
«Il Paese brucia, ma la vecchia si pettina», dice un proverbio popolare romeno. È la sensazione che si ha a pochi giorni dal primo turno delle nuove elezioni presidenziali di Bucarest (4 maggio), sbirciando i dibattiti elettorali, trasmessi per la prima volta dal palazzo presidenziale di Cotroceni. I candidati, undici in tutto, sembrano infatti più impegnati ad attaccarsi l’un l’altro, rivangando antiche beghe e misfatti, che a fornire risposte concrete su programma politico, Europa, Ucraina, Nato.
Molti spettatori, disgustati, smettono di seguire, ma solo uno su cinque non sa ancora chi votare. L’annullamento delle precedenti elezioni a dicembre ha salvato il paese e Călin Georgescu, ex candidato filorusso oggi indagato, è stato definitivamente escluso anche dal voto di maggio dall’Autorità elettorale permanente e dalla Corte Costituzionale.
Scampato pericolo? No, perché a prenderne il testimone come candidato c’è George Simion del partito di estrema destra Aur (Alleanza per l’Unità dei Romeni), che ai dibattiti non si presenta mai, se non per denunciare con ipocrisia elezioni «non democratiche» e che raccoglie un terzo delle intenzioni di voto (trenta–trentatré per cento).
Candidato Make america great again per eccellenza, è accusato di aver pagato un milione e mezzo di dollari a una lobby americana per incontrare funzionari e influencer oltreoceano, oltre ad avere ospitate nei media Usa come nel podcast di Steve Bannon. Altro populista è Victor Ponta, quarto nei sondaggi (quattordici per cento), già premier socialdemocratico oggi inviso all’ex partito. Finto outsider, Ponta è oggi un personaggio in cerca d’autore, un po’ trumpiano un po’ no, e si dice ammiratore di Giorgia Meloni e Donald Tusk.
Secondo miglior candidato è il nazional-liberale Crin Antonescu (Pnl, venti–ventidue per cento), politico di lungo corso ripescato dopo anni di inattività, presidente ad interim nel 2012, e sostenuto dal governo europeista Ciolacu II, fotocopia del precedente (socialdemocratici, nazional-liberali e minoranza ungherese). Se Antonescu non è certo una novità, lo è però il sindaco di Bucarest Nicușor Dan, terzo a stretto giro (diciannove per cento), liberale indipendente alla sua prima corsa presidenziale.
Campione della lotta alla corruzione edilizia della capitale, Dan piace all’elettorato urbano e agli intellettuali con reali chance di arrivare al ballottaggio. E piace molto anche all’Usr (Unione Salvate la Romania), da cui uscì nel 2017, tanto da contendere i voti della leader Elena Lasconi, che a dicembre avrebbe dovuto affrontare Georgescu al ballottaggio, ma che oggi è ferma al quinto posto (sette virgola cinque per cento) senza più il sostegno ufficiale del partito. Un’azione legale vinta da Lasconi non ha impedito a Usr di negarle l’utilizzo dei fondi di partito per la campagna.
Non buone notizie per il fronte europeista, frammentato in un contesto tutt’ora non libero da attacchi cyber via social. Nicușor Dan, ad esempio, lamenta un aumento abnorme di follower e commenti sui suoi profili, la maggior parte provenienti dall’Asia. Il tempo è stato poco perché la Romania introducesse controlli adeguati contro le ingerenze che viaggiano sulla rete.
Eppure quasi metà delle spese elettorali dei candidati è destinata alle promozioni online, secondo un rapporto dell’ong Expert Forum, riportato da Europa Libera. Questo destabilizza la democrazia, dato che i messaggi non possono essere contestati. Infatti, «i contenuti sono distribuiti con algoritmi presi dall’e-commerce, e verificare il rispetto dei regolamenti elettorali è molto più difficile o impossibile», afferma l’imprenditore Dragoș Stanca, direttore di Brat, organismo che misura l’audience dei media.
Il target principale sono coloro che trascorrono più tempo su internet, i giovani sotto i venticinque anni. Per fortuna, a verificare la veridicità delle dichiarazioni e dei post dei candidati ci sono le comunità di fact-checking come Funky Citizens, tra le prime a nascere nel 2012, e che con il progetto Factual.ro contribuiscono a un’informazione politica adeguata e trasparente.
Altro fattore destabilizzante è stata l’iniziativa «Ridateci il secondo turno», già leitmotiv della retorica di Simion e dei sostenitori di Georgescu, e ora approdata sul profilo TikTok di una giudice in pensione. Da un sito web, la donna illustra i passi necessari per inviare ai tribunali territoriali, una richiesta di sospensione della decisione di annullamento delle elezioni. Centotrenta sono quelle arrivate ad aprile in tutta la Romania, una è stata accolta ma la Corte Costituzionale ha fatto ricorso.
Sullo sfondo dei negoziati tra Usa e Russia sul futuro dell’Ucraina, la posizione della Romania resta un punto fermo per la sicurezza dell’Europa e del fianco est della Nato, che deve acquisire maggiore solidità possibile. Il presidente, oltre ad avere parte del potere esecutivo, è capo delle forze armate e presiede il Consiglio di Sicurezza e di Difesa, quindi con il destino del paese nelle sue mani in caso di invasione. Non dovrà dimostrarsi debole, come accaduto a novembre con la ritardata desecretazione di dossier sulle ingerenze elettorali russe.
Per evitare l’impeachment, il presidente Klaus Iohannis (Pnl) aveva rassegnato le dimissioni e gli era succeduto ad interim, secondo la legge, il presidente del Senato e collega di partito Ilie Bolojan. Uomo di vasta esperienza nell’alta amministrazione statale, non in corsa per Cotroceni, è indicato come possibile futuro premier.
All’Iniziativa dei Tre Mari, forum politico ed economico che riunisce tredici Stati membri Ue situati tra Mar Adriatico, Mar Baltico e Mar Nero, il 29 aprile a Varsavia Bolojan ha ribadito che la Romania ha fatto passi importanti per la costruzione dei reattori 3 e 4 della centrale nucleare di Cernavodă. Avanzato è anche il progetto Neptun Deep per lo sfruttamento di gas naturale nel Mar Nero, essenziale per la sicurezza energetica della regione: «Riteniamo che la produzione possa iniziare nel 2027».
In tema di difesa, il presidente promulgherà a maggio due progetti di legge già approvati dal Parlamento e dalla Corte Costituzionale che prevedono, tra l’altro, la possibilità per l’esercito di abbattere droni e altre armi che entrano nello spazio aereo non autorizzati, cosa che succede non di rado. Bolojan punta inoltre a far approvare entro giugno, in tempo per il vertice Nato dell’Aia, altre due leggi, sull’ammodernamento dell’esercito per un migliore contrasto delle minacce ibride e sulla preparazione della popolazione alla difesa.
«Cosa farebbe se venisse informato che la Russia si prepara ad attaccare?», hanno chiesto i giornalisti ai candidati durante uno dei dibattiti. Alcuni indugiano se chiamare il ministro della Difesa o il «comandante Nato» o convocare, giustamente, anche il Consiglio di Difesa. «È la Nato a difendere la Romania, bisogna rafforzare il partenariato con gli Stati Uniti e attuare il programma di riarmo Ue», ha affermato con più concretezza Nicușor Dan, mentre Crin Antonescu non cederebbe «nessuna parte del territorio e cercherebbe di accordarsi con tutte le forze politiche per destinare il tre virgola cinque per cento del Pil per la difesa» (attualmente è il due virgola due per cento) «e modificare il sistema degli appalti militari».
Tutti bei progetti, ma prima che arrivi la Nato c’è la difesa immediata alle frontiere. Lasconi vorrebbe aumentare a centomila il numero dei militari attivi e indica la Polonia come modello da seguire. Varsavia, che spende il quattro virgola cinque per cento, si sta infatti configurando autentico «fornitore di sicurezza» come richiesto dagli Usa, afferma Iulia Joja, Senior Fellow del Middle East Institute.
Se anche la Romania vuole diventarlo, dovrà coordinarsi, oltre che con gli Usa, con la Polonia, gli Stati del Mar Nero e del fianco orientale Nato, creando coalizioni regionali. Questo contribuirà, oltre che alla sicurezza e alla difesa nazionale, a «tranquillizzare la popolazione» che al momento non si sente sicura.
Come a dicembre, la società civile si fa sentire, come il 15 marzo con la manifestazione di Bucarest e altre città e il Manifesto per l’Europa (link). A fine aprile, l’Università della capitale ha sottoposto ai candidati un «Appello per una Romania democratica e euroatlantica», che li impegna a mantenere lo Stato di diritto, difendere l’appartenenza del paese all’Ue e alla Nato e a consolidare il partenariato strategico con gli Stati Uniti.
La firma dell’appello è avvenuta in una cerimonia in diretta Facebook dall’Università, quasi a fare da contraltare alla diretta dell’estremista di destra Diana Șoșoaca, che dopo le elezioni aveva trasmesso sui social la cerimonia di commemorazione di Corneliu Zelea Codreanu, personaggio emblematico dell’estrema destra romena.
Il rettore dell’Università, Marian Preda, ha dimostrato di fare molto più di quanto siano state capaci le autorità, che da febbraio 2022 hanno lasciato scivolare il dibattito politico verso la propaganda russa, con leitmotiv come «non mandiamo i nostri soldati in Ucraina», non lontani dalla retorica di Georgescu. «Se l’Ucraina cade o si “georgizza”, ci sarà un problema di sicurezza nazionale», assicura Iulia Joja. La Romania ha pertanto tutto l’interesse a scegliere un candidato che mantenga la Russia lontana dai propri, e dai nostri, confini.