Per decenni abbiamo lodato l’ossessione per il controllo urbano: città efficienti, sorvegliate, funzionali, ripulite da ogni deviazione. Ma proprio in nome di quell’ordine, oggi le metropoli rischiano di diventare sterili: spazi disegnati per il consumo più che per l’incontro, dove l’imprevisto è trattato come un errore. Contro questa deriva, Progettare il disordine — il saggio firmato da Pablo Sendra con Richard Sennett — propone una visione alternativa: un’urbanistica che non teme la complessità, ma la accoglie. Che non punta a regolare tutto, ma a lasciare spazio alla vita reale, con le sue contraddizioni, le sue sorprese, le sue relazioni.
Sendra, architetto e docente all’University College London, sarà a Gorizia, domenica 1 giugno, alle 18.30, alla Sala Storica UGG, per presentare il libro nell’ambito di “èStoria”, il Festival giunto alla XXI edizione e dedicato quest’anno alle città. A Linkiesta spiega perché valorizzare l’informalità, creare spazi che generino interazioni anziché limitarle e la sfida di questo decennio. Un’urbanistica che si apre all’imprevisto e riconosce nella complessità sociale una ricchezza, non un problema da risolvere. «Progettare il disordine sembra una contraddizione, perché di solito pensiamo al progetto come qualcosa che dà ordine. Ma fin dall’introduzione del libro chiariamo che non intendiamo “disordine” in senso formale, come faceva certa architettura postmoderna che creava solo forme apparentemente caotiche. Per noi, progettare il disordine ha due significati principali».
Quali?
Il primo è creare le condizioni per situazioni e interazioni sociali imprevedibili: usare il design urbano per facilitare l’incontro tra le persone e stimolare eventi inaspettati, invece di definire rigidamente le funzioni degli spazi. Si tratta di proporre un’urbanistica più aperta, che non imponga un unico modo d’uso alla città, ma lasci spazio alla possibilità. Il secondo ha un significato più politico: mettere in discussione gli ordini imposti dalla città capitalista. Vuol dire pensare a una città che possa resistere a queste logiche dominanti anche attraverso il design urbano.
Perché abbiamo così bisogno di progettare il disordine?
Da anni le città non affrontano una sola crisi, ma molte, tutte insieme. C’è quella climatica, evidente negli effetti sugli spazi urbani. Abbiamo vissuto la pandemia e sappiamo che emergenze simili possono tornare. Le crisi economiche si susseguono senza sosta, lasciando poco tempo alla ripresa. Si aggiungono i conflitti, sempre più vicini, e l’ascesa dell’estrema destra con i suoi discorsi d’odio. Crisi diverse, ma intrecciate. E tutte ricadono, in modo violento, sul corpo vivo della città.
Quando parliamo di aprire una città, di cosa parliamo davvero?
Abbiamo bisogno di città che siano molto più adattabili, soprattutto dal punto di vista climatico e sanitario. Devono poter cambiare funzione e uso facilmente, senza essere rigide. Ma serve anche un’infrastruttura sociale: spazi e organizzazioni che facilitino l’interazione tra le persone, che promuovano relazioni sociali. Questo è fondamentale per contrastare l’individualismo estremo a cui ci ha portato la società capitalista. Parlando di infrastruttura sociale, ci rifacciamo anche alla definizione di Eric Klinenberg: spazi o istituzioni che permettono e incoraggiano il contatto tra le persone. Una città flessibile, capace di rispondere a diverse crisi e ricca di spazi che favoriscano le relazioni umane.
Qual è, secondo lei, il nemico più grande dell’architettura urbana?
Dipende molto dal luogo e dal contesto. Io vivo a Londra da undici anni, quindi mi sono concentrato soprattutto su quella realtà, anche se nel libro parlo di diverse città. È abbastanza evidente che sia io sia Richard Sennett viviamo a Londra, ed è da lì che osserviamo molti dei fenomeni urbani. Il problema principale, che credo sia comune anche ad altre grandi città come Milano, è che queste città sono sempre più modellate dal capitale globale e dagli interessi economici, piuttosto che dalle esigenze dei cittadini. Se guardiamo il London Plan, il piano urbanistico della città, è praticamente un manuale per i promotori immobiliari privati: tutto è pensato per permettere loro di sviluppare la città.
Perché?
Il sistema di pianificazione urbanistica del Regno Unito — e di Londra in particolare — è fortemente orientato al privato. Questo comporta che le abitazioni non vengano costruite per le persone che vivono realmente in città, ma come oggetti di investimento, spesso destinati a compratori stranieri. Londra è diventata una vetrina per il capitale, non una città per chi ci abita. Oggi assistiamo a operazioni immobiliari che propongono appartamenti a prezzi esorbitanti, non pensati per chi vive qui, ma per chi ha capitale da investire. E questo crea una tipologia di città molto specifica, scollegata dalla vita reale delle persone.
Cosa succede quando la città smette di essere un luogo per vivere e diventa solo un mercato immobiliare?
Il risultato è che costruiamo “case”, ma non costruiamo “città”. Non si creano quegli spazi fondamentali in cui le persone possano vivere insieme. E questo, alla fine, è una delle forme di “ordine imposto” contro cui dobbiamo resistere. La casa non viene più vista come un luogo in cui vivere, ma come un bene su cui speculare e si fa sempre più opprimente la pressione politica per costruire sempre più abitazioni. Ad esempio, il governo britannico attuale ha fissato l’obiettivo di costruire un milione e mezzo di case. Ma questa urgenza di “costruire per costruire” porta a realizzare abitazioni inaccessibili e, soprattutto, a trascurare tutto il resto: non si investe in infrastrutture sociali, in spazi pubblici, in luoghi per la convivenza.
Ha mai incontrato, nella sua esperienza, un luogo che l’ha fatta riflettere su cosa potrebbe significare davvero una città più aperta?
Ieri dicevo a uno studente dell’Architectural Association di Londra — una scuola di architettura tra le più importanti a livello internazionale — che in realtà è difficile guardare a un progetto urbano e definirlo come un’utopia. Tutti i luoghi, tutti i progetti hanno i loro problemi. Penso che dobbiamo imparare sia da ciò che funziona sia da ciò che non funziona. Immaginare una città dove tutto funzioni perfettamente è un’illusione. Nel libro, infatti, non indichiamo una città ideale in senso assoluto, ma facciamo riferimento a esperienze specifiche che ci sembrano interessanti. Più che città, mostriamo momenti o progetti in cui certi elementi hanno funzionato bene.
Dove ha visto un progetto che, almeno per un tratto, è andato nella direzione giusta?
Per esempio, parliamo di una piazza nell’est di Londra, chiamata Arnold Circus, e di come sia stata realizzata non come un progetto imposto dall’alto, ma attraverso un processo partecipativo, coinvolgendo attori locali e facendo molta attenzione a non provocare lo spostamento degli abitanti. Sono stati inseriti elementi nello spazio pubblico che hanno favorito l’interazione sociale e questo ha fatto avanzare il progetto in modo positivo. Ma ciò non significa che l’intera area sia perfetta: anzi, ha attraversato un forte processo di gentrificazione. Per questo non idealizziamo il quartiere, ma analizziamo con attenzione i passaggi e le scelte che hanno funzionato.
E fuori dal Regno Unito?
Nel libro raccontiamo esperienze di Barcellona legate all’abitare collettivo o alla creazione di un’impresa pubblica per la fornitura di energia. Parliamo anche delle politiche adottate a Bogotá, in Colombia, per valorizzare l’arte urbana e i graffiti nel centro cittadino. Sono tutti esempi concreti di piccole aperture urbane, segni che indicano come sia possibile abitare lo spazio in modo diverso, più inclusivo, più umano.
Molte città sono figlie di un modello economico preciso: industriale, turistico, finanziario. Se il modello resta lo stesso, davvero possiamo cambiarle? O si cambia solo partendo dall’economia?
Questa è una delle questioni che, come studioso nelle scienze sociali, ho cercato di evitare, ma in cui alla fine ci si ritrova inevitabilmente: il grande dibattito tra macro e micro. La questione è sempre la stessa: dobbiamo cambiare l’intero sistema oppure possiamo iniziare dal basso, passo dopo passo?
Che risposta si è dato?
Io ho sempre creduto nella seconda via: iniziare dal vicino, da ciò che è più prossimo a noi. Dalla nostra strada, dal nostro quartiere, dalle esperienze locali. Credo molto nel potere delle iniziative di vicinato, delle esperienze quotidiane che, a poco a poco, possono influenzare anche i cambiamenti strutturali più grandi. Le due dimensioni — quella micro e quella macro — devono andare insieme. È importante avere una visione e proporre nuovi modelli economici, ma non possiamo rimanere paralizzati solo perché l’attuale sistema economico sembra immutabile. Dobbiamo credere nei cambiamenti piccoli, e nel potere che hanno, accumulandosi, di trasformare la città.
Infatti nel libro, lei e Sennet, parlate dell concetto di “reti e municipalismo”. Cosa intendete?
Proponiamo un modello di governance urbana che ha due dimensioni. Da un lato, una rete di piccoli nodi locali — comunità, gruppi di cittadini — che dal basso provano a trasformare la città. Dall’altro, un’apertura delle istituzioni verso modelli più municipalisti, capaci di ascoltare e imparare da queste reti per rendere la città più inclusiva e aperta. Crediamo che entrambi i processi debbano avvenire insieme: ci vogliono sia le reti cittadine dal basso sia le istituzioni che si aprono davvero al cambiamento. È questo il modello di città in cui crediamo e che proponiamo nel libro: una città costruita attraverso reti attive e un municipalismo capace di ascoltare.
Lei ha vissuto a Siviglia, Barcellona, Londra. In Europa abbiamo già avuto città più aperte. Possiamo imparare da quel passato, oppure serve qualcosa di completamente nuovo?
Credo che tutte e tre abbiano elementi sia di città aperta che di città chiusa, come del resto ogni città. Se le confrontiamo con alcune città statunitensi, ad esempio, Siviglia, Barcellona e Londra sono sicuramente più aperte. Il modello urbano europeo, in generale, consente una maggiore interazione sociale, più spazio all’improvvisazione e alla capacità di adattamento. Sono città che si sono sviluppate in modo storico, stratificato, e questo le rende già, in un certo senso, più flessibili. Ma sarebbe un errore pensare a un’utopia da costruire da zero. “Progettare il disordine” non è un manuale per fondare nuove città: è un tentativo di leggere ciò che già esiste e capire come trasformarlo.