Sognando StoccolmaL’Italia può salvarsi solo se raggiunge il tasso di occupazione della Svezia

Secondo la Banca d’Italia, nei prossimi venticinque anni, se il tasso di occupazione rimarrà uguale a oggi, il calo demografico porterà a una diminuzione del Pil del 6,8 per cento, scrive Lidia Baratta nella newsletter “Forzalavoro”

(Unsplash)

Ci sono due modi per ridurre il deficit di un Paese in rapporto al Prodotto interno lordo. Si può tagliare la spesa e diminuire il debito. Oppure, si può far crescere l’economia e aumentare il Pil.

Lo stesso ragionamento potrebbe valere quando parliamo di calo demografico e mercato del lavoro. Se manca manodopera perché la forza lavoro si riduce, si possono dare bonus bebè sperando che servano a far nascere più bambini che tra vent’anni andranno a lavorare. Oppure si possono attuare politiche per portare al lavoro quante più persone che oggi sono fuori dal mercato.

Il vicecapo del Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia Andrea Brandolini la scorsa settimana ha suggerito la seconda soluzione nella sua relazione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti economici e sociali della transizione demografica.

Nei prossimi venticinque anni, se i tassi di occupazione, gli orari di lavoro e la produttività oraria italiani rimarranno uguali a oggi – ha spiegato – il calo della popolazione in età da lavoro porterà a una diminuzione del Pil del 6,8 per cento entro il 2050.

L’Italia oggi resta il Paese in Europa con il più basso tasso di occupazione. Nell’Unione europea, in media, è al 70,8 per cento. In Italia a febbraio eravamo al 63 per cento. Con le donne ferme al 54,2 per cento. E i giovani poco sopra il 20 per cento.

La soluzione? Brandolini spiega che serve aumentare i tassi di partecipazione al lavoro con «cambiamenti significativi» nella domanda e nell’offerta di lavoro. Cioè non basta crescere di qualche zero virgola. L’economista dice che solo raggiungendo e mantenendo tassi di occupazione come quelli della Svezia, si riuscirebbe a compensare il calo del Pil italiano con una ripresa della produttività.

In Svezia oggi il 75 per cento delle persone tra 15 e 64 anni ha un lavoro retribuito: il 77 per cento degli uomini e il 74 per cento delle donne. Per l’Italia, si tratterebbe quindi di far crescere di circa 13 punti il tasso di occupazione complessivo. E di venti punti quello femminile.

Ecco il grafico:

 

 

Servirebbe insomma un approccio demografico al mercato del lavoro, come ha spiegato su Linkiesta Magazine il demografo e rettore dell’Università Bocconi di Milano, Francesco Billari.

L’«eccezionalismo demografico» italiano consiste nel fatto che abbiamo tassi di natalità molto bassi e una speranza di vita che aumenta più che altrove. Quindi: pochi giovani e molti vecchi. I primi effetti cominciano a farsi sentire sul mercato del lavoro, tra lavoratori che mancano e competenze obsolete. Ma le cose peggioreranno in futuro. E anche se riuscissimo oggi a raddoppiare la natalità, questo non basterebbe a compensare il calo della popolazione in età da lavoro nel medio periodo.

Per aumentare la forza lavoro, quindi, la prima risposta, e la più immediata, è avere più immigrati. Magari qualificati e ben integrati. Lo dice Billari, e lo dice anche Bankitalia nella sua relazione. «L’immigrazione è stata finora cruciale per colmare i vuoti creati nel mercato del lavoro dal declino della popolazione autoctona», si legge. «L’ingresso di cittadini stranieri ha interamente sostenuto la crescita della popolazione residente dall’inizio degli anni duemila fino al 2014». Il problema è che dal 2015 i flussi di immigrati in Italia si sono ridotti, ma soprattutto hanno cominciato ad andar via dall’Italia sia gli stranieri sia gli italiani. Soprattutto giovani e laureati.

Non è un caso che il governo di destra, che aveva annunciato i «blocchi navali», sia anche quello che, nel silenzio generale, ha aumentato i numeri dei decreti flussi per i lavoratori extraeuropei in ingresso. Anche se ancora non bastano.

Così come non bastano le politiche per la natalità messe finora in atto, tra bonus bebè e sostegni economici vari.

Servirebbe invece aumentare l’occupazione femminile e giovanile, anche per sostenere la natalità. Bankitalia ricorda che «non vi è più una contrapposizione tra occupazione femminile e procreazione: al contrario, dalla metà degli anni Ottanta nelle economie avanzate il tasso di fecondità è più alto dove è più elevata la partecipazione delle donne al mercato del lavoro». E «l’offerta di servizi è più efficace dei trasferimenti monetari nel permettere alle giovani coppie di realizzare i propri desideri circa il numero di figli». In particolare, è importante «il rafforzamento dei servizi educativi per la prima infanzia, che facilitano la partecipazione al mercato del lavoro dei genitori, oltre ad avere effetti positivi sui rendimenti scolastici dei bambini». Quindi più asili nido, più congedi di genitorialità e politiche per la condivisione dei ruoli di cura tra madri e padri.

«Dobbiamo focalizzare l’attenzione più sulla genitorialità che non direttamente sulla natalità», dice Billari.

Bankitalia ricorda che «anche il basso tasso di occupazione giovanile rappresenta in Italia un ostacolo alla realizzazione dei progetti di costruzione di una famiglia». Quando invece «le politiche che incoraggiano la partecipazione al lavoro dei giovani avrebbero il duplice vantaggio di sostenere l’espansione dell’input di lavoro e di contrastare il declino della natalità».

E qui sorge l’altro problema. L’Italia non solo ha pochi pochi giovani, ma non se ne prende neanche cura. L’inserimento al lavoro è un percorso a ostacoli, tra bassi salari e contratti grigi, che porta tanti a emigrare all’estero, anche per potersi permettere di creare una famiglia. Tra il 2022 e il 2023 sono andati via in centomila e solo un terzo e rientrato.

I Neet, quelli che non studiano e non lavorano, sono ancora troppi. E i giovani italiani, nella media, hanno anche bassi livelli di istruzione e scarse competenze. Con un sistema scolastico che non favorisce la mobilità sociale, né è legato alle competenze richieste dalle imprese.

Ora guardiamo alla Svezia, il benchmark suggerito dalla Banca d’Italia. In Svezia, l’84% degli adulti tra i 25 e i 64 anni ha un diploma. E tra i 25 e i 34 anni, il 52,4 per cento è laureato. In Italia siamo al 68 per cento per i diplomati e al 29 per cento per i laureati. In Svezia, lo studente medio ha ottenuto un punteggio di 503 punti nelle competenze in lettura, matematica e scienze della valutazione Pisa dell’Ocse. Gli studenti italiani si fermano a 477 punti, sotto la media. In Svezia, la copertura di posti negli asili nido è sopra i 54 posti ogni 100 bambini. Il dato italiano è fermo al 30.

Nel 1974, 51 anni fa, la Svezia fu il primo Paese a introdurre il congedo parentale per entrambi i genitori finanziato dallo Stato. Oggi madri e padri hanno diritto a 480 giorni di assenza dal lavoro totali.

In Italia abbiamo il congedo obbligatorio di paternità soltanto dal 2012, esteso a soli dieci giorni nel 2022. Tre anni fa. Il 66 per cento dei padri residenti nel Nord Italia si astiene dal lavoro quando nasce un figlio, mentre al Sud questa percentuale è dimezzata. Numeri che si sovrappongono, non a caso, a quelli relativi all’occupazione femminile: nel Mezzogiorno lavora il 39 per cento delle donne contro il 77 per cento delle regioni settentrionali.

Insomma, tutto si tiene. La logica, a ben pensarci, è proprio quella del tavolino svedese da montare pezzo per pezzo. Avere un approccio demografico al lavoro richiede maggiore sforzo ed è più difficile che ordinare un tavolo preassemblato a poco prezzo. Serve tempo, un manuale di istruzioni, considerare i dati e tutti i pezzi da mettere insieme. Un’operazione complessa, con politiche diversificate, che vanno ben oltre l’operato di un governo.

Certo, mettere migranti contro nascite, annunciare bonus bebè e dire che le strade sono insicure e che bisogna fermare gli sbarchi è più facile da spiegare su Instagram e nei talk show. Ma la “soluzione svedese”, dice Bankitalia, è «una condizione necessaria per la crescita economica del Paese».

 

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