La banalizzazione del maleOttanta anni dopo, il pericolo nazista non è mai stato così presente

Il mondo è di nuovo diviso in due campi, con la differenza che stavolta ognuno sostiene che Hitler stia dall’altra parte, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

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In occasione dell’Ottantesimo anniversario della vittoria sulla Germania nazista, l’ex presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, definisce l’atteggiamento di Donald Trump nei confronti della Russia «un moderno appeasement», paragonando quindi implicitamente Vladimir Putin a Adolf Hitler, mentre Xi Jinping, in un articolo pubblicato per la stessa occasione in cinese e in russo, celebra le forze che allora si batterono «fianco a fianco» dalla parte della giustizia, come Cina e Unione sovietica, contro le «arroganti forze fasciste», aggiungendo subito che «ottant’anni dopo, unilateralismo, egemonia e prepotenza sono estremamente dannosi», ragion per cui «l’umanità è di nuovo al bivio».

In altre parole, ottant’anni dopo, il mondo sembra di nuovo diviso in due campi, la popolazione è ancora una volta chiamata a mobilitarsi contro un nuovo Hitler, con la differenza che in questo caso entrambi i campi sostengono che il nuovo Hitler stia dall’altra parte. E non è finita qui.

Nel suo ultimo numero Die Zeit, uno dei più autorevoli settimanali tedeschi, pubblica due interventi, uno a favore e uno contro, sulla possibilità di mettere al bando Alternative für Deutschland, vale a dire quello che alle ultime elezioni è risultato il secondo partito più votato del paese, proprio con l’accusa di essere di fatto un partito neonazista (una scelta che probabilmente farebbe solo il gioco dell’estrema destra, come è accaduto in Romania, ma meno banale di quel che potrebbe sembrare, per le ragioni storiche e politiche spiegate oggi su Linkiesta da Carlo Panella).

E qual è del resto il discrimine fondamentale su cui si dividono la politica e l’opinione pubblica mondiale intorno al Medio Oriente? Anche qui, di nuovo, da un lato c’è il governo israeliano e i suoi (sempre meno numerosi) sostenitori, che accusano di antisemitismo non solo Hamas, ma praticamente chiunque li critichi, dall’altro il resto del mondo, che accusa al contrario proprio gli israeliani di essere i veri nazisti, responsabili di un nuovo «genocidio». Senza dimenticare, ovviamente, la propaganda russa sui «nazisti ucraini».

Ottant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, insomma, è difficile dire esattamente a cosa stiamo assistendo: se siamo davanti a un pericolo reale, se il ritorno agli anni Trenta del secolo scorso sia qualcosa di più di un’inquietante metafora, o se al contrario la rinnovata centralità della minaccia nazista nel discorso pubblico globale sia, almeno nella maggior parte dei casi, una sorta di gigantesca «reductio ad Hitlerum», cioè poco più di un espediente retorico, il che alla fine dei conti certificherebbe proprio il cessato pericolo, tanto da consentirne la banalizzazione.

Forse però il rischio maggiore sta proprio in questo, che se una simile minaccia dovesse infine presentarsi concretamente davanti a noi, buona parte dell’opinione pubblica occidentale – e italiana in particolare – non saprebbe nemmeno in che direzione guardare.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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