, dovremmo baciare per terra che viviamo in un posto dove è legale, e non sarà certo la Croce Verde della moralità a dirmi cosa e come devo pensare. Questo succede perché è stato fissato uno standard di purezza – non della razza, siamo ancora alla tragedia e non alla farsa – che non ammette altro che sé stesso, perché la Palestina è l’intersezione e non il punto. Io avrei evitato di costruire un mondo dove a raggiungere lo standard di purezza ci sono riusciti solo Moni Ovadia e Judith Butler, ma tanto mi dà tanto.

C’è poi l’attribuzione della colpa collettiva da parte della stessa gente pronta a morire sulla collina del “pizza mafia mandolino”, colpa collettiva che succede solo con Israele. Perché? Perché l’antisionismo è un gimmick.

Il sionismo è un progetto concluso, morto, finito da settantasette anni. Chi parla di sionismo e di antisionismo usa una versione cosmetica della realtà, che non è la realtà. C’è chi lo usa per vendere i detergenti per la faccia, chi per promuovere un firmacopie o addirittura un podcast, chi lo fa perché è pagato e chi lo fa per non essere escluso, ma parlano tutti di una cosa che è finita. I social sono un’ecolalia, quattro parole ripetute in maniera degenerata, e forse è il caso di uscire e andare al bar, sempre che vi facciano entrare. D’altra parte, ogni giorno c’è qualcuno che se ne esce col silenzio sulla guerra a Gaza quando non si parla di altro da quasi due anni, e a me pare che sia un po’ troppo bersela anche per i cretini.

X