L’Ucraina combatte perché difende il suo spazio politico da una grande potenza aggreditrice. Resiste perciò alla guerra di conquista mossa da Vladimir Putin per soggiogarla e per imporre una sfera d’influenza che oggi la Russia non possiede. Domani, si vedrà. Per ora il problema che esige una soluzione politico-militare è che uno Stato fondatore delle Nazioni Unite, lo Stato più grande d’Europa, associato e candidato all’Unione europea, è stato attaccato dallo Stato più grande del mondo e smembrato da forze impegnate a imporre il proprio dominio. L’Ucraina combatte una guerra di difesa e resistenza per respingere la Russia, ma la guerra dell’Ucraina è anche qualcos’altro e molto di più: è una guerra d’indipendenza attraverso l’integrazione con l’Unione europea. In altri termini, è una guerra per una sopravvivenza nazionale che si intende realizzare attraverso l’integrazione sovranazionale. Non è solo una guerra in Europa: è una guerra d’Europa.
Lo è perché l’Ucraina combatte per la propria identità nazionale intesa come identità europea, affermando una propria soggettività politica come parte d’una soggettività politica comune. Lo è perché, per la prima volta in Europa, uno Stato europeo combatte con il sostegno fondamentale dell’Unione europea e con l’aiuto collettivo da parte degli Stati a essa variamente legati, che sono tutti impegnati a sostenere politicamente, economicamente, diplomaticamente e militarmente quel Paese. L’Ucraina combatte perciò per la propria sovranità e al tempo stesso per la sua condivisione nell’integrazione europea. Combatte per appartenere all’Europa e condividere nell’ambiente politico europeo la propria, rinnovata, sovranità invece che reclamare l’antica “sovranità assoluta”. Si tratta, d’altronde, d’una sovranità già condivisa nei fatti con l’Unione europea perché forgiata nella guerra come rivendicazione d’appartenenza attuale e come scopo di pace finale.
Gli Stati membri dell’Ue e quelli a essa variamente legati riconoscono tale rivendicazione e accolgono quello scopo prestando aiuto all’Ucraina con i mezzi in loro possesso, senza pregiudicarne il carattere specifico della politica di sicurezza e difesa, che comprende anche l’ambizione d’appartenere, prima o poi, all’Alleanza atlantica, come del resto vi appartengono quasi tutti gli Stati europei. Così, a ben vedere, la politica europea verso l’Ucraina sembra nei fatti una sorta di prima applicazione ante litteram dell’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea. L’Ue è nata d’altronde dal bisogno di unità e sicurezza degli Stati europei in uno spazio comune. Lo spazio è difatti il campo disponibile per la politica e ogni concezione della politica non può prescindere dalle concezioni dello spazio in cui essa si colloca. L’Ucraina, il più grande Stato europeo, esprime oggi lo stesso bisogno, che cerca di soddisfare entrando in quell’Unione e partecipando ai suoi sistemi di difesa collettiva, compresa la Nato. Essa difende il suo spazio politico per abbracciarne uno più ampio, quello europeo, cooperativo e di libertà, che interessa anche spazi non immediatamente politici come quello economico del mercato, quello sociale dell’opinione pubblica e quello giuridico del diritto.
Se la guerra di disintegrazione jugoslava è stata l’ultima guerra in Europa, segnata da divisioni e lacerazioni, la guerra d’integrazione europea dell’Ucraina è la prima guerra d’Europa. Essa interrompe la vicenda dell’Unione europea come spazio politico pacificato, portando con sé la fine di un vecchio ordine, ma non ancora l’inizio di un ordine nuovo, la cui incerta configurazione giace nell’ombra della guerra che si combatte. Di certo la guerra pone in palio i confini ucraini e quelli europei, a partire da quelli geografici. Ciò la rende costituente di un nuovo spazio comune europeo, perché essa segnerà col sangue il confine orientale dell’Unione europea. Quel confine sarà stabilito, nel bene o nel male, dall’esito della guerra d’Ucraina, guerra d’Europa.
Resta che questa guerra è anzitutto la guerra della Russia contro l’Ucraina, sebbene persino questa realtà sia disputata da coloro per i quali neppure un’aggressione è un assoluto autentico, un fatto definitivamente intelligibile. Per i sofisti della guerra neppure l’invasione del 2022, col suo immane corredo triennale di morte e distruzione, produce una relazione integrale e convincente fra un segno nella realtà e il suo significato. Non parla ancora di una guerra contro l’Ucraina come fatto reale e che impone anche una presa di posizione morale. Al contrario, questa necessità elementare è scansata reiterando la frode burocratica della “guerra per procura”, l’autoinganno del neutralismo, l’imparzialità a scapito dei più deboli e il miraggio pusillanime della “pace ingiusta” purché pace sia. Per i sofisti della guerra anche la realtà dell’invasione e dell’occupazione è un’illusione in fatto di idee e la guerra è privata di ogni consistenza morale. Sono i migliori cantori della volontà di potenza contro la volontà di resistenza, di una pace negativa che è solo assenza di guerra, ma che essi trattano, cinguettando, come se fosse una pace “vera”. Al sicuro nella loro gabbia, ben lontana dall’Ucraina, ricordano vagamente il canarino della madre della signora Hinkelmann, il canarino che canta, ma non particolarmente bene, finché non gli tolgono la vista con dei ferri da cucito incandescenti.
Della soggettività ucraina nella soggettività europea parla questo saggio. Si interroga sul significato di questa guerra per l’Europa che, sfidata dal rinnovato imperialismo russo, ora cerca una ridefinizione, la quale non può che ricomprendere l’anelito all’indipendenza e alla civiltà europea della comunità ucraina. E, ancora, si interroga sul significato di questa guerra per l’Ucraina stessa, guerra subìta e combattuta per resistere al ripresentarsi puntuale del colonialismo russo4 attraverso i regimi ogniqualvolta si oppone resistenza a quel colonialismo, che immancabilmente porta con sé mistificazione, eccidi, deportazioni e russificazione. L’Ucraina nelle dinamiche della politica internazionale e della politica europea, l’Ucraina come soggetto politico che attraverso le sue istituzioni politiche, il suo universo culturale, la sua società civile ha sviluppato un dialogo oltre i suoi confini è protagonista di questo libro. L’arco di tempo sotto particolare osservazione supera di poco il decennio, pur affondando la vicenda ucraina nelle decadi precedenti. Lo snodo da cui si dipartono racconto, analisi e riflessione è la Rivoluzione della dignità, o Euromaidan (2014), il momento in cui il corso impresso dagli ucraini alla loro comunità politica assume la fisionomia dell’irreversibile, rovesciabile solo con la violenza e la forza esterne. Ma ancora non rovesciato. Il punto di arrivo è il presente, nel cuore della guerra di resistenza e delle radicali sfide che la stessa Europa, comprensiva del suo “scudo” ucraino, oggi affronta dentro ai radicali rivolgimenti del sistema internazionale.
