L’economia comportamentale, traduzione italiana dell’espressione inglese Behavioral Economics, è una disciplina al crocevia tra economia e psicologia, che ha conosciuto un notevole sviluppo negli ultimi decenni, a seguito degli studi di numerosi autori tra cui, per esempio, Daniel Kahneman e Richard Thaler, entrambi insigniti, come vari autori in quest’ambito, di prestigiosi premi, a confermare la crescente importanza di questa prospettiva di ricerca, una delle più innovative e rilevanti nel panorama della letteratura economica. Sempre più diffusa a livello internazionale, grazie agli studi e ai contributi ogni giorno più numerosi di economisti e psicologi che vi si sono dedicati, l’economia comportamentale costituisce oggi di per sé materia di studio al centro dell’interesse di molti studiosi, in ambito accademico e non solo.
Essa è diventata infatti in tempi recenti oggetto di ricerca e studio in corsi di laurea e di specializzazione post laurea, proposti da un numero sempre crescente di università nel mondo, oltre che di percorsi di approfondimento dedicati, rivolti non soltanto a studenti, ma anche ad altre figure e operatori, tra cui, per citare un esempio, le persone che nelle organizzazioni si occupano dei processi di cambiamento e trasformazione, nonché di evoluzione dei modelli culturali e del miglioramento del benessere degli stakeholders, a vario titolo coinvolti.
Benché gli esordi dell’economia comportamentale siano stati accompagnati da non poca diffidenza, la sua rilevanza oggi è ormai riconosciuta anche nel contesto della comunità di ricercatori dell’economia più tradizionale, e molti sono i riconoscimenti che gli economisti comportamentali hanno ottenuto in questi ultimi anni.
Il presupposto, nonché la fondamentale caratteristica che definisce la peculiarità di questa disciplina, consiste nel tentativo di accrescere il potere esplicativo dei modelli economici tradizionali arricchendoli di ipotesi più realistiche rispetto alle dinamiche che governano il processo decisionale degli individui, anticamera dei comportamenti che essi stessi mettono in atto.
Il punto di rottura, dunque, rispetto alla teoria economica tradizionale – in particolare rispetto alla scuola neoclassica, il cosiddetto “mainstream” – riguarda in larga misura proprio il fatto di riammettere come elementi integranti del modello descrittivo del processo decisionale anche aspetti di carattere più prettamente psicologico, quali, per esempio, credenze, valori, desideri, emozioni, nonché spinte motivazionali e identitarie.
Se elementi più vicini a un ambito specificamente psicologico venivano presi in considerazione e inclusi nelle prime formulazioni della teoria economica nel xviii secolo – si pensi, per esempio, alla famosa opera “La teoria dei sentimenti morali” di Adam Smith, e ai concetti di sympathy e di fellow-feeling ivi introdotti, gli stessi sono stati in seguito totalmente banditi dalla formulazione dominante della teoria economica del mainstream, e, a partire dall’inizio del Novecento, le due discipline, economia e psicologia, si sono sviluppate in maniera del tutto disgiunta.
Secondo la teoria economica di matrice neoclassica, diffusasi in Occidente a partire dalla fine dell’Ottocento, e divenuta con rapidità la teoria dominante in economia, nel compiere le proprie scelte gli individui seguono un approccio prettamente razionale e agiscono con l’obiettivo di massimizzare il tornaconto (utilità) che deriva dal consumare una determinata quantità del prescelto bene, tenendo in considerazione il limite dato dall’ammontare delle risorse a disposizione (il cosiddetto “vincolo di bilancio”).
Tuttavia, molti sono gli esempi che ci portano a mettere in discussione, se non a smentire in modo assoluto, tali ipotesi. Siamo davvero totalmente ed esclusivamente razionali quando ci accingiamo a prendere una decisione? O le effettive scelte con cui ogni giorno ci misuriamo ci inducono a sperimentare, a toccare con mano il fatto che altri fattori agiscono e hanno un peso rilevante nell’orientare le nostre decisioni, e che non sempre siamo così inclini a valutare e ponderare le scelte seguendo un approccio esclusivamente razionale?
Molti sono gli studi sperimentali e osservazionali che hanno indotto alcuni economisti a rivedere le impostazioni di base della teoria economica della scelta razionale, spesso smentita da situazioni oggettive non in linea con quanto previsto dalla teoria stessa, e oggi l’ipotesi unidimensionale della razionalità quale unico criterio guida ha ampiamente mostrato i suoi limiti, riconosciuti ormai da molti economisti anche di orientamento più tradizionale.
