Per molti anni la sinistra ha gridato con troppa facilità al ritorno del fascismo. E adesso che ce l’abbiamo davanti, ora che ci sta venendo addosso, con i carri armati di Vladimir Putin che avanzano a Est o con la guerra commerciale e politico-ideologica del suo emulo, ammiratore e alleato Donald Trump a Ovest, siamo rimasti senza parole. Ma è l’intera Unione europea a essere imbambolata, come il cervo davanti ai fari dell’automobile.
All’indomani della dichiarazione di guerra lanciata da Trump con la sua assurda sfilza di dazi sparati a casaccio contro il resto del mondo, la Cina ha risposto subito con parole dure e contromisure proporzionate, e ha ottenuto in breve tempo la marcia indietro della Casa Bianca. L’Europa ha evitato qualunque ritorsione e continuato a insistere sul dialogo, e il risultato è che Trump, dopo avere graziosamente concesso novanta giorni di tregua per trovare un’intesa, ha annunciato dazi al 50 per cento contro l’Europa.
Il fatto poi che in serata Ursula von der Leyen abbia twittato soddisfatta di avere avuto una «buona telefonata» con il presidente degli Stati Uniti su questo argomento, ottenendo che i nuovi dazi siano sospesi fino al 9 luglio, temo dimostri solo che l’Unione intende perseverare su questa strada.
Ancora più scioccante, almeno per i leader europei che si erano illusi di farlo ragionare, è stato poi il voltafaccia di Trump sulla guerra in Ucraina: dopo avere minacciato sanzioni durissime nel caso in cui Putin non si fosse impegnato in una seria trattativa di pace, e avere ricevuto per tutta risposta un intensificarsi dei criminali bombardamenti russi, il presidente americano rifiuta di adottare nuove sanzioni e anzi si dice pronto a sfilarsi definitivamente dalla partita. In entrambi i casi, guerra in Ucraina e guerra commerciale, chi ha perorato la linea del dialogo con l’Amministrazione Trump, come ha fatto la nostra celebre pontiera, Giorgia Meloni, dovrebbe ora rendere conto dei risultati.
Ma soprattutto dovrebbe chiarire le sue intenzioni. A preoccupare noi italiani, infatti, dovrebbe essere più di ogni altra cosa quello che Trump sta facendo negli Stati Uniti, o meglio: agli Stati Uniti. Quella torsione autoritaria che un intenditore come il grande scacchista e dissidente russo Garry Kasparov definisce apertamente «putinizzazione». Invece di continuare a chiedere ipocrite prese di distanza dal fascismo del secolo scorso, noi italiani dovremmo allarmarci per l’aperta adesione di tanti politici, e anche di tanti giornalisti, alla deriva autoritaria in corso nell’America di oggi. Un nuovo fascismo che non a caso vede nell’Unione europea il suo principale nemico, perché è l’unica alternativa al modello autoritario trumputiniano.
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