Miserabili miliardariChi minaccia davvero la libertà di parola, in America e in Italia

L’unica censura cui siamo sottoposti è quella di Musk e degli altri tecno-lacchè dell’Amministrazione Trump, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

AP Photo/LaPresse, ph. Alex Brandon

Sabato mattina, commentando la richiesta del Pd di vietare il raduno dell’estrema destra sulla cosiddetta remigrazione organizzato a Gallarate, Matteo Piantedosi ha dichiarato: «In democrazia non bisogna avere paura di nulla, neanche di idee che possano apparire molto forti, molto controverse, molto discutibili». 

Sarebbe già discutibile se una simile analisi venisse dal ministro della Cultura, il fatto però che venga dal ministro degli Interni, cioè da chi dovrebbe garantire la nostra sicurezza, è ancora più sinistro. E conferma l’adesione dell’intero governo alla posizione dell’amministrazione Trump, così chiaramente esplicitata da J.D. Vance nel suo famoso discorso di Monaco, che ha fatto della libertà di espressione il punto centrale della sua offensiva contro l’Unione europea. Inutile aggiungere che il primo a difendere l’adunata di estrema destra sulla remigrazione, e proprio con l’argomento della libertà di espressione, è stato Matteo Salvini.

A dimostrare il carattere strumentale di tutta questa retorica basterebbe il fatto che il suo portabandiera globale sia Elon Musk. Vale a dire il proprietario di X, social network da milioni di utenti, tutti ugualmente costretti a sorbirsi i suoi deliri narci-nazistoidi non appena prendono il telefono in mano, tutti ugualmente soggetti all’imperscrutabile e insindacabile censura dell’algoritmo: l’unica censura realmente funzionante nel mondo occidentale. 

E se non bastasse neanche questo, ci sarebbe ancora da aggiungere il fatto che dietro a lui si siano disciplinatamente allineati all’amministrazione Trump, con atti di pubblica autoumiliazione degni della Cina maoista, tutti i maggiori miliardari delle Big Tech. E parlo della Cina maoista per non fare torto a quei giganti del web che nella Cina di oggi, per la loro relativa autonomia, sono stati duramente colpiti dal regime, e dunque non meritano di essere accostati ai nani della Silicon Valley: mai si era vista nella storia del mondo una schiera di ottimati dotati di un simile potere e al tempo stesso così sprovvisti di spina dorsale, senza dubbio la più inconsistente, ridicola, pusillanime aristocrazia dai tempi del Re Sole. 

Chiunque viva nel mondo di oggi sa benissimo che sono loro gli unici a limitare la nostra libertà di espressione: silenziando chi li critica e promuovendo ogni sorta di estremismo e discorso di odio, una vera e propria guerra ibrida che questi miserabili miliardari conducono nel cuore stesso dell’occidente, avendo come obiettivo principale proprio l’Unione europea, e i suoi tentativi di imporre una qualche regolazione alla rete, ovviamente. 

Non si tratta dunque di una discussione di principio, ma di una brutale lotta per il potere, che l’Amministrazione Trump e i suoi tecno-lacchè conducono con i loro metodi consueti, cioè attribuendo falsamente ad altri – l’Unione europea, Soros, l’élite globalista – quello che in realtà fanno e intendono continuare a fare loro. Per non parlare di quello che stanno facendo in patria contro la libertà accademica e contro la libertà di espressione degli studenti, dietro il pretesto della lotta contro l’antisemitismo. Come ci ha ricordato il grande Bruce Springsteen mercoledì scorso, «stanno perseguitando persone per aver esercitato il loro diritto alla libertà di parola».

Per quanto mi riguarda, questo è tutto quanto c’è da dire rispetto al ridicolo dibattito su censura e libertà di espressione alimentato da simili soggetti. Per chi tuttavia fosse interessato al merito dell’argomentazione liberale contro qualsiasi tentativo di regolare il dibattito pubblico on line, e più in generale nella società, segnalo un’interessante controargomentazione contenuta nel libro di Antonio Nicita, «Nell’età dell’odio» (il Mulino).

Professore di economia, già commissario Agcom e oggi senatore del Pd, Nicita ha elaborato una risposta interessante ai sostenitori della tesi secondo cui ogni intervento in questo campo è un’inaccettabile limitazione alla libertà di espressione, che avrebbe invece in se stessa la medicina per ogni possibile degenerazione, con il cosiddetto counter speech, vale a dire la possibilità delle minoranze oggetto di discorsi d’odio (hate speech) di rispondere con discorsi alternativi.

La tesi di Nicita si fonda sul concetto, mutuato dall’analisi economica del diritto, di libertà rivali, secondo cui «le espressioni d’odio altro non sono che esternalità negative della libertà di espressione di alcuni che finiscono per limitare la stessa libertà di espressione di altri». In questo quadro non si tratta quindi del classico contrasto tra diversi valori, tutela della libertà di espressione e tutela della dignità della persona, che il legislatore o il giudice dovrebbe bilanciare. 

Il punto è sempre la libertà di espressione, che trova un suo limite interno nel fatto che «l’hate speech può ridurre l’accesso egualitario a quella medesima libertà di espressione da parte di tutti», perché «le espressioni d’odio possono limitare direttamente la libertà d’espressione di chi ne sia il bersaglio e perché quella libertà è un attributo della dignità personale». Non riconoscere questo limite, sostiene Nicita, significa semplicemente avere già scelto la libertà di espressione degli uni a discapito di quella degli altri. 

Forzando forse un po’ il pensiero dell’autore, direi che questa stessa argomentazione fornisce anche la più valida motivazione a sostegno di proteste e contromanifestazioni come quelle che la sinistra ha organizzato proprio per contestare il cosiddetto «Remigration Summit», e contro le quali Piantedosi ha avuto invece subito parole durissime, ben al di là dell’ovvia condanna degli scontri con le forze di polizia. Non c’è dubbio che la libertà di espressione e di manifestazione del dissenso sia oggi seriamente minacciata. Il problema è che la minaccia viene proprio da chi dice di volerla difendere e ne fa la propria bandiera.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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