In vista dell’elezione del nuovo Papa, l’Associazione dei dipendenti laici del Vaticano, l’unico sindacato riconosciuto dalla Santa Sede con ottocento iscritti, aveva sollevato in un comunicato la questione dei bassi salari anche dentro le mura pontificie.
I dipendenti della Santa Sede, con i loro stipendi non tassati, sono sempre stati visti come dei privilegiati. Ma da qualche anno non è più così. I conti del Vaticano sono in perdita, il fondo pensioni è in rosso e Papa Francesco già dal 2021 ha tagliato gli stipendi di Cardinali, ecclesiastici, religiosi e Superiori laici, e ha sospeso pure gli scatti biennali di anzianità degli impiegati. Tanto che negli ultimi anni sono emerse per la prima volta nella storia diverse rimostranze. E un anno fa hanno protestato i dipendenti dei Musei Vaticani, firmando un’istanza contro il governatorato e minacciando di andare in tribunale.
Lavorare per il Papa
In Vaticano lavorano quasi 5mila persone: 2mila sono assunte nel governo della Chiesa cattolica, gli altri sono impiegati dello Stato pontificio. Tra questi, ci sono i settecento lavoratori del Musei Vaticani, i 150 dell’Archivio e della Biblioteca Apostolica e i cinquanta della farmacia vaticana. Poi ci sono i giornalisti dei media vaticani, i dipendenti della libreria vaticana, quelli dei magazzini di abbigliamento, i benzinai e gli impiegati dell’ufficio postale.
Come spiega Labour Weekly, il rapporto di lavoro tra la Santa Sede e i suoi dipendenti è regolato da leggi autonome dall’ordinamento italiano. La Chiesa non è un datore di lavoro come tutti gli altri: lavorare in Vaticano significa partecipare alla missione apostolica del Papa. Le retribuzioni sono determinate in conformità alle tabelle predisposte dalla Segreteria di Stato vaticana e sono esenti da tassazione. Questo perché la missione della Santa Sede suggerisce di non tassare i redditi di chi serve le massime autorità ecclesiastiche. Tutti i lavoratori, comunque, sono assunti con salari equiparati a quelli italiani e hanno un fondo pensione e uno di assistenza sanitaria a cui contribuiscono.
Il rapporto di lavoro si basa su un vincolo fiduciario particolare, a cui si accompagnano però minori tutele in caso di licenziamento illegittimo rispetto ai diritti garantiti dalla legge italiana. In più non è previsto lo sciopero, non c’è un’attività sindacale vera e propria e per contratto non si può divorziare.
Il problema degli stipendi
Con i buchi di bilancio del Vaticano, gli stipendi di molti dei dipendenti vaticani non crescono dal 2008, con conseguente perdita del potere d’acquisto. A questo si deve aggiungere il blocco degli scatti di anzianità tra il 2021 e il 2023, la sospensione degli straordinari e la riduzione delle prestazioni sanitarie.
Per ridurre il costo del lavoro, che ammonta a circa 10 milioni di euro all’anno, anche le assunzioni sono state parzialmente bloccate: è previsto che per ogni tre dipendenti che vanno in pensione ne venga assunto solo uno, selezionato direttamente dal Consiglio per l’economia.
Per ridurre le spese, come chiesto dal Consiglio per l’economia davanti ai bilanci in rosso, la Chiesa sta inoltre progressivamente privatizzando le attività commerciali che prima erano gestite direttamente dalla Santa Sede. Finora erano stati dati in appalto all’esterno solo i servizi di pulizia e la portineria dei palazzi, ma la privatizzazione ora sarà estesa anche ad altre attività.
È quello che sta succedendo, ad esempio, al famoso supermercato dell’Annona. Dal 13 gennaio è chiuso per «lavori di ristrutturazione e riqualificazione» che hanno a che fare con un cambio di gestione. Il governatorato ha deciso di darlo in concessione per cinque anni a una catena di supermercati esterna. Ma l’Associazione dei dipendenti laici vaticani teme ora per la sorte dei 40 dipendenti e ha fatto sapere sapere che sono stati avvertiti a cose già fatte. I lavoratori dovrebbero essere ricollocati all’interno del Vaticano, ma non si sa esattamente dove. Il bando non è ancora stato assegnato. E la morte di papa Francesco ha bloccato tutto. Ora il nuovo pontefice, e il governatorato che sarà nominato, dovranno decidere che farne.
La palla passa a Prevost
Prima dell’elezione di Papa Robert Francis Prevost, il sindacato aveva lanciato un appello, chiedendo spiegazione dei 70 milioni di deficit nei conti della Santa Sede. Fino alla chiusura della Prefettura per gli Affari economici, avvenuta nel 2014, i bilanci vaticani venivano pubblicati e commentati durante le conferenze stampa. Ora non più. «Veniamo a conoscenza dei risultati finali per sentito dire», ha scritto il sindacato. «Quello che possiamo dire con certezza è che finora è stata la stragrande dei dipendenti a tirare la cinghia, con promozioni e avanzamenti di carriera bloccati, tagli dei servizi (o aumento dei loro costi), politiche familiari migliorabili, stipendi non adeguati al costo della vita e, punto non trascurabile, scarsa valorizzazione delle risorse umane percepite solo come una zavorra da trainare».
Questa situazione si deve in generale a una gestione poco accorta delle finanze e a investimenti sbagliati della Santa Sede, oltre che al calo delle donazioni al cosiddetto Obolo di San Pietro, fondo che raccoglie il denaro donato al Vaticano dai cattolici di tutto il mondo. Vanno meglio i conti quelli del Governatorato, che guadagna soprattutto dalle attività aperte al pubblico esterno, i Musei Vaticani in primis, ma anche la farmacia. Gli incassi complessivi però non bastano.
«Se proprio ci devono essere tagli, si cominci a chiedere sacrifici a chi finora non l’ha fatti, per esempio ai dirigenti laici che, oltre a percepire generosi compensi, godono anche di innumerevoli benefici», propongono dal sindacato. Che chiede anche un aggiornamento dei regolamenti. «Ad oggi sono troppi i regolamenti (quando presenti e non sospesi nel “limbo”) obsoleti, che mettono in luce una visione del mondo del lavoro ormai superata», scrivono. «È stata data prova di un’estrema flessibilità e pazienza, anche durante questo periodo di sede vacante», «d’altronde Papa Francesco ci ha detto che il lavoro è la prima vocazione dell’uomo».
Nel suo primo discorso ai cardinali, Prevost ha parlato della necessità di affrontare «gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». Ma la questione più urgente, prima, riguarderà quella dei lavoratori alle sue dipendenze.
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