DeadmallingLa metamorfosi dei centri commerciali abbandonati è davvero possibile?

Nati negli anni Ottanta, in molti sono diventati “ghost-box”, cioè spazi abbandonati, dismessi e decadenti, che però possono rinascere. Viaggio alla scoperta delle metamorfosi dei grandi spazi di consumo, da ripensare e riutilizzare come hub creativi e di servizio

Multisala multiplex Magic Park di Muggiò (Monza Brianza)

Uno dei più grandi al mondo è il “Westfield Stratford City”, si trova a Londra e contiene duecentocinquanta negozi, settanta punti ristoro, un cinema multisala, una sala bowling e un casinò. In Italia, invece, qualcuno lo ricorderà, ad Arese, provincia di Milano, da nove anni ne sorge uno tra i più grandi d’Europa: “Il Centro”, novantaduemila metri quadri, duecento negozi, ristoranti, bar e un polo sportivo indoor e outdoor.  Sono due dei Centri commerciali monster inaugurati dopo il 2010, più entertainment center che shopping mall e che, insieme ai factory outlet (posticce riproduzioni di paesi immaginari, con vie, piazze e fontane), dove acquistare le eccedenze di produzione di prodotti luxury e di marca, rappresentano l’ultima evoluzione del retail contemporaneo. Una storia iniziata tra gli anni Settanta negli Usa, e gli anni Ottanta e Novanta in Europa, e che oggi conta già molti “caduti sul campo”: scheletri di centri commerciali dismessi o tenuti in vita solo in minima parte, palcoscenici ideali per writer e youtuber specializzati nell’urbex, l’esplorazione urbana di luoghi abbandonati, e sempre più fatiscenti. 

Tra i deadmall (o ghost-box) italiani, per esempio, ci sono strutture datate come il grande “Euromercato” di Casoria (Napoli), inaugurato ne 1978 e scivolato in un lento declino a partire dagli anni Novanta, con la progressiva chiusura delle fabbriche della “Sesto San Giovanni del Sud”. Ma anche complessi più recenti, come il “Lifestyle Village Perle” di Faenza, mai completato e ancora visibile ai bordi dell’autostrada A14; il centro “Le Acciaierie” di Cortenuova (Bergamo), inaugurato nel 2005 in previsione dell’apertura dell’autostrada BreBeMi, e l’Orceana Park di Orzinuovi (Brescia), entrambi abbandonati.

Rackspace Hostings Headquarters, San Antonio, Texas Nel progetto sviluppato da Studio 8 Architects, superfici di lavoro open-space sono state abbinate a una rinnovata accessibilità pedonale, campi da gioco esterni, pubblici esercizi e a spazi per eventi e rappresentazioni.

Una fine annunciata.
«Negli Stati Uniti ne sono stati censiti quattrocentocinquanta, ma lì sono già vent’anni che si parla di demalling, la pratica di demolizione o riqualificazione di un dead-mall che rinasce come parco pubblico o come centro di Servizi di prossimità: biblioteche, spazi per il coworking, ambulatori medici, palestre. In Europa, invece, si sta cominciando soltanto ora a porsi il problema, infatti mancano dati ufficiali sul numero di strutture dismesse» spiega Piergiorgio Vitillo, docente di urbanistica al Politecnico di Milano e autore, con le ricercatrici Elena Sovero e Alice Bottelli di una ricerca commissionata da Coop Lombardia sugli spazi del commercio che, come dice il titolo del volume edito da LetteraVentidue, indaga sulle “Metamorfosi dei grandi spazi del consumo”.

Ma perché queste strutture (costate milioni e per un po’ frequentatissime) cadono in disgrazia? «Le ragioni possono essere molte. Una riguarda la perdita di attrattività di alcune aree urbane, oppure la loro collocazione in aree extraurbana e nei pressi di tangenziali e autostrade che nel tempo si rivela scomoda, anche per effetto della concorrenza di strutture più recenti costruite all’interno del tessuto urbano. Ma a incidere sono anche i nuovi stili di vita e di consumo delle famiglie che non è più quello degli anni Ottanta- Novanta (tutta la famiglia a fare la grande spesa del sabato) e la diffusione dell’e-commerce. Infine, conta anche la rapida obsolescenza di strutture costruite con materiali di bassa qualità: strutture enormi che invecchiano in fretta e che costa troppo rinnovare, così i clienti si spostano altrove», aggiunge Elena Sovero.

Rackspace Hostings Headquarters, San Antonio, Texas

Il nuovo trend? Hub di comunità.
A tenere di più sono i centri che hanno potenziato le “food court” e gli spazi per l’intrattenimento, portando però contemporaneamente a una saturazione del mercato che, unito alla crisi dei consumi degli ultimi anni (che non riguarda solo l’Italia) pone ulteriori domande sul destino dei centri commerciali ancora attivi. «La soluzione, come già succede negli Stati Uniti, è la rigenerazione di questi spazi per creare Hub di comunità con servizi alla persona, asili, centri di assistenza medica, case di riposo, aree verdi» continua il professor Vitillo. 

«Non sempre è possibile: a volte conviene di più abbattere e piantare degli alberi. Ma, quando si può, il demalling offre l’opportunità di ripensare il ruolo e il destino di interi pezzi di città: oltre ai servizi di quartiere, negli Stati Uniti sono nati così studentati, complessi residenziali e perfino chiese e luoghi di culto, oltre a botteghe artigianali e negozi di prossimità». E in Italia? Non è così semplice: andrebbe cambiata la legislazione del commercio che, attualmente, non prevede altre destinazioni d’uso. «Ma, insieme alle leggi, occorrerebbe una nuova mentalità, che punti sulla capacità di urbanisti e amministratori di intercettare i flussi anziché attrarli: creare servizi di prossimità significa dialogare con la città e portare in modo naturale il residente o il passante a usufruire dei servizi di una Casa della salute o di un asilo.

Centro Commerciale Lilly, in Sicilia

A parte l’aspetto residenzale, che nel nostro Paese richiederebbe interventi troppo complessi, tutte le altre funzioni infatti sono compatibili con il riuso di questi edifici che sono materia, energia, consumo di suolo e di verde. Il secondo aspetto, non meno importante, riguarda la progettazione di nuovi centri commerciali, da realizzare con uno sguardo più lungimirante, pensando già a come potranno essere riconvertiti quando cambieranno le esigenze dei consumatori o l’assetto della città». Non farlo, visti i precedenti, sarebbe una sconfitta.

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