Ordinaria folliaViviamo in un Paese violento perché abbiamo smesso di educare alla rabbia

I casi recenti di Monreale, Partinico e Augusta mostrano come l’assenza di educazione civile e la logica dello scontro siano diventate parte della nostra quotidianità

LaPresse

Inizio le mie giornate, solitamente, urlando. Accompagno i miei figli a scuola, posteggio l’auto lontana per evitare l’ammucchiata selvaggia davanti all’ingresso e per fare con loro due passi. Attraverso la strada, sulle strisce, e puntualmente c’è qualche auto che non mi vede, non mi fa passare, o mi taglia la strada. Non mi ammazzerà la mafia. Morirò investito. Sulle strisce. Bestemmiando. Perché è una cosa che mi fa arrabbiare tantissimo, questo comportarsi in strada senza rispettare le regole. E allora urlo. Do colpi alle macchine degli automobilisti pirata. Impreco.

Morirò investito. Sulle strisce. Da una gragnuola di pugni di qualcuno che, un giorno, non prenderà bene i miei suggerimenti su come dare precedenza ai pedoni. Già l’altra volta ne ho avuto un assaggio. Una donna, giovane, mi ha tagliato la strada. «Stronza!», le ho urlato. Lei ha accostato. È scesa dall’auto. Mi è venuta incontro e mi ha urlato contro delle cose indicibili. Inveiva contro di me al centro della carreggiata, come uno spartitraffico umano. E io ero tutto imparpagliato, perché quella reazione mi ha colto di sorpresa. Quella reazione mi divertiva. Quella reazione mi faceva maledettamente paura. Ho pensato: questa donna, se avesse un’arma, in questo momento, qui, nel traffico dell’ora di punta, davanti ai bambini, qui, questa donna, adesso, mi colpirebbe.

Sabato scorso, a Monreale, sopra Palermo, nelle stradine del centro affollate di locali e di giovani, un gruppo di ragazzi scorrazzava con le moto nell’isola pedonale. Sono stati rimproverati da altri giovani: «State attenti. Ma come cavolo guidate!». Il gruppo è andato via. È poi ritornato. Hanno cominciato a sparare. Undici colpi. Tre giovani morti. Solo per aver detto: fate più piano. Una strage. Quando, la mattina, l’agenzia ha battuto la notizia, quando, qualche ora dopo, le prime testimonianze hanno ricostruito il contesto ed il movente, ho pensato a quella donna, quella incontrata davanti alla scuola, e a quella violenza.

Poco distante da Palermo, qualche giorno prima, a Partinico, una domenica pomeriggio. Un uomo di quarantacinque anni esce a passeggiare con la moglie ed il figlio, di diciassette anni. Due giovani, ad alta velocità, sfrecciano con l’auto e per poco non li investono. Quando il figlio gli urla di rallentare, i due accostano. Scendono dall’auto. Massacrano di botte padre e figlio. L’uomo muore la sera stessa al pronto soccorso di Palermo.

Dall’altra parte della Sicilia, Augusta, ieri. Due vigili urbani fanno la multa a una signora, in sosta vietata. Si avvicinano due giovani, che non c’entravano nulla con la signora, e picchiano in strada, davanti a tutti, i poveri vigili. Nel racconto televisivo di queste vicende c’è sempre il momento in cui si intervistano i testimoni. Ripetono sempre le stesse frasi: «Sembrava il far west, ormai la gente è pazza, dove siamo arrivati?».

Papa Francesco, 2014. È in volo, di ritorno dalla Corea. Parla con i giornalisti. Gli chiedono delle tante crisi umanitarie in corso in quel periodo (non immaginando, invece, cosa vedono oggi i nostri occhi). E lui: «Siamo di fronte a un nuovo conflitto globale, ma a pezzetti. La terza guerra mondiale è già iniziata».

Il Papa è stato profetico. Viviamo davvero tempi di guerra, lo sappiamo, ma quello che non sappiamo è che siamo davvero in guerra tutti, perché è un conflitto mondiale, globale, che è diviso non a pezzi, ma a pezzettini, e a pezzettini ancora più piccoli, arriva dentro le nostre case, nelle nostre strade, nei locali che frequentiamo, davanti alla scuola. Siamo tutti in guerra contro tutti, siamo tutti arrabbiati. La guerra mondiale sull’uscio di casa.

Quando succedono fatti così gravi, come quello di Monreale, il copione prevede che, dopo il racconto del fatto, i retroscena, le interviste ai testimoni, scendano in campo gli esperti a spiegarci il perché. Il perché si possa morire un sabato sera in pieno centro, a Palermo, mentre si passeggia con la fidanzata. Sono come i funzionari della Protezione Civile, quelli con lo smanicato d’ordinanza o le polo blu e il cappellino che appaiono in tv dopo ogni tragedia a parlare di smottamenti e di soccorsi.

Invidio questi esperti, perché hanno la risposta pronta. È colpa dell’immigrazione clandestina, dicono, se ci sono stranieri coinvolti. Oppure: è colpa dei cellulari, è colpa della famiglia, è colpa della tv, non ci sono più i valori di una volta, signora mia. Paolo Crepet, capostipite di questa schiera di esperti à la carte, è sicurissimo: «La tragedia di Monreale è colpa delle madri». Non nel senso dell’ingiuria, come ho pensato io, ma nel senso che, secondo lui, queste madri, le madri di chi ha sparato e ucciso, «avrebbero dovuto cercare un dialogo con i figli».

Allo straziante e partecipato funerale delle tre vittime, nella magnifica cattedrale di Monreale (ma noi ce la meritiamo tanta bellezza? Ma quel Cristo magnifico e d’oro, con le sue braccia larghe, perché non prende il volo e se ne va?) è spuntato uno striscione con scritto letterale: «Basta con Gomorra e Mare Fuori. Qui si muore davvero». La colpa è di Mare Fuori allora, penso, della famiglia Ricci, i cattivi della serie: Rosa, Ciro e tutta la loro gente.

D’altronde, sul giornale, la didascalia che accompagna l’immagine dello striscione è chiara: Mare Fuori è «la serie che strizza l’occhio ai criminali». Se chiedete però a chi ama questa e altre serie, ti dicono: ma avete mai sentito certe canzoni che ascoltano i vostri figli? Forse non c’è una colpa e forse questo è il tempo che abbiamo costruito e nel quale viviamo. Un tempo di violenza in cui sembriamo tutti cercare in chi è accanto un colpevole da eliminare, quando attraversiamo la strada o quando siamo in auto, a scuola come a casa.

Che poi, secondo me, il cuore del discorso forse è proprio questo, paradossalmente: dobbiamo recuperare la rabbia. Oggi l’abbiamo ingabbiata, sottaciamo ogni tipo di protesta. Il vero torto che facciamo ai nostri figli è quello di anestetizzarli, farli stare buoni. Mi vengono in mente i versi di una canzone dei The Zen Circus: «Non c’è altro da fare / senza bestemmiare / zitto e non fiatare / tanto / l’anima non conta» (e guarda caso l’album, del 2016, si chiama proprio La terza guerra mondiale…). L’anima conta. E bisogna dare fiato ai polmoni.

C’era un tempo in cui l’indignazione era una fiamma viva, un motore di audacia che spalancava orizzonti di speranza e di cambiamento radicale. Io ricordo bene quella sana furia della nostra Sicilia, quando, ancora ragazzi, di fronte all’orrore delle stragi mafiose, sentimmo l’impellente bisogno di invadere le strade, di alzare la voce e dire basta alla tirannia mafiosa. Fu una liberazione di forze vitali, perché la rabbia ha questo potere. È come una scossa febbrile che ti scuote fin nel profondo, perché cela un’autentica sete di giustizia.

Oggi, purtroppo, ci ritroviamo intrappolati in un isolamento tossico, illudendoci di risolvere i problemi con la violenza cieca e gratuita (la violenza è cieca, la rabbia, invece, ci vede benissimo). Sì, abbiamo bisogno della rabbia. Soprattutto questa generazione. Tutti abbiamo fatto a pugni, nella vita.

Tutti abbiamo regolato i nostri conti, da ragazzini, nella palestra in penombra della scuola, all’oratorio, nel parcheggio semideserto dei bus. Oggi invece assistiamo a risse continue a scuola, al supermercato, in fila per l’imbarco sull’aereo, o nei locali, dove spesso ci sono più buttafuori che clienti e l’altra volta un amico mio, che fa questo mestiere, ormai è costretto anche a fare i controlli all’ingresso come negli aeroporti, mi raccontava che un tale voleva entrare con, nascosto nella giacca del giubbotto, un cacciavite. E di fronte a tutto questo, può, la risposta, essere quella dei posti di blocco e delle telecamere in strada?

Siamo arrivati alla fine. Credo di aver scritto tanto. Chissà chi mi ha letto sin qui. E magari in tanti avranno pensato: ecco, l’ennesimo tizio che è convinto di aver capito il mondo e di sapercelo spiegare, in bello stile. No, io non ci ho capito nulla nel mondo. Proprio per questo scrivo, per dare forma a un’inquietudine. Penso sempre più spesso che questo Paese avrebbe bisogno di un piano Marshall, una specie di Pnrr, tutto però dedicato all’educazione, alla cultura, all’educazione sentimentale, alla bellezza.

Per arginare tutto questo, non servono telecamere, né posti di blocco, né codici rossi. Serve leggere, serve studiare, scoprire il mondo, riconoscere l’altro, il Cristo pantocratore del duomo di Monreale o le note di una chitarra, la sacralità della persona che hai accanto, il piacere dell’ultimo sorso di birra, come di un’etimologia, il valore della parola, la lotta sana per un’ingiustizia o per il bene comune. Serve imparare ad arrabbiarsi, in maniera luminosa, per prendersi cura di noi e del mondo. E scoprire che bello che è.

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