Colpa di ZelenskyLa Russia ha occupato l’informazione, e ci ha fatto diventare una provincia putiniana

Le narrazioni strategiche russe sono da anni parte costitutiva del menù mediatico nazionale. Il risultato è che per la maggioranza degli italiani la responsabilità della guerra è soprattutto dell’Ucraina

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Un recente sondaggio di Swg per il Tg di La7 racconta di un Paese in cui il quarantuno per cento della popolazione ritiene che le responsabilità di Zelensky per la mancata pace siano pari o superiori a quelle di Putin, e un altro venti per cento pensa che il presidente ucraino non possa dirsi del tutto innocente per gli ostacoli frapposti alla fine del conflitto. Il che conferma che l’unica guerra che Putin sta vincendo non è quella all’Ucraina, ma alla terra promessa europea degli ucraini, di cui il capomandamento del Cremlino ha infiltrato, quando non occupato, le casematte del potere politico-mediatico, in alcuni Paesi più e in altri meno – e in Italia, massimamente.

A rendere però l’Italia molto disponibile a prendere le parti della Russia non sono stati solo i soffietti propagandistici degli intellettuali amici, e dei partiti fratelli, ma anche la diffusa predilezione bipartisan per il campione della resistenza alla dittatura globalista e alla proterva dissolutezza della società liberale.

Per molti anni, Putin è stato il meglio fico del bigoncio antiamericano che la paradossale constituency fascio-comunista nazionale si potesse permettere, la sola alternativa alla – ottimistica – fine della storia propiziata dal trionfo dell’Occidente liberal-capitalistico, e maledetta dai suoi nemici.

Dacché è prima arrivato, e poi tornato, alla Casa Bianca il suo clone ideologico e gemello morale yankee, l’immagine di Putin si è ulteriormente rafforzata agli occhi di chi, segretamente, lo amava perché combatteva i vincitori, e oggi può pubblicamente adorarlo come riconosciuto demiurgo di un nuovo ordine mondiale.

Il suo giocare al gatto col topo con Trump rende Putin ancora più adorabile, in un Paese abituato a considerare – è questo l’eterno fascismo italiano – l’esercizio incontrastato di un potere arbitrario il vero crisma del successo politico e della grandezza storica.

Se però la penetrazione delle narrazioni strategiche russe, lungo i canali aperti dai venduti e dai fanatici di osservanza moscovita, ha creato l’humus per il rigoglio del consenso pro Putin, a consolidarlo è stata una stampa superficiale, pettegola, alienata e alienante, che riconduce la tragedia epocale di questa guerra alle dispute condominiali del Palazzo politico, e alle brutte o alle belle figure, all’influenza o all’irrilevanza, al prestigio o al discredito di questo e di quella, come se, in questa partita, l’Italia di destra e quella di sinistra ci stessero da protagoniste, o almeno da comprimarie, mentre ci stanno entrambe solo da spettatrici, attente a non compromettersi con impegni reali che nessuno vuole né assumere né onorare.

La triste verità, di cui praticamente nessuno dà testimonianza, è che l’Italia politica che conta non può avere nessun ruolo nella pace, perché non vuole avere nessuna responsabilità della guerra, e pensa di cavarsela con la fiera dello sberleffo e del rinfaccio, a onta degli avversari domestici, senza più neppure chiedersi chi, nel mondo, siano gli amici e i nemici, mentre l’opinione pubblica italiana diventa sempre più quella di una provincia putiniana.

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