Con l’elezione del primo papa americano della storia, è facile prevedere che Donald Trump non tarderà a vantarsi di avere vinto anche il Conclave. Per ora, in un momento di rara sobrietà, si è limitato a dirsi onorato come suo concittadino e impaziente di incontrarlo, con la stessa espressione, looking forward, usata a proposito dei funerali del predecessore, quando aveva scritto che lui e Melania «non vedevano l’ora» di essere lì.
D’altra parte, per quante obiezioni si possano fare alla tesi (c’è già chi ha riesumato un vecchio tweet del nuovo pontefice critico con J.D. Vance, e in America qualcuno lo ha persino definito «una marionetta marxista»), non è che a Trump siano rimaste molte altre vittorie di cui vantarsi.
Sul fallimento della sua politica economica e commerciale non c’è bisogno di ritornare, essendo forse il solo argomento su cui gli economisti di tutto il pianeta hanno raggiunto l’unanimità. E a smentirli certo non sarà l’accordo siglato con la Gran Bretagna, vale a dire uno dei pochi paesi a non essere mai stato in surplus commerciale con gli Stati Uniti (e che dunque, secondo la delirante logica tariffaria di Trump, di dazi non avrebbe mai dovuto neanche sentire parlare).
Ma i pesanti costi economici che l’Amministrazione Trump sta infliggendo al paese sono niente dinanzi al fiasco epocale della sua famosa offensiva diplomatica, dal Medio Oriente, dove l’incondizionato appoggio a Benjamin Netanyahu sta precipitando l’intera regione in una spirale incontrollabile, alla guerra in Ucraina, dove i risultati sono, se possibile, persino più deludenti (per chi si fosse illuso).
Basta ricordare la prosopopea con cui gli scherani di Trump spacciavano il suo indegno allineamento alle posizioni di Vladimir Putin per una raffinatissima strategia neokissingeriana, il famigerato «Nixon alla rovescia». In poche parole, laddove negli anni settanta il presidente degli Stati Uniti aveva aperto alla Cina per allontanarla dall’Unione sovietica, ora Trump avrebbe invece riavvicinato la Russia per separarla dalla Cina.
Anche tralasciando l’aspetto surreale di tutto il parallelo tra la diplomazia del ping pong nixoniana e quella dei bombardamenti putiniani sui civili che la Casa Bianca di Trump continua a tollerare, per giudicare l’esito di questa sofisticata manovra basta vedere le cerimonie in corso proprio oggi sulla Piazza Rossa, per celebrare la vittoria nella Seconda guerra mondiale, alla presenza del presidente cinese Xi Jinping, ricevuto ieri al Cremlino con tutti gli onori.
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