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Incontrare Filippo Cegani, ci ha catapultato in una dimensione sensoriale parallela, dove per tre ore, il tempo di questa intervista, tutto ha iniziato a rallentare. L’atmosfera ricordava quella di un santuario. Una volta entrati nel suo studio, si sono attivati subito olfatto e udito: per il profumo legnoso dell’incenso e per la musica di sottofondo, dalle sonorità rilassanti.
Dopo è entrata in gioco la vista, che a poco a poco, captava una serie di dettagli. A illuminare lo spazio c’era la flebile luce gialla di una piccola lampada, che dava quel minimo di visibilità per accorgersi dei ninnoli, tra cui una piccola cornice d’oro, che lo stesso Cegani ha definito kitsch e che custodisce una reliquia di Padre Pio, poi ancora, mini statue e immagini di santi. In cucina, invece, a catturare l’attenzione è stata una bottiglia d’olio raffigurante la Madonna (ma che di solito contiene acqua santa), mentre dispersi sul tavolo c’erano i pennelli ancora sporchi di pittura. In un angolo, antecedente alla scala che porta al suo laboratorio, un mucchio di vestiti da lavoro, compresa una maschera a gas che Cegani usa quando si serve dell’aerografo, oltre che dei colori a olio, per creare i suoi quadri.

Davanti a una tazza di caffè inizia la nostra conversazione. Lo ammetto, fremevo dalla curiosità di capire perché i suoi soggetti fossero santi. «Li ho sempre fatti» – spiega – «ma mia madre all’inizio non voleva, perché diceva fosse qualcosa di blasfemo. Poi ho avuto un avvicinamento filosofico alla religione e il mio approccio è cambiato». In che modo? Chiedo ancora più incuriosita: «Penso c’entri un aspetto di profondo feticismo, legato all’idea di feticcio della donna che piange. Non so quanto sia una scelta ragionata da un punto di vista iconografico o archetipale, considerando che per me dipingere una donna che piange non significa per forza dipingere la Madonna». Cegani si prende qualche attimo, si accende una sigaretta, poi prosegue: «Penso che quella che dipingo io non è tanto Maria, ma piuttosto la donna innocente e vergine che soffre nonostante sia completamente senza il peccato, quindi senza il piacere».

A essere sofferenti, però, non sono soltanto le donne, quindi perché rappresenti così spesso quest’emozione? «Probabilmente per una ricerca del patetico nel senso di pathos, da un punto di vista più stilistico, l’occhio che piange è particolarmente bello e poi è una forma di feticismo anche nei confronti della lacrima stessa».
È per questo che ti concentri sui volti e non sul corpo? «La rappresentazione del corpo femminile specialmente dipinta da uomini tende sempre a una relativa sessualizzazione della figura, quindi anche la paranoia del cadere nel blasfemo è il motivo per cui evito di rappresentare il corpo. Poi, c’è questa tendenza di non dipingere i volti perché hanno meno possibilità di mercato. Le persone mettono in casa dipinti senza volti per potersi rivedere in essi».

Nelle opere di Cegani, colpisce la presenza di un carattere stilistico ricorrente: una patina traslucida che ricorda quella tipica della street art, da cui Cegani però dice di essere lontano. «Inizialmente la mia ispirazione sono state le statue che piangono. Dal punto di vista iconografico-cristiano rappresentano la metafora del non umano che riesce ad assimilare emozioni umane».
Questo tratto stilistico sembra strizzare l’occhio al kitsch, è possibile? «Sì, è inevitabile non includerlo. Penso all’aspetto folkloristico, quasi ironico della vecchietta che crea il pizzo con su scritto “viva Maria” e il ricamo della Madonna stilizzata sopra. In quello oggetto simbolico c’è più religione che nel calendario ufficiale della Chiesa. Considerando poi che la religione cristiana si è sviluppata dal popolo verso il popolo e che le ritualità stesse appartengono a esso, la Chiesa stessa non sconfessa queste trasmissioni rituali che hanno creato in parte l’estetica neocristiana nell’arte post digitale».