
Domenica prossima si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali in Polonia. Si sfidano il candidato della coalizione di governo guidata dal partito Coalizione Civica, il sindaco di Varsavia Rafał Trzaskowski, che ci prova per la terza volta, e Karol Nawrocki, esponente del PiS, la forza ultraconservatrice che ha governato la Polonia tra il 2015 e il 2023. I sondaggi più affidabili danno Trzaskowski cinque punti avanti, ma in terza posizione viene dato Sławomir Jerzy Mentzen, candidato dell’ultradestra di Konfederacja, che sosterrebbe probabilmente Nawrocki nel caso di un secondo turno, lo scenario più probabile. La contesa è aperta.
Sono elezioni importanti non solo per i cittadini polacchi, ma per l’intera Unione europea. Il governo guidato dall’ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk si è trovato nella situazione inedita di poter ripristinare stato di diritto e garanzie democratiche dopo otto anni di deriva illiberale. Una situazione inedita e anche molto intricata.
Prima di essere scalzato dal potere, il PiS si era infatti premurato di piazzare i suoi uomini nelle posizioni chiave della macchina statale, in primis il presidente Andrzej Duda, finora il più strenuo nemico delle iniziative intentate dalla coalizione europeista al potere. Le ambiziose riforme promesse da Tusk e i suoi in una campagna elettorale entusiasmante, che era riuscita a mobilitare soprattutto donne e giovani, si sono in larga parte arenate – addirittura su temi iconici, come il diritto all’aborto, definito un «sogno distante» in un report di Amnesty International.
Uno dei banchi di prova dove ci si aspettava che l’operato del nuovo governo sarebbe stato scrutinato con particolare attenzione era la libertà di stampa. Nei suoi otto anni al potere, il PiS aveva trasformato il servizio pubblico in un megafono di propaganda non tenuto a rispettare alcun standard giornalistico – nel 2021 il novantasei per cento delle notizie passate sulla televisione pubblica riguardo a Tusk, allora leader dell’opposizione, erano state negative – e aveva introdotto varie norme vessatorie contro i media indipendenti, creando e strumentalizzando, per esempio, il Consiglio nazionale dei media, un ente regolatore molto incline a infliggere multe ai media indipendenti.
Come giudicare quanto fatto finora dal governo Tusk per ripristinare la libertà di stampa nel Paese? In due parole: rivoluzione mancata. Il nuovo governo si è mostrato molto più disponibile a condividere informazioni di interesse pubblico con i media che le richiedono, una pratica che la precedente amministrazione aveva quasi del tutto interrotto; ha anche adottato una retorica molto meno aggressiva contro i media che ritiene non favorevoli verso il governo. Gli sviluppi positivi ci sono stati, tanto che nell’ultimo report di Reporters sans frontières (Rsf) la Polonia ha guadagnato ben sedici posizioni rispetto al 2024.
Il progresso, tuttavia, è rimasto finora al di sotto delle aspettative. In larga parte, la nuova amministrazione ha mantenuto alcune delle pratiche più controverse introdotte dalla precedente, semplicemente cambiando obiettivi, alleati e messaggio. In alcuni ambiti specifici questa dinamica è stata molto visibile. A inizio 2024, il governo aveva deciso di rimpiazzare tutta la dirigenza del servizio pubblico, nominata dal PiS, e mettere in liquidazione la compagnia. Una mossa drastica, che secondo Rsf era stata necessaria vista la politicizzazione di quell’organo dirigenziale, ma che aveva dato a molti la sensazione di un inquietante déjà vu. Oltre alle modalità, anche i contenuti del nuovo corso hanno presto deluso chi in Polonia sperava nel varo di un servizio pubblico finalmente indipendente.
Un approfondimento curato dall’International Press Institute lo scorso settembre concludeva che, nonostante i molti segnali di miglioramento, il finanziamento dei media pubblici era ancora in mano alla politica, rendendo così molto difficile che il servizio pubblico riuscisse a diffondere una visione oggettiva e non partigiana. Già a inizio febbraio, la piattaforma Demagog notava, per esempio, che la televisione pubblica aveva mostrato una linea apertamente filogovernativa, riecheggiando quell’attitudine alla propaganda acritica che così tanto era stata stigmatizzata da molti osservatori negli anni del PiS.
Il grado di politicizzazione del servizio pubblico polacco, insomma, rimane molto alto. Anche sulle altre grandi questioni relative alla difesa della libertà e del pluralismo dei media, sembra esserci stagnazione. Ad aprile 2024, per esempio, era stata organizzata a Varsavia un’imponente conferenza, che aveva radunato rappresentanti dei media indipendenti, autorità e ricercatori, finalizzata a produrre una prima bozza di legislazione per contrastare il fenomeno delle Slapp – descritto in una precedente edizione di questa rubrica.
Negli anni del PiS, il ricorso alle Slapp, sia da parte di soggetti pubblici che privati, era infatti fuori controllo. Con l’avvento del nuovo governo, alla Polonia si presentava così l’occasione di passare from zero to hero, dettando la linea in tutta l’Unione Europea. Come notava l’ong Article 19 lo scorso mese, a un anno da quella conferenza, la bozza non si è ancora tradotta in una legge.
Secondo alcuni osservatori, come l’analista Anna Wójcik, uno dei motivi che spiegano gli scarsi risultati ottenuti dall’esecutivo Tusk è stata proprio la presenza del presidente Duda, che ha posto il veto o minacciato di porlo su svariate delle riforme più ambiziose ventilate dalla coalizione europeista. Nel caso vincesse Trzaskowski alle prossime presidenziali, diventerebbe quindi possibile capire quanto Tusk e i suoi intendano fare sul serio per mantenere la promessa elettorale di «liberare i media».
Per ora, è difficile non concordare con Krzysztof Mularczyk, che in un laconico commento su Notes from Poland osservava come «in molte aree – come la politica sociale, economica, di difesa e migratoria – il nuovo governo polacco si differenzia molto poco dal precedente per stile e sostanza. E nei punti in cui si differenzia, non è stato in grado di attuare il suo programma».