Quando la sorellastra di Cenerentola ha provato a infilarsi insistentemente la scarpa di cristallo, ha finito per romperla in mille pezzi. Troppo fragile e poco resistente oltre che di taglia sbagliata. E se fosse stata di cemento, avrebbe resistito?
A questa domanda avremmo potuto rispondere soltanto un anno fa, quando è nato il progetto SCA/JA da un’idea di Silvia Scaglia e Jacopo Palmieri, che si sono incontrati a Milano mettendo assieme le loro conoscenze per lanciare un prodotto non convenzionale, ossia scarpe con la sua suola realizzata in glass fiber reinforced concrete (GFRC), una miscela di cemento acqua e polvere di vetro riciclato. Il design strizza l’occhio all’architettura austera del Brutalismo e lo traduce in forme spigolose e linee ridotte “al pilastro” con dettagli metallici.
Parlare di calcestruzzo responsabile che emette zero emissioni sembra un paradosso, ma guardando al futuro del settore edilizio, nemmeno troppo lontano, come rivela Jacopo, l’obiettivo è quasi raggiunto e SCA/JA prende al balzo l’occasione per applicare questo traguardo al proprio, quello di aver creato una scarpa atipica, fatta “di cemento”. Il brand, inoltre, si promette di promuove un approccio culturale, che parla di architetture dell’anima. Secondo i due fondatori «l’architettura brutalista riesce a inserirsi in contesti urbani “con delicatezza”. Per un po’ il brutalismo è stato abbandonato, oggi gli viene riconosciuto un nuovo valore, addirittura si parla di “archeologia urbana” che consiste nel dare una rinnovata veste agli edifici urbani».
Oltre all’aspetto culturale, a livello comunicativo, si vuole portare avanti anche un altro messaggio che riguarda il binomio antitetico cemento/natura, particolarmente spigoloso, ma che SCA/JA ha intenzione di perseguire «portando avanti un discorso legato alla circolarità. Il nostro brand usa scarti di calcestruzzo, dunque la nostra comunicazione si basa molto sul concetto di riutilizzo. Far entrare immediatamente il cliente nel processo di trattamento della miscela che usiamo è difficile, però vogliamo raccontare davvero il percorso che stiamo percorrendo e cioè del riciclo di scarti».

Una sfida non da poco, ma che alla base ha un retro-pensiero fondato sulle conoscenze e esperienze dei due fondatori, da un lato quelle in design e architettura di Silvia Scaglia e dall’altro di Sociologia Economica di Jacopo Palmieri. Per capire meglio cosa si cela dietro le “scarpe di cemento”, li abbiamo intervistati.
Come si pronuncia il nome del vostro brand?
Jacopo: La pronuncia è sia “Scaïa”, perché mischia il cognome di Silvia, Scaglia appunto, con le iniziali del mio nome, che è Jacopo; ma anche “Scad͡ʑa”che ci sembra più internazionale a livello di suono. In entrambi i modi non si sbaglia.
Quando nasce il brand?
Silvia: Circa un anno fa, dal 28 marzo dell’anno scorso. Il primo di aprile il progetto compie un anno. Abbiamo iniziato campionando la spring-summer, collaborando con un calzaturificio di Vigevano per poi presentare la nostra prima collezione a settembre scorso, e poi adesso stiamo andando a Parigi a presentare la seconda collezione autunno-inverno.
Un brand nato da così poco tempo, quali difficoltà deve affrontare?
Jacopo: In quanto startup innovativa, nonostante tu possa avere un progetto e un’idea strutturata, dall’esterno c’è comunque un certo grado di incertezza a collaborare con te. Nel caso di SCA/JA, questo aspetto è stato “facilitato” perché la carriera di Silvia l’ha portata a essere to-court tutti i giorni dentro le fabbriche e perciò aveva un rapporto quasi viscerale con chi ci lavora. Ma ammetto che se non ci fosse stato questa precedente conoscenza, probabilmente non saremmo riusciti ad iniziare un rapporto di collaborazione con degli artigiani, perché da parte loro bisogna considerare lo sborso lavorativo.

A livello produttivo poi, è complicato perché ci sono dei minimi (in termini di produzione, ndr) da rispettare; le fabbriche non lavorano volentieri per quantità piccole perché non c’è abbastanza margine di profitto. Devi trovare qualcuno che creda in te e che prenda il rischio di iniziare a collaborare con te e che ti aiuti anche senza poi grandi guadagni e grandi ritorni in termini economici. Poi c’è l’aspetto economico: io e Silvia comunque svolgiamo un altro lavoro e stiamo costruendo tutto con le nostre sole forze, perciò costruire un business plan intelligente comunque ti fa tremare perché dal momento in cui inizi a fare questo lavoro al momento in cui venderai: il tempo è lungo. Noi abbiamo iniziato effettivamente qualche settimana fa con il lancio dell’e-commerce.
Come è nata l’idea di creare una scarpa “di cemento”?
Silvia: Volevamo innanzitutto creare un progetto innovativo e quindi abbiamo unito la parte di Jacopo che è più comunicativa e sociale a una parte più di design. Da qui l’idea di realizzare questi tacchi in calcestruzzo e acciaio perché ero stufa di vedere tacchi fatti in plastica, e quindi da una semplice sperimentazione in casa ci siamo confrontati con un fabbricante che si è innamorato del progetto. Da quel momento in poi abbiamo iniziato a rendere questi tacchi strutturalmente portabili e industrializzabili.
Qual è l’ispirazione che c’è dietro?
Silvia: Sicuramente il movimento del Brutalismo architettonico. Entrambi siamo ossessionati dal calcestruzzo come materiale, sia perché ha un fortissimo uso espressivo per la sua bellezza grezza sia perché è un materiale con tantissime potenzialità. Oggi ci sono produzioni di calcestruzzo a emissioni zero e quindi ha un potenziale enorme anche a livello di sostenibilità, considerando che è il materiale da costruzione più utilizzato al mondo. Si tratta di una miscela che è già applicata in architettura ma mai nel design di moda. Nello specifico si chiama glass fiber reinforced concrete (GFRC) perché la miscela è realizzata con cemento, acqua e polvere di vetro riciclato anziché la sabbia, quindi è alleggerito e andiamo poi ad inserire all’interno delle piccole fibre di vetro che andranno a rendere indistruttibile la struttura.
Quali sono i vostri punti di riferimento?
Silvia: Personalmente attingo dal mondo dell’architettura, dell’arte e dalla moda stessa. Ad esempio il nostro modello flat che si chiama “Eileen” è ispirato alle Tabi di Margiela, poi c’è un modello “Cini” ispirato all’action painting di Pollock, in cui uso la pelle distressed.
Dal vostro sito si legge che SCA/JA è un prodotto Made in Italy, in cosa lo è?
Silvia: Tutte le fasi di realizzazione lo sono. Mi occupo in prima persona di girare tra i vari fornitori di seguire la produzione andando al formificio a fare le forme per poi portarle al suolificio che si occuperà delle suole. Il calzaturificio si trova qui in Italia, a Vigevano dove con un’esperienza di più di sessant’anni.

Riguardo il tema responsabilità, come fate a ridurre il vostro impatto sull’ambiente?
Jacopo: Anche il packaging è cento per cento riciclato, si parte dalla dust bag che è in cotone riciclato, mentre la parte esterna è in carta riciclata prodotta da una cartiera italiana dove all’interno c’è un trenta per cento di fibre di scarti di pellame, quindi loro acquistano gli scarti delle pelli dalle concerie, li sminuzzano e li mettono nella pasta della carta riciclata che va a dargli questa texture un po’ pelosa.
Quante stagioni pensate di realizzare?
Al momento la strategia che adottiamo è quella di uscire due volte l’anno quindi con: collezione autunno-inverno e primavera-estate, in particolare, per il primo lancio abbiamo realizzato cinque modelli per stagione con un massimo di tre varianti. Vogliamo produrre ai nostri tempi, piuttosto che a quelli che ci impone il mercato.
In generale in cosa vi definireste responsabili?
Nella scelta della materia, nella produzione e anche a livello sociale. Stiamo partendo ora ma i nostri obiettivi sono quelli di mettere sul mercato un prodotto che prenda in carico la responsabilità ambientale e allo stesso tempo di riuscire a sostentare i fornitori che ci hanno dato fiducia, in un mutevole scambio e poi vorremmo attuare dei progetti di inserimento sociale . Vogliamo crescere come brand per creare un’identità e anche una comunità in cui mettere la nostra estetica al servizio di un valore culturale, che è quello di ridare valore all’architettura Brutalista.