
Il riscaldamento globale è fatto anche di prime volte sconvolgenti, capaci di ricalcare la linea di confine tra due ere climatiche differenti. È successo di recente in Alaska, lo Stato più grande degli Usa, dove il National weather service ha diramato un’allerta meteo per il caldo. Non era mai accaduto prima.
A causa di un’ondata di calore, negli ultimi giorni le temperature hanno toccato i 30°C in diverse località, senza però superare il record del 4 luglio 2019 (32,2°C). Il National weather service ha preso questa decisione anche per «comunicare meglio gli impatti del caldo estremo», dice Adam Douty, meteorologo senior di AccuWeather, a UsaToday. «Potrebbe sembrare spaventoso, ma è solo un criterio diverso che il National weather service sta usando per diffondere le informazioni sul caldo», dice una giornalista della Cbs in un video che minimizza eccessivamente l’impatto, l’origine e il significato della notizia.
È da diversi anni che il National weather service diffonde bollettini meteorologici speciali per informare la popolazione – composta da circa 740mila persone, con una densità di 0,43 abitanti per chilometri quadrato – sulle temperature in aumento durante i mesi estivi. Dal 1° giugno, però, è stata autorizzata la pubblicazione delle allerte meteo per il caldo, e la prima è stata diramata domenica 15 luglio per la città di Fairbanks (la seconda più grande dello Stato). In Alaska, dove i ghiacciai coprono il cinque per cento del territorio, ciò che un tempo era un’eccezione sta diventando la norma. Ecco spiegata questa svolta importante in termini di comunicazione del rischio climatico.
«Le persone non abituate a queste temperature insolitamente elevate per questa regione potrebbero sperimentare i sintomi delle malattie legate al caldo», recitava l’allerta. L’Alaska non è un luogo “progettato” per ondate di calore che portano anomalie termiche così marcate. «Le case sono costruite per trattenere il calore e non hanno l’aria condizionata», scrive sui social Brian Brettschneider, un climatologo che lavora nello Stato.

«Permettetemi di stroncare preventivamente chiunque dica che sotto i 27°C non si può parlare di vero caldo. Come abitanti dell’Alaska, non giudichiamo gli Stati più a sud di noi che si bloccano per cinque centimetri di neve. Ogni posto è costruito per un determinato clima», aggiunge Brettschneider. Temperature simili sono pericolose anche perché, in questo periodo dell’anno, il sole splende ventiquattro ore su ventiquattro nella maggior parte del territorio dell’Alaska. Significa che la luce sta penetrando perennemente all’interno di edifici pensati per mantenere il calore il più a lungo possibile quando il termometro scende sotto lo zero.
Anche 23°C o 25°C possono essere rischiosi per l’organismo di una persona abituata a un’Alaska molto più fredda. Le temperature massime nei mesi estivi si attestano solitamente sui 18-19°C nell’area costiera meridionale, mentre superano lievemente i 20°C nelle aree interne, contraddistinte da un clima continentale. Nel borough di North Slope, nella zona artica, le massime estive superano difficilmente i 6°C.
Il cambiamento climatico, però, sta rimescolando le carte. Negli ultimi sessant’anni, l’Alaska si è riscaldata il doppio più velocemente rispetto al resto degli Stati Uniti; la temperatura media annua, stando ai dati della National oceanic and atmospheric administration (Noaa), è aumentata di 1,2°C rispetto ai livelli pre-industriali. Anche con una «sostanziale riduzione delle emissioni» di gas serra, lo Stato supererà la soglia dei +1,5°C entro la fine del secolo, con incrementi molto più significativi nelle regioni interne.
L’allerta meteo in Alaska non è quindi un bollettino meteorologico più elaborato, ma una sliding door nella comunicazione del cambiamento climatico: la cittadinanza va informata a dovere sui rischi e i comportamenti da adottare per evitare colpi di calore e proteggersi dagli sbalzi termici.
Il 17 giugno, le autorità hanno anche emesso delle allerte sui rischi legati agli incendi e agli allagamenti. «Giorni fa, la Dalton Highway è stata chiusa al traffico per tre interruzioni dal chilometro 289 al 366 a causa della forte corrente di un fiume dovuta allo scioglimento della neve sui ghiacciai in quota, che ha portato via tratti interi di strada già precari per l’indebolimento del fondo stradale sullo strato di permafrost, che si scioglie e sprofonda», scrive su Facebook Maurizio Limonta, un cittadino italiano che in questi giorni sta percorrendo l’Alaska in moto.
Come anticipato, l’ufficio del National weather service – un’agenzia federale della Casa Bianca – che ha pubblicato la prima allerta meteo si trova a Fairbanks, nell’Alaska centrale. Nel corso di un’intervista rilasciata al magazine online Grist, un dipendente ha spiegato che la stazione meteorologica della città è stata costretta a interrompere le rilevazioni delle temperature durante la notte. La colpa è dei tagli dell’amministrazione di Donald Trump, che ha ordinato il licenziamento di oltre cinquecentosessanta dipendenti del National weather service, riducendo il personale di circa un terzo.
Trump vede l’Alaska come l’Eldorado in cui dare concretezza al motto «drill, baby, drill». A inizio giugno, l’amministrazione repubblicana ha avviato le procedure burocratiche per revocare le protezioni federali su milioni di ettari di territori incontaminati. È il primo passo per autorizzare nuovi progetti dedicati all’estrazione di minerali critici, gas e petrolio. I riflettori sono puntati sulla National petroleum reserve-Alaska (Npr-A), un’area di 95.506 chilometri quadrati di proprietà del governo federale degli Stati Uniti. L’obiettivo di Trump è revocare al più presto il divieto quasi totale alle trivellazioni – imposto dall’ex presidente Joe Biden due anni fa –, lasciando campo libero alle compagnie fossili statunitensi.