Scrivere e incidere. Due azioni apparentemente sconnesse ma che lo scrittore Leonardo Sciascia praticava in contemporaneo. Un interesse talmente forte e pervadente che nel 1998 è stato istituito, in suo onore, il “Premio Leonardo Sciascia amateur d’estampes” dagli scrittori e accademici Francesco Izzo e Gian Franco Grechi. Si tratta di un concorso internazionale, a cadenza biennale, che ammette sei tecniche calcografiche: bulino, puntasecca, acquaforte, acquatinta, maniera nera e, dalla settima edizione in poi, la silografia.
Il 13 febbraio al Castello Sforzesco di Milano, nella Sala della Balla, si è tenuta la cerimonia di premiazione dei sei artisti che hanno partecipato all’edizione 2024-2025, seguita il giorno dopo dall’inaugurazione della quarta esposizione delle opere in concorso alla Fondazione Federica Galli. In realtà la mostra si è già spostata da Roma a Venezia, poi Firenze, e poi proseguirà a maggio a Fabriano per poi concludersi nel mese di luglio. A Milano la mostra resterà aperta fino al 18 aprile.
Ad aggiudicarsi il premio è stato l’artista ucraino Pavlo Makov, classe 58. Per l’occasione noi de Linkiesta Etc lo abbiamo incontrato per conoscerlo meglio. La carriera artistica di Makov, membro della “Royal Society of Painters and Graphic Artist of Great Britain” e dell’Accademia nazionale delle arti dell’Ucraina, è costellata di importanti traguardi. Ha vinto il Premio nazionale “Taras Shevchenko” per le arti, i suoi lavori sono stati esposti al Victoria and Albert Museum di Londra, alla Galleria Nazionale d’Arte di Kyiv, al “Center for Contemporary Art” di Osaka, alla Galleria Tretyakov di Mosca, al Museo di Arte contemporanea di Ibiza e in molte altre istituzioni. Nel 2022 gli è stato affidato il Padiglione dell’Ucraina alla cinquantanovesima Biennale di Venezia.

Cosa rappresenta l’opera? Qual è il significato ?
Quest’opera è dedicata ai cambiamenti geopolitici e drammatici che stiamo vivendo. Dieci anni fa se mi avessero detto che avremmo vissuto la guerra in Europa non ci avrei creduto e ora che sta succedendo davvero, mi sembra assurdo. Il titolo dell’opera è ispirato al libro di Italo Calvino “Le città invisibili”. Potrebbe sembrare un libro di viaggi, divertente, invece dal mio punto di vista è drammatico, rispecchia la crisi che stiamo attraversando sia dal punto di vista ambientale che dei rapporti umani. Quelle rappresentate sono case tipiche della mia città, costruite negli anni Trenta, che ho realizzato con tratti più drammatici. Si tratta di una cartografia.
Come l’hai realizzata? Qual è il processo creativo dietro l’opera?
Il processo creativo consiste nel creare il disegno sulla lastra, poi si prosegue con l’incisione. Per me il processo di stampa è più creativo del disegnare. Lavoro per settimane su un pezzo, aggiungendo di volta in volta dettagli, colori e sfumature con matite e inchiostri differenti. In questo caso l’opera è stata stampata in tre giorni, ma alle lastre lavoro da molti anni. Le avevo tenute lì per un po’, poi le ho riviste e ci ho rimesso mano aggiungendo, sfumature, colori e dettagli.
Quello che sta accadendo in Ucraina, in che modo è emerso nelle tue opere?
Il dramma è sempre presente nelle nostre vite, prima e dopo la guerra. A volte i galleristi mi criticano perchè le mie opere non sono felici, anzi drammatiche ma io lo faccio per trovare le risposte a domande che ho dentro di me. Non lo faccio per soddisfare i galleristi o collezionisti. In questo caso, (dell’opera premiata, ndr), ho iniziato a lavorarci dal 2014, quando ci fu l’assedio di Kharkiv, la mia città natale. Pensavo non ci sarebbe stato alcun attacco e poi alla fine è successo davvero perché siamo vicinissimi al fronte. Kharkiv è una città cruciale, dove la cultura ucraina è molto forte, per questo è particolarmente “ambita”; da lì tutto quello che facevo era connesso alla situazione della guerra che comunque anche se “congelata” noi la stavamo vivendo già da undici anni, ma è stata sempre silente.
Dov’è che continui a lavorare?
A Kharkiv. Ci lavoro senza pensare troppo al pericolo. Non abbiamo deciso noi dove e quando nascere e dobbiamo vivere in quel blocco di tempo che ci è stato dato. La situazione delle volte ti distrugge e ti fa sentire che tutto è perso. A volte sei in una situazione psicologica precaria ma poi la creatività ti aiuta, perché trovi la possibilità di andare avanti. Mi piace molto ricordare questo passaggio del libro delle “Le città invisibili”, lo ricordo a memoria, in cui Marco Polo dice «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme». Il primo passo è accettare l’inferno, arrivando al punto di non subirlo più. Il secondo punto è rischioso ed esige attenzione, e apprendimento continuo, cercare e saper riconoscere chi e cosa nel mezzo dell’inferno, in realtà non è inferno e farlo durare, dargli spazio. Queste ultime parole nelle situazioni difficili, mi alleviano e mi danno forza di proseguire nella mia vita.
Tra le tue esperienze pregresse si annoverano un’esposizione all’Albert Museum a Londra e poi la Biennale di Venezia. In entrambe le occasioni, così grandi e spettacolari, dove c’era grande aspettativa nei tuoi confronti, da cosa sei partito? Come hai iniziato?
Tu hai dieci idee o due e devi decidere quale proseguire perché non hai tempo di completarle tutte, e questo è un problema grande. All’inizio l’idea è solo un punto di partenza, perché poi quando lavori può diventare qualcos’altro e prendere direzioni differenti. Quando inizio a lavorare a una nuova opera non penso al museo o alle mostre, perché è un punto di arrivo. Mi piace usare questa metafora dei figli: quando li hai in casa ne sei responsabile ma poi quando iniziano a vivere una vita propria li devi lasciare andare. Quando l’opera è ancora nel tuo studio è ancora figlio tuo e provi un certo sentimento, poi quando lo vedi in mostra vive la sua vita e lì vedi dove puoi migliorare, quali cose cambiare.
C’è una tua opera che ha riscosso meno interesse, ma in cui tu credevi moltissimo?
No, in genere sono rimasto sempre molto soddisfatto. Ad esempio all’opera che ho presentato a Venezia ci ho lavorato per trent’anni. All’inizio era dedicata alla situazione locale della mia città. Poi nel 2010 ho iniziato a percepire una sorta di debolezza della democrazia in Europa e quello mi ha dato un nuovo spunto per ripensare l’opera, non più come situazione locale ma generale. La guerra in Ucraina non è il punto di partenza, quell’installazione riguarda la democrazia Europea. Dal punto di vista egoistico sono soddisfatto perché la mia idea ha avuto poi delle reali conseguenze, ma vorrei che non si fosse avverata. Purtroppo quest’opera è ancora attuale.
Le tue recenti opere hanno come soggetto principale le piante. Come mai?
Ci lavoro da sempre, a partire dagli anni Novanta, poi ho ripreso nel 2005 e 2006, non come serie, ma come ciclo. Però è un campo che mi affascina e ispira continuamente.
Qual è la tecnica che usi per realizzare le tele?
Uso le matite. Le preferisco e le uso sulla carta, molto più che della tela. Quando disegno per me non è tanto la realizzazione di un’opera d’arte, ma è un diario. Lo trovo più intimo e privato. Di recente pensavo a questa mia scelta. Per me il processo del disegnare è una ricerca, mentre la pittura è una dichiarazione e io preferisco avere del tempo per pensare.
Quanto tempo dedichi a una tua opera?
Per un disegno grande tre, quattro o cinque mesi, e normalmente lavoro su due opere contemporaneamente. Ovviamente non ci lavoro ogni giorno per otto ore, perché nel processo creativo è molto importante avere del tempo per non fare niente, cioè le tue mani sono ferme ma il tuo cervello elabora. Quando crei, fermarsi serve a capire come riformulare gli sbagli, trovando un nuovo modo per andare avanti. Questo è un processo vivo, non lo puoi programmare.
Quando la nostra chiacchierata con Makov è finita, ci siamo salutati perché l’indomani sarebbe partito per ritornare a casa, un luogo che ad oggi confessa di non sentire sicuro, ma è lì che ha la sua vita, il suo lavoro e la sua famiglia.